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Killing Eve – Sfida tra nemiche geniali nella nuova serie di Phoebe Waller-Bridge

Killing Eve – Sfida tra nemiche geniali nella nuova serie di Phoebe Waller-Bridge

Di Lorenzo Pedrazzi

Chi non conosce Phoebe Waller-Bridge farebbe bene a recuperare i suoi lavori precedenti, ovvero Crashing (disponibile su Netflix) e Fleabag (su Amazon Prime Video). L’attrice e sceneggiatrice londinese è piombata come un ciclone sul panorama televisivo contemporaneo, facendosi apprezzare immediatamente per la lucidità del suo umorismo, capace di esprimersi sia nella levità della commedia romantica – come in Crushing – sia nell’amarezza della commedia drammatica, di cui Fleabag rappresenta una delle migliori declinazioni recenti. La particolarissima espressività del viso e il delizioso accento britannico fanno di Phoebe Waller-Bridge un’interprete ammaliante, ma i suoi meriti partono dalla scrittura: abilissima nel calare i personaggi in situazioni paradossali (di cui spesso sono responsabili diretti o indiretti), Waller-Bridge ha un grande talento nel mettere in scena gli imbarazzi della vita quotidiana, intercettando lo smarrimento di una generazione – i trentenni odierni – che non può contare sulle medesime certezze sociali, lavorative ed economiche dei genitori.

Con queste premesse, il debutto di Killing Eve su BBC America era circondato da notevoli aspettative, subito ripagate da una premiere arguta e fulminante. Per la prima volta, Phoebe Waller-Bridge è autrice di uno show senza esserne l’interprete: al suo posto, infatti, c’è l’ottima Sandra Oh di Grey’s Anatomy, impegnata in una sfida a distanza che rilegge il topos narrativo della “spia contro spia” da una prospettiva inedita. L’attrice canadese presta il volto a Eve Polastri, addetta alla sicurezza del MI5 – i servizi segreti inglesi – che vive con scarso entusiasmo il suo lavoro d’ufficio, e sogna di essere impiegata sul campo. L’omicidio di un politico russo a Vienna desta l’attenzione dell’intelligence, e Eve è incaricata di provvedere alla sicurezza della fidanzata della vittima, in quanto testimone dell’assassinio. La colpevole è Villanelle (Jodie Comer), infallibile killer internazionale che lavora su commissione, e che ama circondarsi di oggetti lussuosi per esprimere il suo status. Villanelle è incaricata di eliminare un altro obiettivo in Toscana, mentre Eve comincia a indagare per conto suo, e intuisce subito che l’assassina è una donna. Tra conversazioni pungenti con il marito Niko (Owen McDonnell) e duri conflitti con i superiori, Eve dimostra di essere un passo avanti rispetto ai colleghi, ma la situazione precipita quando Villanelle si reca a Londra per uccidere la testimone.

Pur essendo basata sui romanzi di Luke Jennings, non è difficile rintracciare in Killing Eve l’impronta inconfondibile dell’autrice inglese, evidente sia nei dialoghi brillanti sia nella costruzione delle identità femminili. Di fatto, Waller-Bridge applica il cinismo e lo humour tagliente di Fleabag a un bizzarro thriller spionistico, interamente fondato sul dualismo – spesso intercambiabile – tra cacciatrice e preda. Tale dicotomia non è una novità di per sé (basti pensare a Heat e Il Cavaliere Oscuro, giusto per citare due casi emblematici), ma Killing Eve ne rielabora gli schemi attraverso uno sguardo femminile, e non è un cambiamento da poco. Il primo episodio, per quanto preliminare, lavora sul contrasto fra le due protagoniste e una sfera maschile che suscita sentimenti discordanti, sempre sul punto di risultare oppressiva. Non a caso, il politico russo ucciso da Villanelle è noto per la sua misoginia, mentre l’obiettivo italiano (con il volto di Remo Girone) si prende la libertà di sfiorarle il volto senza permesso, e il suo gesto viene immediatamente stigmatizzato dall’assassina. «Credono sempre che abbiamo un amante prima di pensare che siamo agenti segreti» dice Carolyn Martens, capo dell’ufficio russo del MI6, confessando a Eve le discriminazioni che ha subìto nella sua carriera di spia. In questa frase è racchiusa la “poetica” della serie, misto di ironia e disillusione che l’accomuna agli altri lavori di Waller-Bridge, ma in un contesto più vasto e ambizioso.

Killing Eve, in effetti, dimostra che l’autrice è pronta a espandere gli orizzonti del suo intimismo, cercando nuovi spazi di espressione in un genere diverso (il thriller spionistico). Il suo umorismo desta un piacevole straniamento davanti agli sviluppi più turpi della storia, e lo scontro a distanza fra le due donne rispecchia proprio questa peculiare “sospensione”, come se entrambe non appartenessero all’universo fisico. Mentre Eve – come accade spesso alle eroine dell’autrice – pare sempre fuori posto, a disagio in un ambiente governato da regole ottuse, Villanelle è una killer inquietante e stralunata che non lascia mai trasparire le sue vere intenzioni, né tantomeno le sue emozioni, ma sembra ricavare piacere dall’esercizio della violenza. Ed entrambe, ognuna a modo proprio, sono “scomode” perché non accettano i dettami dei rispettivi ruoli, preferendo seguire invece un proprio codice morale e professionale.

Ciò che si prospetta davanti a loro non è uno scontro muscolare, ma etico e mentale, nel quale potrebbero individuare persino qualche punto di congiunzione. D’altra parte, entrambe sono caratterizzate da un “scandaloso” cinismo che sfiora l’umorismo macabro, soprattutto in virtù di una mente glaciale che analizza e frammenta ogni situazione. Sandra Oh e Jodie Comer hanno il merito di incarnare un’apparente fragilità umana, dietro cui si nasconde qualcosa di più profondo; la prima con uno spirito buffo e giocoso, la seconda con un temperamento algido, talvolta persino beffardo: esemplare l’incipit dell’episodio, dove il gioco di sguardi e sorrisi con una bambina bionda in un caffè viennese cela uno scherzo ben poco tenero.

È in questa repentina alternanza di toni che Killing Eve trova la sua chiave di volta, dimostrandosi capace di spiazzare le aspettative e contaminare i registri nell’arco di una singola scena. La partenza, insomma, è di alto livello.

Voto: ★★★★

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