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Seconda Occasione: il pazzo mondo di Hudson Hawk (1991)

Seconda Occasione: il pazzo mondo di Hudson Hawk (1991)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: “che diavolo sto guardando???”

SVOLGIMENTO: Bruce Willis nasce come comico. Ve lo ricordavate? Era tipo un Ryan Reynolds degli anni ’80, tranne che era bravo. Faceva questa serie tv, Moonlighting, che era un’action comedy in cui sparava gag a getto continuo, e per cui fu candidato più volte ai Golden Globe e ne vinse pure uno. Uno invece vede il Bruce adesso, fisico massiccio, mascella squadrata, sguardo che ti incenerisce, e pensa che sia un’action star che se la cava bene con le battutine, una specie di John Wayne un po’ più sportivo. Lo vedremo dopodomani in sala nel remake del Giustiziere della Notte nei panni che furono di Charles Bronson, e non battiamo ciglio: pensiamo “ovvio”. Chi c’è di più cazzuto e intimidatorio di Bruce Willis? Poca gente. E invece la sua storia è al contrario: è un ex-comico che si è ritrovato a fare action.
È Die Hard a cambiargli la vita: nasceva come sequel di Commando, ma siccome Arnie tentennava viene trasformato quasi nel suo opposto. Bruce Willis venne assunto nei panni di “uomo normale” che non fa il gradasso ma si lamenta, che non veste da duro ma rimane scalzo per sbaglio, che non fa body building per cui si tiene addosso la canotta. Finge di essere a disagio per sfottere il superomismo tipico 80s, ma in realtà si diverte un mondo e gli ci vorrà pochissimo per identificarsi nel ruolo.
Insomma: il film sfonda. Il sequel sfonda. Sapete che altro sfonda? Senti chi parla. E voi penserete: che c’entra? C’entra, perché in quell’orribile film col neonato che pensa come un adulto, da noi reso vagamente sopportabile grazie all’intuizione di farlo doppiare da Paolo Villaggio, la voce originale era di Bruce Willis. Fanno tre film pure di quello.
In mezzo c’è persino Vietnam – Verità da dimenticare di Norman Jewison, che non incassò dei gran soldi e che oggi non ricorda nessuno, ma che è dove Bruce inaugura la sua versione drammatica silenziosa e malinconica che avrà successo dieci anni dopo con i film di M. Night Shyamalan, e ci guadagna un’altra nomination ai Golden Globe, stavolta lato cinema.
In conclusione: passano a malapena due anni e Bruce si sente un Dio in terra, nonché l’uomo a cui il Destino ha consegnato la missione di portare il cinema nell’epoca post-reaganiana, in un periodo in cui Stallone balbettava e Arnold stava diversificando sulla commedia.
È quindi in procinto di sfoderare quello che io definisco Progetto al Picco del Potere (PPP), ovvero il film che decidi di realizzare quando te la senti caldissima e senti di poter scegliere quasi qualsiasi cosa come tua prossima mossa (altri esempi: Stallone con Cobra, Schwarzenegger con Last Action Hero, Steven Seagal con Sfida tra i ghiacci… avete già capito che di norma non finisce benissimo).
E qual è il film che Bruce Willis decide di farsi scrivere su misura?
L’idea è Hudson Hawk.

Hudson Hawk, di base, è quello che succede quando ti chiedono se ti credi John Wayne e tu rispondi che in realtà hai sempre avuto un debole per Roy Rogers (“yippee-ki-yay”).
Hudson Hawk (personaggio) è un ladro professionista che, appena uscito di galera, viene ingaggiato per rubare un prezioso artefatto creato da Leonardo Da Vinci in persona e si ritrova coinvolto in un intrigo che coinvolge la mafia, il Vaticano e una coppia di super villains.
Il film parte con un lungo flashback su Leonardo Da Vinci stesso intento a fare il buffo inventore medievale italiano, che è più che sufficiente per far cambiare canale quattro volte a chiunque si aspettasse un altro Die Hard: poi entra in scena Bruce e ci si tranquillizza un pochetto.
Hudson Hawk (film), incipit macchinoso a parte, inizia a tutta birra con un Bruce Willis che domina la scena, una sceneggiatura che non fa passare un minuto senza una gag ad effetto e un’intesa a occhi chiusi fra Bruce e la sua buddy spalla Danny Aiello.
Certe idee sono geniali: Bruce e Danny che cronometrano i loro colpi cantando una canzone è l’idea fatta e finita su cui Edgar Wright baserà tutto Baby Driver.
È puro Roy Rogers: l’eroe sorridente che se la canta che è un piacere.
Ma lentamente la sicurezza diventa arroganza, il ritmo diventa accumulo, le gag si fanno sempre più surreali e cartoonesche – a un certo punto compare persino Horatio Caine di CSI a fare il mimo – e il film accellera fino a fondere il motore.
Quando entra in scena la coppia di cattivi ogni limite è sfondato: Richard E. Grant e Sandra Bernhard ci vanno di overacting come se il regista li avesse chiusi in uno stanzino e costretti a guardarsi il meglio/peggio di Nicolas Cage per un mese di fila, Bruce sta al gioco volentieri e la situazione non si recupera più.
A tratti ricorda gli sbalzi tonali di Last Action Hero, ma è difficile parlare di confusione: sembrano tutti perfettamente consapevoli di quello che stanno facendo, del gioco al continuo rialzo, dell’abbattimento delle barriere tra “now I have a machine gun, ho ho ho” e gente che cade sull’asfalto da 15m senza farsi nulla come in Bugs Bunny (scrive sempre lo Steven E. de Souza di Die Hard), e implicitamente di quanto è irresistibile la cocaina. Semplicemente, ci vuole un pazzo a pensare che una roba del genere – che negli anni ha comunque collezionato la sua piccola schiera di ammiratori – meriti il budget delle grandi occasioni.
Per Bruce Willis, il post-Reagan avrebbe portato John McClane a Cartoonia a bordo di un jukebox anni ‘40.
Quasi, uhm, ma no.

Il film costa 65 milioni e ne incassa 17, lasciando un sacco di gente perplessa. Ma Bruce non se ne fa un cruccio: tempo sei mesi e si ripresenta con quel capolavoro indiscutibile dell’Ultimo Boyscout.

P.S.: se proprio dovete, recuperatelo in originale e godetevi l’italiano farlocco della voce all’altoparlante che dichiara “il Vaticano è stato rubato, ripeto, il Vaticano è stato rubato”.

VERDETTO: se l’è sentita troppo calda.

COS’HO IMPARATO: c’è un solo Nicolas Cage.

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