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Una serie di sfortunati eventi, sempre più sfortunati: la recensione della stagione 2

Una serie di sfortunati eventi, sempre più sfortunati: la recensione della stagione 2

Di Lorenzo Pedrazzi

Sempre più infausto è il destino dei fratelli Baudelaire, e la seconda stagione di Una serie di sfortunati eventi non fa che aggravare la loro situazione: Netflix continua il suo metodico adattamento della saga di Daniel Handler (alias Lemony Snicket), trasponendo i successivi cinque romanzi del ciclo letterario – da L’atroce accademia a Il carosello carnivoro – in dieci puntate ricche di cinismo, cupezza e disincanto, com’è nella tradizione del franchise. La squadra creativa rimane la stessa, e l’esito pare talmente armonioso da rendere quasi indistinguibile una stagione dall’altra. Ovviamente le disavventure dei piccoli Baudelaire subiscono un’evoluzione, ma i pregi e i difetti della serie, sul piano estetico e narrativo, non sono affatto cambiati.

I primi cinque episodi – quelli che ho potuto vedere in anteprima, e quindi oggetto della recensione – tendono a reiterare i meccanismi classici della saga, fino a un punto di svolta che coincide con il finale del quinto, a metà de Il vile villaggio: un momento cruciale nello sviluppo della macrotrama e nella definizione dei suoi codici espressivi. Comunque sia, l’incipit della prima puntata si collega direttamente al finale della scorsa stagione: Violet, Klaus e Sunny Baudelaire vengono affidati dal signor Poe alla Prufrock Preparatory School, “atroce” collegio dove affrontano il Vicepreside Nero e l’insopportabile Carmelita Spats, pupilla della scuola. Costretti ad alloggiare nella “baracca degli orfani” perché sprovvisti di autorizzazione genitoriale per il dormitorio, i Baudelaire incontrano i trigemini Quagmire, rimasti solo in due dopo la morte del fratello Quigley, morto insieme ai genitori nell’incendio della loro casa. Accomunati dal medesimo passato, i Baudelaire e i Quagmire uniscono le forze, trovando supporto nella dolce bibliotecaria, Olivia Caliban. Intanto, Larry cerca di consegnare ai Baudelaire un libro che illustra i segreti di V.F.D., l’organizzazione di cui fanno parte i loro genitori, mentre il Conte Olaf (Neil Patrick Harris) assume l’identità di un insegnante di ginnastica, Genghis, e torna a perseguitare i tre bambini. Nonostante l’intervento di Jacques Snicket (Nathan Fillion) e lo smascheramento di Olaf, i Quagmire vengono rapiti da quest’ultimo, e il libro resta nascosto nella biblioteca finché non viene scoperto da Olivia.

Espulsi dalla Prufrock, i ragazzi vengono ricondotti in città dal signor Poe, che li affida ai ricchissimi Jerome ed Esmé Squalor, le cui vite sono condizionate da ciò che è “alla moda” (in) e ciò che non lo è (out). Olaf torna alla carica e si traveste da banditore d’aste tedesco, Gunther. Dopo aver scoperto che i Quagmire sono imprigionati nella tromba dell’ascensore in disuso, i tre fratelli usano le loro risorse per liberarli, ma non ci riescono a causa di Esmé, che in realtà è la fidanzata e complice di Olaf. Ciononostante, il perfido Conte viene smascherato ancora, e riesce a fuggire con Esmé, i suoi scagnozzi e i due Quagmire. Dato che i Baudelaire non hanno alcuna intenzione di abbandonare i loro amici, rifiutano di stare con Jerome, il quale li avrebbe adottati solo se avessero rinunciato alla loro battaglia con Olaf. Di conseguenza, Poe li accompagna nel paesino di V.F.D., dove l’intero villaggio si prenderà cura di loro. I ragazzini vengono affidati a Hector, gentile tuttofare che è terrorizzato dagli anziani del paese. Il villaggio è infatti un covo di fanatismo, invaso dai corvi e pieno di regole assurde, al punto che persino i libri sono banditi; non a caso, la sigla sta per Villaggio Di Fanatici, e non ha niente a che fare con l’omonima organizzazione segreta. Mentre i Baudelaire si danno da fare con le mansioni quotidiane del luogo (devono farlo in cambio dell’ospitalità), Olaf ed Esmé raggiungono V.F.D., inseguiti da Jacques e Olivia. Lo scontro inizialmente volge a favore di questi ultimi, ma il Conte alla fine riesce ad avere la meglio, si traveste da detective Dupin e mette in atto il suo piano insieme alla fidanzata, che si maschera da agente Luciana. Dopo aver catturato Jacques e averlo truccato da Olaf, i due complici ingannano il villaggio, che ordina l’esecuzione del finto criminale. Nella notte, Jacques e Olivia riescono a liberarsi, ma solo la bibliotecaria riesce a fuggire; il povero Snicket, invece, viene ucciso da Olaf, come scoprono con orrore i tre Baudelaire la mattina seguente…

Lo schema narrativo è sempre lo stesso, anche se i lettori dei libri sanno bene che, dopo Il vile villaggio, certi meccanismi sono destinati a cambiare. D’altra parte, i codici espressivi della serie hanno una funzione ben precisa: allestire un contesto dove i bambini sono le uniche persone assennate, e quindi costrette all’isolamento. Quello di Una serie di sfortunati eventi è un mondo stralunato e paradossale, dove gli adulti sono fondamentalmente ottusi e ignoranti, troppo assuefatti ai loro preconcetti per cogliere anche le verità più banali. Tronfi ed egocentrici, si rapportano ai bambini con insopportabile paternalismo, convinti di saperne più di loro e sottovalutandone l’intelligenza; non a caso, una gag ricorrente vede gli adulti della serie – spesso il signor Poe – spiegare ai ragazzini il significato di una determinata parola, nonostante questi ultimi lo conoscano meglio di loro. È proprio qui che risiede il lato più angosciante della saga: anche se le macchinazioni di Olaf sono palesi, e i suoi travestimenti non dovrebbero ingannare nessuno, i Baudelaire non possono mai contare sull’aiuto di chi dovrebbe proteggerli, ma soltanto su loro stessi. Le grida e gli avvertimenti dei bambini restano inascoltati.

La serie riesce ancora una volta a bilanciare la sua grande varietà di toni, spesso contrastanti, che oscillano fra il dramma e la commedia, il thriller e il fantastico, il mistery e il grottesco, ottenendo una miscela davvero unica nel suo genere (o, ancora meglio, nel suo incrocio di generi). Questo curioso “leviatano” si nutre di suggestioni molto eterogenee, radicate sia nella letteratura sia nei cartoon, dipingendo un clima sospeso e surreale che prende le distanze anche dai risvolti più tragici. Lo straniamento che ne deriva non è molto lontano dal cinismo dei Looney Tunes, per intenderci, e il parossismo delle interpretazioni contribuisce ad alimentare l’atmosfera anti-naturalistica, già evidente nelle ambientazioni “posticce” e negli effetti visivi stilizzati. Spesso si ha l’impressione di sfogliare un libro pop up per bambini, e il merito è anche dell’esperienza di Barry Sonnenfeld con il cinema fantastico. La Prufrock Preparatory School, ad esempio, è un incubo gotico che ricorda un cimitero (i dormitori sono simili a lapidi), mentre l’appartamento dei coniugi Squalor è un’immensa trappola déco che rimanda all’estetica steampunk, contribuendo all’aura atemporale dello show.

Peccato che le sceneggiature di Daniel Handler continuino a soffrire di un’eccessiva verbosità, e talvolta fatichino a tradurre la storia in immagini. Pur aumentando il tasso spettacolare di alcune scene (rese quindi più “filmabili”), gli episodi rischiano di incagliarsi nei segmenti di intermezzo, troppo lunghi o superflui, come accade soprattutto ne L’atroce ascensore. Resta comunque un prodotto interessante, sempre sul filo di una “meta-narrazione” che svela l’artificiosità della messinscena, senza preoccuparsi di trasmettere quel senso di naturalezza – dovuto ai trucchi del montaggio e del climax – che dovrebbe farci dimenticare la sua origine fittizia. Al contrario, Sonnenfeld e Handler sottolineano continuamente gli artifizi del racconto, non solo con panorami digitali e scenografie inverosimili, ma anche con gli interventi del narratore: Lemony Snicket, infatti, interrompe l’azione per imporci la sua presenza ingombrante, ricordandoci che stiamo assistendo alla narrazione di una narrazione.

Una nota finale se la merita il validissimo cast, guidato dal trasformismo vocale (prima ancora che fisico) di Neil Patrick Harris. Notevoli, però, anche i contributi di Roger Bart e Lucy Punch nei ruoli del Vicepreside Nero ed Esmé Squalor.

Voto: ★★★

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