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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – Collateral: Il mestiere pericolosissimo del portapizze

Pubblicato il 14 marzo 2018 di DocManhattan

No, davvero: portare le pizze è un mestiere pericolosissimo nella Londra di Collateral. Abullah consegna quelle di un gettonatissimo buco chiamato Royal Pizza, gestito da una tizia insopportabile. Ma dopo averne consegnata una all’apparentemente stralunatissima signora Mars, nel sud della capitale inglese, Abdullah viene ammazzato come un cane in mezzo alla strada da un sicario. Un’esecuzione in piena regola, blam, blam. È forse un reato d’odio? Cosa farà mai scomodare un killer professionista per stendere un ragazzo della pizza? L’omicidio mette in moto tutta una serie di eventi che ruotano attorno a una miriade di personaggi, dalla detective che si occupa del caso e non è esattamente un ritratto dell’entusiasmo (la Carey Mulligan di Drive e Suffragette) al politico interpretato da John Simm (Life on Mars) e alla sua ex moglie (Billie Piper: Penny Dreadful, la Rose di Doctor Who).

Non è finita. Come in un superbarzelletta, ci sono anche un reverendo donna, un sergente dell’esercito di sua maestà, una tossica che vive con il prete… Ma fermi, non fate quelle facce. Una volta tanto, l’aprire tutto un ventaglio di personaggi non si traduce in una storia piena di spunti lasciati appesi, in ossequio a quel nuovo modo di raccontare il thriller in TV che punta sul caotico affastellarsi di facce e situazioni per darsi un tono. E quando poi tutto finisce ciao, chi s’è visto s’è visto. Quella di Collateral è, al contrario, alla fine una storia chiara e piuttosto lineare, in cui l’intrecciarsi delle vicende non sembra totalmente casuale o VOLUTO-DAL-DESTINO® come altrove. Niente simpatico effetto soap opera alla Centovetrine, in buona sostanza. Perché se il canovaccio di base non brilla particolarmente, Collateral recupera con ottimi dialoghi e personaggi non banali, nonostante siano spesso incarnazioni di vari stereotipi professionali. Si vede lontano un miglio, insomma, che si tratta di una serie britannica, e non solo perché dura soltanto quattro puntate.

Al di là del setting, al di là dell’accento dei protagonisti, al di là di un modo così diverso di mettere in scena ingredienti simili se non uguali, le serie britanniche hanno quasi sempre una marcia in più. Non so come altro dirlo, perciò la metto giù piatta: sembrano in genere meno sceme, nel senso di prive di momenti ridicoli e inverosimili che nell’intrattenimento per il piccolo schermo d’oltreoceano – stiamo generalizzando, chiaro, ma seguitemi – sembrano abbondare sempre per un qualche ragione. E le serie inglesi, spesso e volentieri, hanno anche dei dialoghi migliori, non lasciati scrivere a un branco di macachi muniti di macchine da scrivere come nell’89% abbondante degli show crime yankee. Tutto questo per dire che sì, insomma, le quattro ore scarse di Collateral scorrono che è un piacere. Niente per cui strapparsi i capelli, occhio, ma entertainment televisivo fatto bene.

E poi c’è quell’altro fatto, anch’esso tipico della TV di sua maestà (più o meno in senso letterale, visto che Collateral è distribuita nel mondo da Netflix ma è una produzione BBC Two): serie per la TV di stato in cui non ci si tira indietro davanti a nulla. E ok, qui non avremo le stragi all’asilo di Utopia che hanno scandalizzato mezza Inghilterra o il rendez-vous intimo tra il primo ministro e un suino del primo episodio di Black Mirror – entrambe serie di Channel 4, che è pur sempre una rete pubblica – ma si parla di immigrazione, traffico di esseri umani e altri temi caldissimi in tutta Europa, prima e dopo la Brexit, come in buona parte del resto del globo. C’è del pathos, c’è del contenuto, ma non te lo sbattono in faccia con tono superdidascalico da maestrina del tardo Ottocento o da globulo bianco di Esporando il corpo umano come avviene nelle fiction nostrane e in tanta roba che passa il convento dello streaming stelle e strisce.

Poi, chiaro, quel che viene detto, il messaggio che si veicola può piacere o meno, in base a quello che si pensa dell’argomento. Tanto è vero che la rete è piena di opinioni negative su Collateral perché la si definisce una serie troppo “politica”. Ma che quanto detto venga condiviso oppure no, non ci si risparmia nel dirtelo. Né si presuppone che ad ascoltarlo ci sia un bambinetto di quarta elementare da portare per mano. Ottima prova della Mulligan, adorabile nei panni di una detective ed ex ginnasta famosa con pochissima gioia di vivere. La Rose del Dottore/Lily Frankenstein, invece, è sempre amabilmente insopportabile qualsiasi cosa faccia, anche senza un TARDIS nei paraggi. In più: premio madre stronza dell’anno e spreco di pizza.

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