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Seconda Occasione: la versione blu scura di Super Mario Bros (1993)

Seconda Occasione: la versione blu scura di Super Mario Bros (1993)

Di Nanni Cobretti

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L’ACCUSA: “è previsto qualcosa che assomigli al videogioco di Super Mario in questo film tratto dal videogioco di Super Mario?”

SVOLGIMENTO: Super Mario Bros è il primo film ad essere tratto da un videogame, ed è un’idea di… uhm, Roland Joffé, regista di Urla del silenzio, Mission e La lettera scarlatta. Eh. A volte sei in bagno che leggi Selezione e non hai la più pallida idea dei lampi di ispirazione che ti prendono. Roland telefonò subito in Giappone e fece un accordo con la Nintendo sulla base di un paio di milioni, e poi convinse la Disney a cacciar fuori un budget di quasi 50, di poco inferiore a quello di Jurassic Park. Mica male, eh? Gli andò sicuramente meglio di quando quasi 20 anni dopo fu colto da un altro fulminante colpo di genio e volle girare un film sulle t.A.T.u.. Ve le ricordate le t.A.T.u.? Materiale per un altro numero, mi sa.
Dicevamo: all’epoca non c’era niente del genere, ed era comprensibile che non si sapesse da dove cominciare per dare una storia a qualcosa che non ce l’aveva. Ma quale creativo non accetterebbe una sfida simile? Hollywood ci va matta per queste cose. Le fa di continuo. “IDEA: un film su Battaglia Navale.” “Ma è un gioco dove la gente urla delle coordinate e poi dice ‘colpito’ o ‘mancato’! Che storia ne fai?” “Quelli sono cazzi tuoi, tieni una milionata e fammi sapere cosa ti viene in mente. Ah, e già che ci sono ne ho un altra: un film sugli Emoji“.
All’epoca era soprattutto il ’93, per cui andavano fortissimo un paio di cose: il look dark, e i dinosauri. E passino i secondi, ma sul primo già capite che con i colori sgargianti e i cieli azzurri di Super Mario c’azzecca ben poco. Ma quelle furono entrambe le prime cose ad essere imposte.
Inoltre: qual è in assoluto la cosa per cui sono famosi Mario e Luigi?
Sono italiani.
E quindi a chi vengono affidati i ruoli?
Ma è ovvio: a un inglese e a un colombiano.
Provenienza a parte, Bob Hoskins sembra ovvio: è rotondetto, porta i baffi alla stragrande, e se lo incontri dal vivo pare effettivamente un idraulico. Eppure era stata la seconda scelta dopo Tom Hanks.
John Leguizamo invece era giovane, emergente e vittima della filosofia hollywoodiana per cui se non assomigli a Clint Eastwood allora puoi automaticamente spacciarti per qualsiasi nazionalità.
I registi Rocky Morton e Annabel Jankel, marito e moglie, quest’ultima probabilmente la prima donna regista ad essersi fatta affidare un budget importante (anche se non ci tiene troppo a dirlo in giro), vengono invece da Max Headroom, una serie tv inglese che non ha nulla a che fare coi videogiochi ma che aveva come protagonista un tizio con la fazza fatta col computer per cui per i produttori bastava e avanzava.

Il primo inghippo è la sceneggiatura: apparentemente esisteva uno script passabile che piaceva a tutti tranne a chi ci metteva i soldi, per cui viene cambiato.
Il nuovo script è un macello che non piace a nessuno.
Il nuovo script inizia con: “e se i dinosauri non si fossero estinti ma si fossero evoluti in un mondo parallelo?”, e io mi chiedo “ma che c’entra con un idraulico che pesta funghi e salva una principessa da un gorilla?”, ma non è questa la storyline che gli sceneggiatori avevano in mente. Ad aumentare la confusione: la voce narrante è di Dan Castellaneta, meglio noto come il doppiatore storico americano di Homer Simpson.
La trama prevede che Koopa, il malvagio dittatore del mondo parallelo sia alla ricerca di una “principessa”, chiave del collegamento fra le due dimensioni, che dovrebbe aiutarlo a conquistare due universi al prezzo di uno. Mario e suo fratello Luigi vengono tirati in mezzo perché Luigi incontra la principessa per strada e ci si innamora fulminato al rincoglionimento (ed è Samantha Mathis vestita casual, mica che so, Ana de Armas ologrammata nuda alta 20 metri). Lei lo vede, pensa “ah, tu devi essere uno dei protagonisti del film“, e di conseguenza accetta un invito a cena sul posto (in altro modo non me la spiego). Da lì in poi rischieranno la vita l’uno per l’altra senza farsi troppi problemi, come di sicuro fate abitualmente anche voi. Puntualmente infatti la principessa viene rapita e Mario e Luigi devono andare nel mondo parallelo a ripescarla.
Sicuramente ora state dicendo: “grassa, si va nel mondo dei dinosauri!“.
E invece no: nel mondo parallelo, i dinosauri si sono evoluti in persone, per cui è sostanzialmente identico al nostro. Questa cosa che gli uomini derivano dai dinosauri serve solo perché il malvagio Koopa ha la Macchina della De-evoluzione che se ti ci mette dentro ti fa retrocedere a dinosauro (là dove se lo facesse da noi ti tramuterebbe in simmia). Stop.
Ora: siccome siamo nel ’93, come dicevo sopra, il mondo parallelo non è una roba di funghetti e cieli azzurri come nel videogioco, che sarebbe in teoria il motivo principale per cui la gente si sta guardando il film. No: il mondo parallelo è il risultato di un esperto di marketing che è andato dallo scenografo e gli ha detto “voglio una metropoli buia e sporca e caotica e trendy come Blade Runner, ma che piaccia ai bambini“, e dello scenografo che comprensibilmente è andato in tilt, ha ribaltato la scrivania con un gestaccio, si è ingoiato un funghetto di Super Mario comprato ad Amsterdam ed è andato di puro flusso spontaneo incontrollato. Tra parentesi, lo stesso esperto di marketing dev’essere stato anche quello che gli hanno chiesto “chi vuoi nel ruolo del malvagio Koopa in questo film per bambini?” e lui ha risposto “datemi Dennis Hopper che l’ho appena visto in Velluto Blu“.
Comunque qui di base è dove lo script finisce ma serve ancora oltre un’ora di film.
E come la riempiono?

Qui è dove tanti film crollano e Super Mario Bros invece trova il modo di aggrapparsi con le unghie e coi denti a qualcosa. Non c’è sviluppo narrativo, non ci sono personaggi? Ci sono i soldi in compenso, e allora via a divertirsi a inventare una sequenza action dietro l’altra senza un criterio particolare, con lo stesso flusso di idee spontaneo e incontrollato con cui erano state ideate le scenografie.
Super Mario Bros è il tipo di film che non avendo nulla da dire urla sopra ai silenzi (non a caso appunto è un’idea del regista di Urla del silenzio) stordendoti con uno schizzo di pseudo-creatività random dietro l’altro senza soluzione di continuità, ma trovando solo una collezione di momenti ad alta velocità che mancano di un quasiasi tocco memorabile o vago aggancio l’uno con l’altro. Ti dà l’idea di un film improvvisato sul posto, non fosse ovviamente che ogni coreografia richiedeva palesemente budget e preparazione.
Insieme a momenti che nessuno aveva chiesto tipo “Mario in discoteca che seduce un donnone più grosso di lui“, o a idee inspiegabili tipo che il film è pieno di funghi ma non intesi come i funghetti carini del videogioco bensì come muffoso stadio biologico dell’evoluzione, c’è lo spazio per qualche vaga citazione dal gioco, tipo una comparsata di Bob-omb e un irriconoscibile Yoshi che non ha nulla del design originale ma pare fregato di nascosto ai prototipi di Jurassic Park. Del resto pure Mario e Luigi impiegano più di un’ora per indossare costumi che ricordino vagamente quelli per cui sono famosi.
Ma la scena più tragica è quella in cui la principessa indica un viscido e tumoroso bozzolo di fungo a Mario e Luigi dicendo “questo è mio padre!” (de-evoluto da Koopa), e ti raggela letteralmente il sangue nelle vene. Non sai se è più pietoso pensare che sia improvvisamente impazzita all’ultimo stadio o che suo padre sia davvero una massa informa di membrane piene di muffa che a nessuno è venuto in mente di umanizzare anche solo un minimo per alleggerire l’atmosfera. Sai solo che così com’è se presentava loro un anziano in coma era meno straziante.
Insomma, è un pastrocchio senza spiegazioni, ma Hoskins e Leguizamo sono professionisti seri ed è incredibile quanto riescano da soli a farti credere che stai guardando qualcosa che potrebbe aver senso.

Al botteghino, il film esordisce al quarto posto nel weekend che vede il trionfo di Cliffhanger e la rinascita di Sylvester Stallone. Finirà per recuperare a malapena metà budget.
Anni dopo, Bob Hoskins dichiarerà senza mezzi termini che si trattò della peggior esperienza della sua carriera e diede gran parte della colpa alla coppia di registi, definiti arroganti e insopportabili, che effettivamente non fecero nient’altro.
Leguizamo racconterà che lui e Bob si ubriacavano prima delle riprese per darsi la forza morale di arrivarci in fondo, e che il povero Dennis Hopper aveva l’aria di chi non capiva assolutamente cosa stava facendo.
Al coro si aggiungono persino i Roxette, che avevano originariamente scritto la canzone dei titoli di coda per un film diverso (Hocus Pocus con Bette Midler) e il cambio li aveva fatti incazzare.
Eppure, nonostante tutti i problemi, Super Mario Bros è sì slegatissimo ma riesce a rimanere come minimo guardabile e occasionalmente simpatico: anni luce meglio rispetto ad altri adattamenti videoludici davvero disastrati come Assassin’s Creed o Max Payne. Oggi ha i suoi fans, ed è appena del mese scorso ad esempio la sua ristampa in bluray per il mercato inglese.

VERDETTO: un disastro annunciato che si aggrappa con le unghie a un livello minimo di decoro nel nome del ritmo altissimo a tutti i costi e sotto la protezione di un paio di attori veri come Bob Hoskins e John Leguizamo. In giro c’è di molto peggio.

COS’HO IMPARATO: non sarebbe mica una brutta idea scrivere un film per intero prima di iniziare a girarlo…

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