Ready Player One: Quattro Livelli di Emozioni

Ready Player One: Quattro Livelli di Emozioni

Di Redazione SW

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Negli ultimi giorni avrete sicuramente letto molti commenti riguardanti Ready Player One, l’ultima, attesissima fatica di Steven Spielberg, che porta sul grande schermo l’omonimo romanzo di Ernest Cline. Pareri decisamente positivi, che confermano ancora una volta l’immenso talento di Spielberg, tra i cineasti più influenti della storia del Cinema.

Sulle nostre pagine virtuali abbiamo ospitato la recensione di Adriano Ercolani, seguita da quella interattiva, in puro stile Ready Player One, di Roberto Recchioni. Ora è arrivato il momento di leggere i commenti della nostra redazione.

Quattro livelli, per non discostarci troppo dalla componente videoludica del film, che parlano di anni ’80, spettacolarità, cultura nerd. Quattro voci, unite in un coro che urla Ready Player One!

LIVELLO 1 – Di Lorenzo Pedrazzi

Più che un’epoca storica, gli “anni Ottanta” sono ormai una specie di ideale romantico che molti tendono a mitizzare, dando corpo a un celebre paradosso illusorio: «Eravamo felici, ma non lo sapevamo». Sarà per questo che il decennio degli yuppie è rimpianto anche da chi non l’ha nemmeno vissuto, o da chi era troppo giovane per ricordarselo. Alla prima categoria appartengono gli eroi di Ready Player One, esponenti di un futuro che ha smesso di costruire il proprio immaginario condiviso, e si nutre delle scorie di un passato irripetibile, non ancora “corrotto” dal digitale e dai social network. Questo, a pensarci bene, è ciò che la gente ama degli anni Ottanta, e che si riflette nelle vibrazioni rassicuranti di una serie come Stranger Things: l’idea che gli ’80s siano un’epoca ancora innocente, prima dei cellulari e del disincanto degli anni Novanta, prima dell’11 settembre e della guerra al terrorismo. In parte è vero, ma tale visione nasce da una prospettiva limitata, figlia di una strabiliante cultura pop che in quel periodo ha effettivamente partorito grandi cose. Il trionfo del disimpegno ha trovato sfogo nel cinema hollywoodiano, mai così brillante a livello di intrattenimento per ragazzi, capace di generare cult immortali e icone tuttora amatissime, venerate ai limiti del feticismo. Di conseguenza, il regime della nostalgia impone di recuperare persino l’estetica di quei fenomeni pop, sperando di ritrovare l’innocenza perduta che si nasconde nelle cassette VHS, nei Commodore 64, negli arcade suburbani e nei sintetizzatori polifonici.

Eppure, Ready Player One non è legato soltanto a questa perenne nostalgia, o comunque lo è molto meno rispetto al romanzo di Ernie Cline. A ben vedere, infatti, il film è un ritratto parossistico del nostro presente e delle sue possibili diramazioni. Non c’è dubbio che Steven Spielberg si preoccupi soprattutto di confezionare un’avventura grandiosa e pirotecnica (riuscendoci bene), ma al contempo imposta un dialogo fra “reale” e “virtuale” in una società che s’illude di aver anestetizzato i suoi figli, irretendoli con straordinarie promesse d’evasione. È qui che Spielberg dimostra di saper ancora tifare per l’umanità, insensibile ai dettami del cinismo e del sarcasmo. Il leggendario cineasta ha fiducia nelle nuove generazioni, e alla fine riconduce tutto alla centralità dell’individuo – con le sue relazioni sociali e sentimentali – per costruire un mondo migliore. Lo fa senza retorica, ma cercando una lezione in quel vasto immaginario collettivo che Ready Player One celebra in ogni inquadratura: non una fuga onanistica e disinteressata dalla realtà, ma una fonte d’ispirazione per cambiarla. La distopia si trasforma in utopia, consapevole che il mondo digitale abbia ormai lo stesso peso politico del mondo reale, e non si possa ignorarne l’importanza.

Certo, chiunque abbia letto il libro noterà che l’adattamento costringe Spielberg a limitare l’evoluzione dei personaggi, trascurando inoltre la vastità dell’OASIS e il suo ruolo nell’economia mondiale. Ma più che una trasposizione del romanzo, il suo film è una “rilettura” creativa che costruisce una storia diversa sulle stesse basi di partenza. Anche l’immaginario di riferimento cambia, e si allarga fino a coprire un arco temporale che va dagli anni Settanta agli anni Novanta, con qualche pillola del nuovo millennio per agevolare il coinvolgimento della Generazione Z. Il ritmo è vertiginoso, all’insegna di un cinema che non può fermarsi mai, ma la traccia di solidarietà e calore che si lascia dietro – quella sì – rievoca i classici per ragazzi che avete amato da bambini, provenienti quasi tutti dagli indomabili ’80s. Così facendo, Spielberg celebra proprio quell’idea di cinema che ha contribuito a fondare, assemblando un mosaico post-moderno di grande suggestione visiva: un esorcismo compiuto sulla sua stessa filmografia, come produttore e regista.

LIVELLO 2 – Di Marco Lucio Papaleo

Steven Spielberg non si limita ad accettare le sfide: le vince con la Partita Perfetta.
Un altro regista si sarebbe accontentato di riproporre una versione condensata (o, magari, dispersiva e spezzata in più capitoli) di un romanzo di culto nella comunità geek mondiale; così come si sarebbe limitato a mettere in mostra una carrellata di citazioni, riferimenti e cammei per strizzare l’occhio ai fan. Steven Spielberg, invece, sa come trattare un romanzo complesso e stratificato come Ready Player One e soprattutto sa come sfruttare al meglio gli imput citazionistici, dando loro corpo, significato e scopo. Non stiamo parlando di un semplice tentativo di replicare gli stilemi degli anni ’80, come tanto di moda ultimamente: si tratta di una visione del futuro, mediata tramite la visione del passato stesso di chi, quegli anni, ha contribuito a plasmarli. Non parliamo di qualcuno che gioca a fare Spielberg, ma di Spielberg stesso, che alla non più tenera età di 71 anni comprende non solo da dove veniamo, ma anche dove stiamo andando, con molta più lucidità di tanti colleghi trenta-quarantenni.

Il film, visivamente splendido, è perlopiù ambientato in un ambiente virtuale ma, con un sapiente gioco di angolature, non sembra mai un videogioco: una scelta di campo netta e consapevole, dove trovano il giusto posto suggestioni visive e uditive che solleticheranno, in modo diverso, tutte le fasce di pubblico e sbalordiranno anche chi il romanzo lo conosce a menadito. Le differenze con la pagina scritta sono davvero numerose, ma tutte pensate con criterio, snellendo i passaggi più pesanti e l’aura di oppressiva paternalità di Cline e del suo mondo distopico, facendo spazio a soluzioni d’impatto, geniali scelte dissacranti e un’autorialità che in pochi possono permettersi. E voi, siete pronti a mettervi in gioco? Poggiate il vostro gettone sul cabinato e attendete con impazienza il 28 marzo: ne varrà la pena!

LIVELLO 3 – Di Andrea Suatoni

L’ultimo capolavoro (perché di capolavoro si tratta) di Steven Spielberg è un film frenetico, ricco di energia ed estremamente fresco e giovane, frutto del lavoro di un regista che non solo riesce a stare al passo coi tempi, ma sostanzialmente ancora li definisce.

Durante Ready Player One gli occhi dello spettatore vengono rapiti da una moltitudine di input visivi che lo schermo quasi non riesce a contenere, rendendo impossibile notare le migliaia di easter egg nascoste nella pellicola ad una prima (ma anche ad una seconda, o ad una terza) visione; una gioia per gli occhi del nerd più accanito ma anche del semplice cultore di quegli anni ’80 (ma l’aspetto amarcord non si limita affatto ad essi) che sono negli ultimi tempi tornati prepotentemente alla ribalta.

Ready Player One è un’opera sia maestosa che maliziosa – nei momenti in cui innalza il fanservice a livelli quasi artistici – che si merita un posto di primo piano fra i migliori lavori di Spielberg e ne fa respirare, pur in maniera completamente differente, le stesse atmosfere magiche e sognanti.

LIVELLO 4 – Di Marlen Vazzoler

Non ci sono dubbi, Ready Player One è uno spettacolo per gli occhi, la Industrial Light & Magic ha fatto un ottimo lavoro con gli effetti speciali che risaltano nelle scene d’azione ben dirette da Steven Spielberg, mai troppo caotiche, che accompagnano una trama lineare, a volte forse troppo semplice ma proprio per questo comprensibile da chiunque e non funzionale solo per un pubblico di nerd.

Un’opera post-moderna dove l’intertestualità regna sovrana, tra citazioni dirette e non, in cui la cultura pop e i testi cinematografici vengono fusi senza sbavature, evitando di essere una mera opera di fan service.

Il cast di Ready Player One è composto da Tye Sheridan (il protagonista Wade), Simon Pegg (Ogden Morrow, il co-ideatore di OASIS), Olivia Cooke (Art3mis, una Gunter di grande esperienza), Ben Mendelsohn (l’antagonista Nolan Sorrento, che lavora per IOI), T.J. Miller (i-R0k), Win Morisaki (Toshiro Yoshiaki alias Daito), Hannah John-Kamen e Mark Rylance (James Halliday).

Ecco la sinossi:

Nel 2045, anno in cui il mondo sta per collassare sull’orlo del caos, le persone hanno trovato la salvezza nell’OASIS, un enorme universo di realtà virtuale creato dal brillante ed eccentrico James Halliday (Mark Rylance). A seguito della morte di Halliday, la sua immensa fortuna andrà in dote a colui che per primo troverà un Easter egg nascosto da qualche parte all’interno dell’OASIS, dando il via ad una gara che coinvolgerà il mondo intero. Quando un improbabile giovane eroe di nome Wade Watts (Tye Sheridan) deciderà di prendere parte alla gara, verrà coinvolto in una vertiginosa caccia al tesoro in questo fantastico universo fatto di misteri, scoperte sensazionali e pericoli.

L’uscita nelle sale è fissata per il 28 marzo 2018. QUI trovate la pagina Facebook ufficiale del film. #ReadyPlayerOneIT

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