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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Love, Stagione 3: L’Amore e altri Disastri

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Love, Stagione 3: L’Amore e altri Disastri

Di DocManhattan

“Che cos’è l’amore?”, si chiedeva il noto filosofo trinidadiano-tedesco Haddaway negli accaldati simposi estivi del ’93, prima di chiedere alla sua baby di non fargli più del male. Per il produttore, sceneggiatore e regista Judd Apatow (40 anni vergine, Molto incinta, Un disastro di ragazza) e i suoi sodali, Paul Rust Lesley Arfin, l’amore è una bestia strana, figlia di un mix poco equilibrato fatto di affetto sincero, attrazione e rinfacciarsi le cose in modo molto puerile. È tornata su Netflix da qualche giorno la serie Love, con i 12 episodi della terza e ultima stagione. E allora, visto che si va a chiudere, come finiranno le cose tra Gus e Mickey? Dai, tranquilli: niente spoiler. Per chi mi avete preso?

Due anni dopo quell’incontro voluto dal destino (e da una nottata balorda; capita, quando ci si mettono un threesome e un ex fidanzato cocainomane), Gus e Mickey continuano a portare avanti la loro relazione, esaminandola dai rispettivi punti di vista, creandosi un sacco di problemi assurdi e facendo di tutto per stare sulle scatole allo spettatore. La cosa più bizzarra di Love è proprio il modo in cui la serie si impegna per non farti creare alcuna empatia con i suoi due protagonisti. È una tecnica narrativa che oggi va forte: anziché cercare di arruffianarsi il pubblico, i personaggi ti buttano in faccia la loro antipatia, lasciando che siano la goffaggine e le sfighe che gli capitano tra capo e collo a compensare. E funziona? Sì, abbastanza.

E così Gus (Paul Rust) fa l’insegnante privato per i giovani protagonisti di un serial di successo a Hollywood. Ma sogna di fare lo sceneggiatore ed è perciò enormemente frustrato. Gesticola troppo quando parla, è una pentola a pressione in cui uno spezzatino di rabbia e frustrazione è lasciato sul fuoco troppo a lungo, e vive spesso male il suo rapporto con Mickey, piantando delle bambinate assurde (per l’intero quarto episodio, ad esempio). Mickey (la bravissima Gillian Jacobs), invece, è una producer radiofonica di successo e, quando vuole, riesce ad essere simpatica e perfino assennata. Laddove per “quando vuole” s’intende “quando non è impegnata a fare la stronza e trattare malissimo i suoi amici”.

Alla fine, più che l’amore, in Love c’è la vita, la quotidianità e quanto di imprevedibile si tira dietro. Il tono degli episodi e il loro contenuto varia così in modo sufficientemente imprevedibile da tenerti incollato, perché non sai a volte che piega prenderà una puntata. Per quanto supercanonica sia ad esempio la trama del primo episodio di questa terza stagione, con la disastrosa gita fuori porta di Gus, Mickey e amici in un posto che no, non è esattamente Palm Springs, altre si avventurano in direzioni completamente diverse. I due protagonisti restano stronzi, e Gus continua a gesticolare troppo, ma ci sono delle buone idee e dei comprimari divertenti (idolo il borioso e sfigatissimo Dottor Colter della radio), e ci si diverte. Certo, a patto di digerire l’umorismo di Apatow.

Perché, di fondo, i temi portanti sono sempre quelli dei suoi film. Uomini adulti bamboccioni che si infilano in situazioni dannatamente imbarazzanti, da film di Carlo Verdone (bella mossa quelle casse bluetooth, Gus. Complimenti), amicizie che sopravvivono a sassolini tirati fuori dalle scarpe di dimensioni pari all’Adamello, sesso, gag metareferenziali sul mondo di Hollywood, un pizzico di tristezza. Un approccio a modo suo realistico alla commedia, lontano miliardi di parsec dagli schemi rodatissimi al punto di consumarli delle sitcom. E la chiusura della storia, ovviamente, non può che essere anticonvenzionale come tutto quanto venuto prima in tre stagioni. È l’amore, dice.

E, ragazza di Haddaway? Smettila di fargli del male, per cortesia: è passato un quarto di secolo, e che diamine.

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