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La Storia dietro un Frame: RoboCop e la morte a base di zucca

La Storia dietro un Frame: RoboCop e la morte a base di zucca

Di Filippo Magnifico

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I set dei film sono pieni di aneddoti più o meno interessanti. Alcuni sono noti, altri meno. Partendo da un frame, da una semplice immagine, si possono scoprire le storie più particolari. Questo perché dietro il semplice fotogramma di una pellicola si può nascondere un mondo. È questo il caso di RoboCop e della morte a base di zucca.

RoboCop è un grande film e come molti grandi film nessuno voleva farlo.
Il mondo del cinema è pieno di storie del genere, di pellicole considerata cult che hanno faticato non poco per arrivare sul grande schermo.
Negli anni ’80 Edward Neumeier e Michael Miner avevano scritto una sceneggiatura che, erano certi, avrebbe dato vita ad un grande successo. Avevano anche ricevuto l’ok della Orion Pictures, che reduce dall’enorme successo di Terminator era più decisa che mai a cavalcare l’onda, portando in sala una nuova storia di robot. Ma nessun regista voleva essere coinvolto in quel progetto.

Ogni volta che proponevano lo script a qualcuno arrivava un secco rifiuto. E molto probabilmente nessuno di loro era mai andato oltre il titolo. Leggevano RoboCop e pensavano a qualcosa di stupido, all’ennesimo b-movie fantascientifico. Regista dopo regista fino a Paul Verhoeven, che dopo aver letto quelle pagine aveva subito detto sì.

No, non è vero. Anche Paul Verhoeven inizialmente aveva detto no. Non solo, per sua stessa ammissione aveva gettato la sceneggiatura sul pavimento dopo averle letta, dicendo:

Non girerò mai questa porcheria!

Le ultime parole famose. Perché, come sappiamo, Paul Verhoeven quel film l’ha diretto e il merito è tutto da attribuire a sua moglie, Martine Tours, che dopo aver dato un’occhiata allo script era tornata da lui dicendo:

Ok, non sarà Shakespeare ma è molto più profondo di quanto pensi.

E Martine aveva ragione perché sotto quell’aria da rozzo film fantascientifico, si nascondeva molto di più e anche Paul Verhoeven aveva cominciato a notarlo.
Pur non avendo mai realizzato una pellicola sci-fi, pur non avendo mai girato un film in America, aveva deciso di accettare la sfida, per portare sul grande schermo la sua personale interpretazione del mito di Gesù.

Sì, avete letto bene: Gesù.

Per Paul Verhoeven RoboCop era quello: una raffigurazione moderna del martirio, della crocifissione e della resurrezione. L’ex poliziotto Alex Murphy, trasformato dopo il suo sacrificio nel “futuro della legge”, era un Gesù americano e come ogni americano che si rispetti era armato di pistola. Ed ecco che arriva anche una seconda chiave di lettura, che è anche la più evidente, quella della satira sociale.

RoboCop è anche una perfetta satira dell’America del periodo, come ogni film ambientato nel futuro rispecchia il suo tempo e Paul Verhoeven vedeva così gli Stati Uniti, il mondo degli yuppie. Senza giudicare, senza voler ergersi a moralista, la sua era una semplice rappresentazione, condita da una dose di violenza talmente eccessiva da risultare snaturata e grottesca.

Chi ha visto RoboCop sa bene quando sia violento. Alcuni esempi sono la morte di Alex Murphy (eccessiva proprio perché doveva avere dei punti in comune con il martirio di Gesù), il povero Emil sommerso dai rifiuti tossici e la brutale uccisione del giovane consigliere Kinney interpretato da Kevin Page, dilaniato dai colpi del robot di pattuglia ED-209.
Immaginiamo di vedere quella scena proprio in questo momento. Bene, è arrivato il momento di schiacciare il tasto pausa e di tornare indietro nel tempo.

Sono gli anni ’80 e Kevin Page è un giovane studente della Southern Methodist University. Ottiene il suo primo ruolo in un film, niente di troppo importante, poche pagine. Il suo personaggio muore subito, oltretutto, ma a lui non importa, perché ha l’opportunità di dividere il set con grandi nomi come Miguel Ferrer e Ronny Cox, per la prima volta alle prese con un ruolo malvagio.

Il suo personaggio muore dilaniato dai colpi del robot ED-209, che ovviamente non è presente sul set. O per essere più precisi è presente sul set ma si tratta di un modello a grandezza naturale che non può muoversi (quello che si vedrà sul grande schermo sarà realizzato con un sapiente uso della stop-motion). Sotto il suo vestito sono nascoste delle microcariche esplosive piene di sangue, piccoli petardi, che esplodendo regalano l’idea delle pallottole che perforano la carne.

Tre giorni di riprese, di abiti da buttare e di litri di sangue finto. Poi a casa, il suo compito è finito. Più o meno. Perché a distanza di due mesi gli tocca tornare sul set, Paul Verhoeven ha rivisto il girato e secondo lui – rullo di tamburi – non è abbastanza violento!
Lo richiamano, quindi, per rigirare quel momento e per l’occasione nascondono sotto il suo abito ben 200 microcariche, forse un record per l’epoca. Perché quando si tratta di essere violenti il regista Paul Verhoeven non si tira mai indietro. A lui piace esagerare ma neanche 200 microcariche sono abbastanza per lui, continua a dire che la scena non funziona.

Il team degli effetti speciali comincia a pensare a come risolvere quel “capriccio”. I ragazzi stanno pranzando e il menù del giorno offre la “zucca spaghetti”, una varietà di zucca (detta appunto spaghetti squash) che produce lunghi filamenti simili agli spaghetti. Un’illuminazione. Tornano sul set con buste cariche di quella zucca e la nascondono sotto il vestito di Kevin Page.
La zucca, unita alle microcariche e al sangue finto, regala l’effetto che Paul Verhoeven cerca: il corpo di Kinney che si squarcia sotto i colpi di ED-209, dilaniato senza pietà. Povera zucca!

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Anche oggi siamo giunti alla fine del nostro appuntamento, anche oggi abbiamo scoperto che basta soffermarsi su di un singolo frammento di pellicola per scoprire un mondo. La settimana prossima ci attenderà un nuovo frame, una nuova storia.

QUI TROVATE TUTTE LE NOSTRE STORIE DIETRO UN FRAME

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