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Obbligo o Verità: la recensione del thriller soprannaturale targato Blumhouse

Obbligo o Verità: la recensione del thriller soprannaturale targato Blumhouse

Di Adriano Ercolani

La Blumhouse sembra diversificare sempre più il proprio tipo di lungometraggi dividendoli tra un prodotto intelligente e ritmato destinato al pubblico giovane (Auguri per la tua morte ne è l’ultimo esempio), un altro che può lavorare come crossover con spettatori più adulti (i franchise di Insidious o The Purge) e infine film che invece elevano il discorso sul genere spesso inserendovi tematiche importanti legate al nostro presente e le sue contraddizioni: Get Out di Jordan Peele e Split di M. Night Shyamalan sono a nostro avviso i fiori all’occhiello di questo secondo tipo di produzioni.

Obbligo o Verità deve necessariamente essere inserito nel primo dei due filoni della Blumhouse, in quanto sfrutta il filone giovanile carpendo a piene mani da idee provenienti da altri film, soprattutto la saga di Final Destination e un piccolo gioiello più recente come It Follows. Il regista Jeff Wadlow (Kick Ass 2) punta tutto sul ritmo della narrazione e la spigliatezza di una messa in scena che sfrutta la trama discretamente congegnata per regalare al pubblico l’eliminazione dei personaggi nei modi più disparati e originali. Non ci troviamo però di fronte al gore di serie come Hostel o L’enigmista, l’idea principale e marchio di fabbrica delle ultime produzioni Blumhouse è quella di intrattenere magari facendo saltare sulla poltrona il pubblico, ma senza scioccarlo con immagini eccessivamente e inutilmente forti.

Rispetto al precedente Auguri per la tua morte di Christopher Landon però Obbligo o Verità non possiede lo stesso piglio: l’idea ad esempio di giocare in qualche modo anche con la commedia in questo caso non viene contemplata, e la freschezza che il precedente film aveva mostrato qui non riesce a essere riproposta. Il film si muove sui binari già prestabiliti da trama e genere senza tentare percorsi che possano renderlo particolarmente originale o elevarlo dalla media, e ciò lo rende uno spettacolo godibile ma non memorabile. Volendo continuare a compararlo con il sorprendente e vitale film di Landon Obbligo o Verità manca di un altro elemento di successo fondamentale: una protagonista che buca lo schermo. L’istrionica e scatenata Jessica Rothe di Obbligo o Verità non trova il suo contraltare nella più gentile ma meno coinvolgente Lucy Hale (Pretty Little Liars in TV). La psicologia e l’arco narrativo della sua protagonista Olivia sono di quelli che non costringono lo spettatore a parteggiare per l’eroina o respingerla, come invece accadeva alla Tree interpretata dalla Rothe. In fin dei conti a risultare addirittura più incisiva è la sua “spalla” Markie, interpretata da Violett Bean.

Rispetto alla qualità altissima a cui ci ha abituato negli ultimissimi anni il cinema sfornato da Jason Blum e la sua Blumhouse – che si tratti di semplice intrattenimento o di qualcosa di più corposo a livello tematico – Obbligo o Verità rappresenta un prodotto di routine, realizzato con gusto ma privo di quella volontà di non ripetersi che ha positivamente distinto il marchio. Un horror che si lascia senz’altro vedere, anche gustare dagli appassionati del genere, ma che non va oltre il livello del compitino ben fatto.

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