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Schiavi di New York #5 – Prigioniero della seconda strada

Schiavi di New York #5 – Prigioniero della seconda strada

Di Adriano Ercolani

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A più di quarant’anni dalla sua uscita il film che vede protagonisti due leggende quali Jack Lemmon e Anne Bancroft risulta ancora un oggetto misterioso, un ibrido difficilmente classificabile dentro un genere ben preciso. Uno dei principali motivi di questo imbarazzo critico è che conti fatti Prigioniero della seconda strada (The Prisoner of Second Avenue, 1975) sembra davvero essere arrivato fuori tempo massimo. In un sistema industriale che alla fine degli anni ’60 aveva cominciato a cambiare radicalmente pelle, a livello produttivo e di conseguenza anche estetico, una commedia girata alla maniera della Hollywood classica si poneva nei confronti della “Nuova Hollywood” come un evidente anacronismo. Nell’anno di Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest, 1975) e Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon, 1975), de Lo squalo (Jaws, 1975) e I tre giorni del Condor (Three Days of the Condor, 1975), poteva esserci ancora spazio per dialoghi frizzanti e duetti a colpi di battute salaci? Difficile crederlo. Perché allora il film di Melvin Frank è ancora così tremendamente attuale? Già i titoli di testa lo mostrano, esemplificativi di quale sia la vera anima di New York. Mel Edison perde l’autobus perché ha soltanto contanti, sua moglie Edna arranca con le sue buste senza che il portiere si accorga neppure di lei. La coppia è parte integrante e integrata di una città ipnotica, dall’energia contagiosa, ma che paradossalmente dimentica il singolo nella sua volontà di soddisfare la massa. In Prigioniero della seconda strada, New York è il davvero il simbolo dell’isteria contemporanea.

E nell’isteria di New York un uomo può anche perdere le proprie certezze, dimenticato da quel tessuto sociale che dovrebbe invece sorprenderlo. Se questo film è infatti ancora oggi capace di parlare allo spettatore con verità ciò dipende dal fatto che, dietro le situazioni assurde e le battute al vetriolo, siamo in presenza di una parabola umana che invece poco o nulla c’entra con la commedia. Rispetto ad altri classici quali La strana coppia (The Odd Couple, 1968) o Goodbye, amore mio! (The Goodbye Girl, 1977), il testo di Neil Simon mette in scena un dramma interiore profondo e forse ancora più lancinante proprio perché filtrato dall’ironia, quando non addirittura dalla lente deformante del grottesco. Il momento in cui le carte si scoprono avviene già all’inizio del film, nella sequenza della notte insonne di Mel: la perizia nel calibrare i toni di Lemmon e della Bancroft permettono infatti uno straordinario spostamento di tono verso il dramma, e quando l’uomo ammette che si sente scivolare via la vita di dosso per lo spettatore non c’è davvero più nulla da ridere.

Il senso di straniamento che il lungometraggio sviluppa in maniera ineluttabile viene sottolineato dal regista Melvin Frank con una messa in scena che predilige pochissimi stacchi di montaggio, lasciando che la lunghezza delle inquadrature insinui a poco a poco nello spettatore un sottile, strisciante senso di inquietudine, ingigantito poi dalla claustrofobia di un film per molta parte ambientato nel solo appartamento dei due protagonisti. Il momento in cui tale scelta si lascia apprezzare maggiormente è la lunga sequenza che porta al collasso mentale di Mel, il quale quasi senza accorgersene minaccia sua moglie con un coltello da cucina. Ogni pur minima parvenza di commedia a questo punto è scomparsa: in scena ci sono ora un uomo e una donna, paradossalmente isolati nella metropoli in cui si sono rinchiusi. Mai come in questo film New York rappresenta una gabbia con dentro autobus stracolmi, taxi distratti, aria condizionata incontrollabile, rumori assordanti e mura troppo sottili, 346 furti in un giorno, odore della spazzatura che può essere annusato dal quattordicesimo piano, uno speaker radiofonico che annuncia soltanto fatti assurdi e inquietanti. All’inizio Mel urla dal suo terrazzo alla città, è lui il folle contro la folla. Ma scena dopo scena la città lo costringe a retrocedere, a ritirarsi fino a rinchiudersi nel suo appartamento. Non a caso molto spesso le inquadrature in totale che aprono più di una scena riprendono grattacieli scuri, anonimi, inquietanti. Guardie silenziose di quell’affollatissima prigione anche chiamata Grande Mela.

“I miracoli non accadono quando hai quarantotto anni” sentenzia Mel, che non riesce a trovare lavoro dopo essere stato licenziato dalla compagnia in crisi. Il sogno americano, anche quello teoricamente universale degli anni ‘70, in realtà appartiene soltanto ai giovani. Pur mostrando lo stato depressivo che attanaglia sempre più l’uomo privato del suo ruolo sociale, il film però non empatizza con il personaggio principale, tutt’altro. La depressione di Mel, condivisibile all’inizio della narrazione, diventa egoista e inutilmente amara quando a sistemare la situazione economica della coppia pensa Edna, la quale al contrario del marito si rimbocca le maniche e trova lavoro (salvo poi perderlo alla fine del film). Invece di esserne sollevato l’uomo sprofonda ancor di più nel suo livore, che ora indirizza in maniera ingiustificata verso la compagna di una vita. Sempre più spettinato, barbuto e impazzito, Lemmon esalta le sue qualità di attore: anche quando sembra allegro, come nella scena della vendetta con i vicini, in profondità riesce a mostrare il suo lato febbrile e doloroso. E infatti pochi secondi dopo esterna la sua teoria del complotto per minare le fondamenta della classe lavoratrice americana. Nessuno come Jack Lemmon ha saputo coniugare commedia e dramma nella stessa inquadratura, talvolta addirittura nello stesso sguardo. Un attore semplicemente inarrivabile.

Prigioniero della seconda strada ci mostra insomma che alla base di una società sempre più atrofizzata c’è il rapporto uomo-donna, ancora troppo fossilizzato da rapporti di forza e disequilibri tra i sessi che non rappresentano più il reale stato delle cose. Se nella prima parte il film di Melvin Frank prende di mira una struttura economica che taglia fuori chi non rappresenta più il miraggio di un profitto a lungo termine, nella seconda invece attacca in maniera perentoria le conseguenze che tale impostazione ha provocato a livello sociologico e psicologico nel rapporto tra uomo e donna, visibilmente sbilanciato in sfavore di quest’ultima. E di certo l’istituzione familiare non aiuta: se con l’entrata in scena delle sorelle il film sembra tornare sui binari della commedia satirica, in realtà lo fa per continuare a smascherare l’avidità incoraggiata da questo tipo di sistema economico. La famiglia ben presto si rivela soprattutto ad Edna come un microcosmo che è anche perfetta rappresentazione di New York: alla fine conta sempre il denaro…

Prigioniero della Seconda Strada si chiude però con una scena che rivela come solidarietà e connessione profonda tra esseri umani siano ancora possibili, nonostante le gabbie psicologiche e sociali in cui il singolo può essere (o essersi) rinchiuso. Parliamo del confronto tra Mel e suo fratello Harry (interpretato da quel Gene Sacks che aveva diretto Lemmon ne La strana coppia), in cui i due uomini si confessano l’invidia e le insicurezze che li hanno corrosi per decenni vivendo l’uno all’ombra dell’altro. Se in precedenza il film aveva messo alla berlina la psicoterapia moderna mostrando un dottore che riesce soltanto a intrallazzare con la propria pipa e imbottire Mel di psicofarmaci invece di ascoltarlo realmente, ecco che ora invece mostra come il confronto sincero tra due esseri umani legati tra loro possa essere in fondo l’univa vera soluzione allo straniamento dei nostri giorni. Un finale aperto e per questo ancora più vero per un dei lungometraggi più bizzarri e incatalogabili degli anni ’70.

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