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02 aprile 2018 • 09:00 • Scritto da Adriano Ercolani

Schiavi di New York #7 – L’anno del dragone

Pochi film rappresentano uno schiaffo al proprio tempo quanto L’anno del dragone di Michael Cimino lo fu per gli anni ’80.
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Pochi film rappresentano uno schiaffo al proprio tempo quanto L’anno del dragone (The Year of the Dragon, 1985) lo fu per gli anni ’80. Al tempo del perbenismo reazionario reaganiano la ferita ideologicamente ancora aperta della Guerra del Vietnam veniva “curata” da attori come il Sylverster Stallone di Rambo 2 – La vendetta (First Blood Part II, 1985) o Chuck Norris di Rombo di tuono (Missing in Action, 1984): in pratica titani della guerra che tornano nel Sud-Est asiatico per liberare i compatrioti rimasti indietro, protagonisti di film il cui scopo primario consisteva invece nel promuovere l’imperialismo economico americano allora “minacciato” dalla Guerra Fredda in corso, anche se ormai agli sgoccioli. Il trio composto da Michael Cimino, lo sceneggiatore Oliver Stone e Mickey Rourke ribalta radicalmente tale equazione: prima di tutto L’anno del dragone in senso figurato porta il conflitto sul suolo americano, proprio nel cuore del capitalismo a stelle e strisce (a New York Chinatown è a pochi minuti di passeggiata dal World Trade Center…). In secondo luogo smaschera senza alcuna inibizione il maschilismo sciovinista, quando non addirittura sessista, di questo tipo di “eroi”: lo Stanley White protagonista de film non nasconde al pubblico il suo lato oscuro con la retorica dei dialoghi, non maschera il suo odio razzista né le sue idee tutt’altro che politicamente corrette. Per lui conta solo vincere la guerra, questa guerra. E’ un crociato, quindi un fanatico.

i titoli di testa rosso sangue su una musica di tamburi ridondanti e minacciosi non lasciano dubbi: L’anno del dragone è un film di guerra. La festa piena di costumi e scenografie che costituisce il primo approccio a Chinatown è vorticosa e ridondante. E’ la visione di New York di Cimino, sfrontata e dichiaratamente posticcia, come dimostrano le illuminazioni innaturali di Alex Thomson: lo stesso di Excalibur (id., 1981) e Legend (id., 1985), tanto per intenderci. Il montaggio e la camera a mano del direttore della fotografia immergono subito lo spettatore in un vortice febbrile e caotico di luci e colori. Non c’è gioia però nella parata, soltanto energia febbrile e pronta a esplodere. Si scorgono scaramucce, risse tra bande, rappresentazioni di battaglia urbana. Ed ecco che l’assassino, poco più di un adolescente, pugnala il vecchio boss al cuore. Lo stacco repentino al funerale dell’uomo smaschera il vero volto della rappresentazione di Cimino: Chinatown è violenza e abuso.

Stanley White entra in scena sbucando dalla folla di partecipanti al funerale. Preferisce aggirarsi tra i suoi nemici, sa che deve combatterli nel territorio. L’abbigliamento elegante del poliziotto ci lascia però immediatamente capire che non intende assolutamente confondersi con loro, si sente superiore alla feccia che vuole sgominare. Cimino mette subito in chiaro che Stanley è un soldato sul campo, non un ufficiale che osserva dall’alto: il primo confronto è infatti quello con il capitano di polizia che monta il suo cavallo e si tiene lontano dall’azione. Senza mezze parole White lo solleva da quello che adesso è il suo incarico: ribaltare Chinatown. E per farlo bisogna necessariamente scendere dal piedistallo. Lui non indossa una divisa, non ha bisogno del simbolo, come non ne ha bisogno un soldato in battaglia. Passa subito all’azione e si scaglia contro le gang di strada: la prima sequenza da solo contro tutti nella bisca sotterranea ci racconta che è un crociato senza freni, un partigiano della giustizia. Si aggira gradasso tra colletti bianchi, uomini in giacca e cravatta, ragazzi di strada: tutti sono nemici di White, tutti fanno parte del sistema corrotto. C’è davvero molto di Oliver Stone e della sua ideologia oltranzista in questo personaggio…

Nella scena successiva il poliziotto si presenta direttamente al vertice della criminalità organizzata di Chinatown: il lavoro sui costumi crea un magnifico e soprattutto metaforico scarto visivo tra il bianco dei vestiti a lutto dei boss e il grigio elegante di White. Tutti i capi sono seduti, mente il Joey di John Lone li sovrasta in piedi: Cimino espone immediatamente quale sarà il vero duello sul campo. E’ un film quasi interamente giocato sui contrasti, L’anno del dragone. Non solo estetici ma anche di significati. Addirittura di identità: nella scena in cui il collega rinfaccia a Stanley la sua origine polacca, lui gli volta le spalle e osserva la bandiera, come un vero patriota che ha combattuto per il suo Paese. Solo a quella bandiera sente di dovere veramente qualcosa (ancora Oliver Stone…). Un altro contrasto forte del film è rappresentato dai rapporti umani. Una volta tornato a casa White svela le sue ombre, soprattutto quella di una situazione coniugale disastrata: la loro relazione è agli sgoccioli, Connie è stremata dal suo essere costantemente in guerra. Neppure avere un bambino è più importante della sua battaglia. Ecco che Cimino espone il maschilismo e l’egoismo del protagonista. Eppure lei lo perdona in una scena dominata musiche e malinconiche di Clint Mansfield. In fondo, L’anno del dragone è anche un’opera sulla sconfitta umana di tutti coloro che rimangono devoti soltanto alla propria causa.

Ancora il rosso dominante ci riporta in zona di guerra. In questo caso sono le tappezzerie del ristorante dove Stanley incontra la giornalista rampante Tracy Tzu. L’attacco al luogo è cinema grandioso, viscerale, Michael Cimino al suo meglio. Più che un set il ristorante si trasforma in un teatro, dove si consuma sontuosa una rappresentazione che non cerca il realismo, vuole anzi trascenderlo per elevare la visione a metafora di una società (americana) ancora in conflitto, soprattutto come le proprie contraddizioni. Eppure dopo la scena epica il confronto torna a esser quello tra individui: “Questa non è il Bronx o Brooklyn. Non è nemmeno New York. Questa è Chinatown” sentenzia Joey nello scontro a viso aperto tra Mickey Rourke e John Lone. Il cinema di Cimino rimane comunque uno studio di psicologie, inserito in un contesto che le rende costrette ad agire agli estremi. E’ questa scena ad aprire la seconda parte del film, maggiormente incentrata sulla lotta tra individuo e sistema, quindi se possibile ancor più amara e pessimista nella visione dei suoi creatori. L’anima lacerata di Stanley White ad esempio si espone definitivamente a casa di Tracy: l’uomo rimane letteralmente a braghe calate, mostra la sua immaturità. In lui ci sono solo rancore e disperazione, anche nelle azioni che dovrebbero placare questo stato. L’anima probabilmente non si è corrotta, ma di sicuro si è persa…

“Questa è una maledetta guerra e non la perderò. Non questa…” dichiara Mickey Rourke, conscio di essere ormai rimasto solo, non supportato neppure dalle istituzioni per cui sta sacrificando tutto. Perché in fondo il suo nemico Joey non rappresenta forse quello stesso spietato capitalismo con cui l’America ha colonizzato il mondo? Eppure lui non si ferma: il discorso ai poliziotti sull’attenti è simile a quello di un sergente al suo plotone. Poi, radunate le truppe, inizia l’offensiva finale, partendo da quella bisca clandestina dove prima era entrato solo. Adesso è davvero guerra. La battaglia ora rappresenta metaforicamente il conflitto in Vietnam: i poliziotti si schierano e agiscono in plotoni, la controffensiva invece è fatta di attentati contro il singolo: la dolorosa scena di addio a Connie in un lampo si trasforma nel suo massacro. Ora White ha perso ogni controllo umano, non si ferma davanti a nulla, vuole soltanto l’annientamento della sua preda. E’ ad esempio orribile il modo in cui, pur avendo tra le braccia la sua giovane “talpa” colpita a morte, lui si interessi soltanto del nome della nave che trasporterà l’eroina di Joey. Stanley ha sacrificato davvero tutti, ora tocca a lui…

Ed ecco che L’anno del dragone arriva al climax, la straordinaria sparatoria finale sul ponte, a cui White si presenta non in uniforme ma con la sua giacca da veterano. La messa in scena oscura e paradigmatica del duello rappresenta la summa del cinema infuocato di Michael Cimino, un cineasta non conciliato e mai conciliatorio. Anche se forse per il suo maniaco della giustizia Stanley White una minima speranza ancora esiste: dalla rissa finale al funerale di Joey, quando sta per essere sovrastato dalla folla inferocita, sono l’amico poliziotto e Tracy a tirarlo su da terra, a elevarlo metaforicamente da quella condizione in cui il suo spirito autodistruttivo, valendosi della scusa del suo senso del dovere, lo ha trascinato. L’anno del dragone è un film sull’impossibilità di accettare la sconfitta, su una generazione avvelenata dall’orrore di una guerra che, invece di confermare la forza dell’America come portatrice di valori, ne ha smascherato l’ipocrisia e l’ambivalenza. Tutto questo è rappresentato dietro la confezione poderosa di una delle più grandi sinfonie cinematografiche che il cinema americano ha prodotto negli anni ’80. L’anno del dragone non è stato un capolavoro incompreso. E’ stato semplicemente rifiutato.

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