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Lost in Space, la famiglia prima di tutto (per non parlar del robot)

Lost in Space, la famiglia prima di tutto (per non parlar del robot)

Di Lorenzo Pedrazzi

I nostri ricordi più freschi sono legati a William Hurt e Gary Oldman nel film del 1998, ma le radici di Lost in Space penetrano molto più a fondo: l’idea di una famiglia Robinson “sperduta nello spazio” risale infatti al 1962, quando la Gold Key Comics cominciò a pubblicare la serie a fumetti Space Family Robinson, con tre anni di anticipo sullo show televisivo di Irwin Allen. Quest’ultimo ebbe vita breve sulla CBS, solo tre stagioni, ma furono sufficienti per imprimere i Robinson sull’immaginario collettivo. Netflix, impegnata nella diversificazione dei suoi prodotti originali, ha pensato bene che un soggetto del genere meritasse una rilettura per il pubblico contemporaneo: Lost in Space va quindi a rimpolpare il versante più family friendly del catalogo, al fianco di Trollhunters, Una serie di sfortunati eventi e altri titoli per famiglie.

Come accade spesso in queste operazioni, il soggetto è stato razionalizzato al fine di valorizzarne le componenti drammatiche, rendendolo anche più credibile per gli smaliziati fruitori odierni. Al centro della trama c’è sempre la colonizzazione di un pianeta extraterrestre nel sistema Alfa Centauri, ma la missione coinvolge numerosi nuclei familiari e singoli individui che hanno superato le selezioni: tra di essi figurano anche i Robinson, con la madre Maureen (Molly Parker), il padre John (Toby Stevens), la primogenita Judy (Taylor Russell), la mediana Penny (Mina Sundwall) e il terzogenito Will (Maxwell Jenkins). John è un militare che ha trascorso molto tempo lontano dalla famiglia, e per questa ragione il matrimonio con Maureen è in piena crisi. Ciononostante, i Robinson partono insieme per fuggire da un mondo in rovina, inquinato e sovrappopolato, sperando di costruirsi una nuova vita dove il cielo è ancora azzurro. Ovviamente qualcosa va storto: la nave della colonia – chiamata Resolute – subisce un misterioso attacco che obbliga i passeggeri a rifugiarsi nelle loro Jupiter (le navicelle modulari da cui si svilupperà l’insediamento umano) e ad atterrare sulla superficie di un pianeta sconosciuto. Il caos, intanto, favorisce una misteriosa clandestina (Parker Posey) che ruba l’identità di un certo Dr. Smith e riesce a salvarsi in compagnia di un meccanico scavezzacollo, Don West (Ignacio Serricchio). Dal canto loro, i Robinson devono subito affrontare una situazione di emergenza: fuggiti dalla Resolute a bordo della Jupiter-2, precipitano tra i ghiacci del pianeta e rischiano di perdere la nave. Mentre la temperatura si abbassa, la situazione diventa sempre più critica, e il piccolo Will incontra uno strano robot che sembra essersi schiantato su quel mondo alieno insieme a loro. La sua origine sarà soltanto uno dei molti enigmi a cui cercheranno di dare risposta, ingegnandosi per sopravvivere al fianco degli altri superstiti.

I dieci episodi di Lost in Space sono ambientati su quest’unico pianeta, esattamente come la prima stagione della serie originale. Alcuni critici americani hanno notato le assonanze con Lost, ed effettivamente qualcosa di simile c’è: il pianeta sembra nascondere presenze inquietanti, i personaggi oscillano tra la necessità di adattarsi e i progetti di fuga, mentre diversi flashback ci illuminano sul loro passato. La trama imbastita da Matt Sazama, Burk Sharpless e Zack Estrin è però molto più lineare, si concentra su due o tre enigmi principali (non così oscuri) e li risolve quasi interamente, fatto salvo l’intrigante cliffhanger che ci rimanda all’eventuale stagione 2. Di fatto, gli sviluppi narrativi portano allo status quo che tutti conosciamo, con la famiglia Robinson, il Dr. Smith e Don West riuniti sulla Jupiter-2, sfruttando i dieci episodi per giustificarlo accuratamente, come se fosse un prequel. Il resto della stagione – per quanto centrata prevalentemente su di loro – si ramifica in diversi personaggi secondari che interagiscono con i nostri eroi e ne influenzano le scelte, permettendo agli sceneggiatori di riempire le puntate senza mai diluirle in sottotrame inutili. Non è un merito da poco: gli episodi si parcellizzano in numerose missioni parallele che coinvolgono vari membri del cast, e ognuna di esse gioca un ruolo importante nell’evoluzione psico-emotiva dei protagonisti. Will, in particolare, occupa un ruolo centrale all’interno di un arco narrativo completo, che parte dalle sue insicurezze (nella prima puntata esita di fronte a un compito difficile, e Judy corre il rischio al posto suo) per arrivare a una nuova consapevolezza di sé, delle sue capacità e del suo carattere. Il legame con il robot contribuisce moltissimo alla definizione di questo processo, anche perché Sazama e Sharpless reinterpretano l’automa come una creatura tecno-organica che dialoga emotivamente con il suo interlocutore; molto significativa è la sua trasformazione “antropomorfa” quando entra in contatto con Will, come se acquisisse umanità nel rapporto col bambino. Molto valida, sul piano tecnico, l’alternanza di CGI ed effetti pratici per dare vita al robot, di cui si avverte sempre la presenza fisica.

Peccato che la serie, per quanto ben strutturata, sia anche limitata da un approccio troppo scolastici: gli autori non cercano mai soluzioni azzardate che esulino dai sentieri già battuti. Persino il tentativo di rendere più complesso il Dr. Smith (al di là dell’intelligente gender-swap) si scontra con una caratterizzazione superficiale, dove l’oscurità del suo passato non basta a legittimarne i comportamenti ambigui. Questo sguardo semplicistico si riflette anche su certi snodi del racconto, dove le forzature e le incongruenze logiche sono evidenti: basti pensare alle soluzioni di comodo che permettono alla famiglia Robinson di cavarsela in diverse situazioni, o alla macchinosità di alcune scelte narrative.

In compenso, la retorica familiare non è mai invadente. Pur essendo il fulcro della serie, la famiglia è rappresentata come un sistema liquido e aperto, dove i legami di solidarietà emergono con naturalezza e senza eccessi melodrammatici. La sua unità è comunque primaria, e non è un caso che Lost in Space sia lo show più “universale” che Netflix abbia prodotto finora: è fruibile da una fascia molto ampia di spettatori, di età ed estrazioni differenti, poiché traspone alcune dinamiche affettive molto comuni in un ambiente inusuale, riportando però i conflitti dei Robinson su un piano molto terreno. Soffre eccessivamente dell’influenza dei blockbuster (si nota anche nei blandissimi intermezzi comici di Penny), ma non getta fumo negli occhi del pubblico e non nutre pretese più ampie rispetto al semplice intrattenimento. Gli ottimi valori produttivi confermano l’impressione di un compitino ben fatto, non particolarmente brillante ma quantomeno dignitoso. Vedremo se, con l’aumento della posta in gioco suggerito dal cliffhanger finale, l’eventuale seconda stagione avrà il coraggio di osare un po’ di più.

Voto: ★★★

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