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Loro, Lui, gli Altri: le ramificazioni del berlusconismo secondo Paolo Sorrentino

Loro, Lui, gli Altri: le ramificazioni del berlusconismo secondo Paolo Sorrentino

Di Lorenzo Pedrazzi

Per quanto generico possa sembrare, il titolo scelto da Paolo Sorrentino per la sua epopea berlusconiana è del tutto adeguato. La vita imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi è sempre stata determinata dall’ossessione per la popolarità, vista come riflesso della sua immagine negli Altri: Berlusconi deve apparire giovanile per accattivarsi i giovani, virile per i nostalgici del machismo, galante per le signore, potente per gli scalatori sociali… insomma, la sua immagine è accuratamente pianificata per piacere a Loro, un pubblico indefinito di potenziali sostenitori che vedono in Lui un modello di riferimento. In fondo, Berlusconi è il primo politico italiano che abbia saputo realmente suscitare l’invidia del suo elettorato, desideroso di essere come lui o con lui: non più un grigio burocrate che parla in politichese, monolitico e inavvicinabile, bensì un compagnone dal linguaggio diretto e colorito, con tempi comici da esperto showman. Ma Loro, di converso, sono anche quelle presenze oscure che manovrano i destini altrui, guardate sempre con spavento dal cittadino comune, il quale però non ha un’idea precisa di chi siano. È un concetto che si potrebbe assimilare al Grande Altro lacaniano, ovvero il Sistema, l’autorità costituita: “Loro” sono quelli che detengono il potere, o che quantomeno conoscono le “persone giuste”, in una scalata verso l’alto che sembra non finire mai. Paolo Sorrentino imposta il suo progetto su questa dialettica speculare, dove entrambi gli attori del confronto – il “sovrano” e i “sudditi” – hanno bisogno dell’altro per conservare il potere o acquisirne un po’, pur senza avere un’immagine chiara del proprio interlocutore.

Non a caso, l’avvio di Loro 1 è spiazzante. Il film parte con una sequenza surreale che suscita uno straniamento quasi lynchano, ma la vera sorpresa è scoprire che il protagonista – almeno per tre quarti dell’opera – sia Riccardo Scamarcio nel ruolo di Sergio Morra, un magnaccia di lusso che fornisce ragazze a diverse autorità di Taranto, sua città natale. Sergio, però, vuole fare il grande salto: vuole arrivare a Lui. Quindi, si trasferisce a Roma con la sua compagna e i figli della donna, organizzando un giro di escort che serve politici e altre personalità, compreso l’ex ministro Santino Recchia (l’ottimo Fabrizio Bentivoglio), molto vicino a Berlusconi. Da qui si dipana una girandola di festini, prostitute, cocaina e altri eccessi cortigiani, dove la figura di Berlusconi è ritratta come un’entità inavvicinabile che si può soltanto sognare, anche a costo di sacrificare la propria dignità. Il vecchio servilismo italiano, sembra dirci Sorrentino, con Berlusconi ha preso una piega carnevalesca che si fa beffe del ridicolo, e l’animo grottesco del regista napoletano combacia perfettamente con questo scenario: la Roma della Grande bellezza ritorna in tutto il suo splendore decadente, mettendo in scena un dispendio parossistico che satura e disgusta fin quasi alla nausea. Tutto è ridotto ai minimi termini, non esiste nulla oltre la mera soddisfazione degli istinti basilari, e i protagonisti di questa commedia sono uomini e donne senza qualità. La raffinata maîtresse di Kasia Smutniak lo dice chiaramente: «È dura non saper fare un cazzo». Questa mediocrità è ben rappresentata dal personaggio di Scamarcio, trafficone che incarna pienamente le aspirazioni deleterie del berlusconismo. Per ovvie ragioni, tocca a lui guidarci verso la graduale scoperta dell’ex premier, come se potessimo avvicinarci a quest’ultimo solo attraverso un mediatore ideale: l’emblema dell’uomo comune che ammira Berlusconi per il suo potere, e ne vuole una fetta.

Nel frattempo, Sorrentino ci travolge con il ciclone edonistico delle alte sfere capitoline, facendo esplodere – anche letteralmente – la viscida lordura in esse radicata. È interessante il fatto che, per gestire una sostanza così magmatica, il cineasta abbia bisogno di rivolgersi a svariate influenze esterne che spaziano da David Lynch all’hip hop montage di Edgar Wright, passando per le disinibite esposizioni carnali di Spring Breakers, ma sempre con un gusto per l’assurdo che armonizza il tutto. Sorrentino cerca di adattarsi alla materia trattata, troppo mutevole per essere imbrigliata nel suo sguardo rigido e codificato. Certo, anche qui emergono diversi tratti peculiari della sua scrittura, come il didascalismo di alcuni passaggi e la tendenza – spesso ingiustificata – a far parlare i personaggi per aforismi; in compenso, però, tali sfumature possono rientrare in quel teatrino artificioso che è Loro 1, concepito proprio per radicalizzare l’Italia di Berlusconi in una maschera grottesca. Non stupisce, in tal senso, che l’entrata in scena del Cavaliere avvenga sotto mentite spoglie, in un gioco scherzoso ma fallimentare per riconquistare la moglie Veronica. Quando però Berlusconi si leva il travestimento, e vediamo finalmente il viso di Toni Servillo, non possiamo dimenticare che si tratta di un’altra maschera: deforme, goffa, innaturale, come quella dell’ex premier dopo numerosi lifting. Sorrentino e Servillo trattano Berlusconi proprio come una maschera, alla stregua di un personaggio da commedia dell’arte. La sua mimica facciale è caricata, il suo accento è macchiettistico: assistiamo alla “messinscena di una messinscena”, perché Berlusconi stesso non è altro che un commediante, o meglio, un uomo di potere che si comporta da buffone, e nasconde i suoi peccati dietro un atteggiamento goliardico. Ogni tentativo di umanizzarne la figura si scontra con questa consapevolezza, anche quando tenta di corteggiare una moglie ormai distante, più impegnata a leggere «libri difficili» che ad assecondare le sue trovate.

Anche per questo, Loro 1 ha ben poco in comune con Il divo. Andreotti era un uomo della Prima Repubblica, ombroso e granitico come il Primo Canale della RAI; mentre Berlusconi è un esponente della Seconda Repubblica, colorato, polimorfo e scintillante come le sue TV private: così, se nel primo caso la centralità del Divo Giulio era totale, stavolta Sorrentino deve sconfinare oltre i margini del protagonista, cercando nei suoi ammiratori – o potenziali epigoni – le ramificazioni del berlusconismo imperante. L’ovvio finale tronco lascia l’opera incompiuta, ma la direzione scelta dal regista è palese: Loro 1 è una lunga premessa che anticipa il caso delle Olgettine, quando la reputazione di Berlusconi tocca il minimo storico. Eppure, alcuni colgono l’opportunità per stringersi ancor più calorosamente attorno al proprio leader, emblema rassicurante di un Grande Altro con cui si può trattare e dialogare. Da questo momento in poi, l’epopea di Berlusconi e dei suoi accoliti può solo diventare più sconfortante, se non apertamente tragicomica.

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