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Ready Player One e Il Gigante di Ferro

Ready Player One e Il Gigante di Ferro

Di Redazione SW

Articolo a cura di Michele Monteleone

1- L’omaggio di Spielberg

Questo articolo nasce da due fattori principali: il mio personale amore per Il Gigante di Ferro e il grandissimo omaggio che fa Spielberg alla pellicola della Warner nel suo nuovissimo Ready Player One. Infatti, se conoscete un po’ la storia produttiva del primo film di Brad Bird, vi renderete anche conto di quanto conti questo atto d’amore fatto da uno dei registi più centrali per la produzione di film-capolavoro dedicati ai più piccoli. Il Gigante di Ferro infatti era decisamente impregnato di quella che spesso viene definita Spielberg Magic, quell’alone di meraviglia che avvolge la maggior parte delle produzioni del regista americano, dai giganteschi dinosauri di Jurassic Park, alle mirabolanti acrobazie registiche di Tintin, passando per il suo ruolo centrale nella creazione dei Goonies, per il suo ruolo produttivo in Piramide di Paura e senza dimenticare il suo E.T.
Brad Bird è spesso descritto come un cowboy, un regista senza freni e sicuramente senza peli sulla lingua, ma nel 1999 mandò al cinema uno dei film d’animazione più commoventi e innovativi mai girati. Lo mandò al cinema e nessuno se ne accorse…

2- Un flop di gran classe

Era, appunto, il 1999, la Warner aveva intrapreso la difficile strada per creare uno studio d’animazione che potesse rivaleggiare con il gigante produttivo della Disney, ma come disse lo stesso Bird, pensava di poterci riuscire da un giorno all’altro, ma stava per scoprire che il mondo della produzione di contenuti per i più giovani è una terra selvaggia e crudele. Il primo film prodotoo dalla nuova divisione, quello che doveva essere il fiore all’occhiello della Warner era un film molto classico, che quasi poteva essere confuso con uno di casa Disney, aveva tutte le carte in regola per sbancare al botteghino, ma scommetto che se vi parlo di La spada Magica, difficilmente molti di voi avranno espressioni entusiastiche sul viso. Il film fu un vero e proprio flop, costato ottanta milioni di dollari, ne incassò poco più di trenta. La Warner stava già cercando una exit strategy dal mondo dell’animazione, ma il secondo film in produzione, Il Gigante di Ferro, era in fase tanto avanzata che conveniva farlo uscire piuttosto che cancellarlo. Alla ricerca di un modo per abbattere i costi, la Warner non investì nulla nella campagna marketing del progetto di Bird. Il primo teaser poster uscito come materiale pubblicitario divenne il poster ufficiale del film, non venne stretto nessun accordo di partnership per il marketing e sicuramente parte della colpa fu anche dello stesso Bird che si batté per non ritardare l’uscita del film, lasciando al reparto marketing appena quattro mesi per studiarne la promozione. Il risultato finale fu che la pellicola uscì nel silenzio più assordante e non incassò praticamente nulla non riuscendo neanche a ricoprire metà del budget.

3- La magia Disney SENZA la magia Disney

Ma la storia del nostro Gigante di Ferro non si ferma certo qui, infatti, anni dopo l’uscita divenne una tradizione per Cartoon Network America, replicare il film per la festa del ringraziamento, tradizione che fece sì che il film non solo venisse rivalutato, ma diventasse addirittura un cult dei film per l’infanzia. Il gigante era vivo e il suo cuore batteva forte.
C’è da dire, nell’analizzarne le sfortune e la sua rivalsa, che il cartone che proponeva Bird era effettivamente strano. Si basava su una storia tratta da un romanzo davvero poco conosciuto (se non in Inghilterra), Bird si rifiutò categoricamente di inserire le classiche canzoni che accompagnavano i film per l’infanzia e infine impose ritmi completamente diversi da quelli di un classico film disney. Il regista aveva già lavorato nei primi anni 80 nella divisione animazione della casa del Topo, ma era fuggito a gambe levate nel momento in cui aveva compreso che non avrebbe mai ottenuto lo spazio di cui aveva bisogno per sviluppare le proprie idee. Nello speciale della versione in blu ray del film, Bird spiega proprio come stesse cercando per il suo film un passo completamente differente, che volesse evitare quella compressione dei dialoghi e delle scene, quegli stacchi tanto repentini tra una sequenza e l’altra propri della Disney. Il risultato è un film con una concezione narrativa completamente nuova che però riesce, nello stesso tempo, a proiettare un’aurea incredibilmente familiare.

4- Rockwell

Se il sogno americano avesse un nome, sarebbe quello di Norman Rockwell. Il pittore, attraverso le molte copertine, realizzate per lo più per il Saturday Evening Post, ritrasse perfettamente il calore della provincia America, l’autenticità e familiarità dei sobborghi, con uno stile che venne definito realismo romantico. Se pensate stia andando fuori tema è solo perché non avete notato che la cittadina dove è ambientato Il Gigante di Ferro si chiama proprio Rockwell, o perché non vi siete accorti di quanto il diner dove lavora la madre del piccolo protagonista della storia, Hogarth Hughes, sia praticamente identico a Runaway, il dipinto più famoso di Norman Rockwell. Ed è proprio lo spirito di quel tipo di provincia, ma anche della letteratura di Mark Twain, dei manuali delle giovani marmotte, che permeano la pellicola. Sono queste che gli donano un cuore pulsante e sostituiscono splendidamente la più comune base della favola che fino a quel momento aveva dominato nel panorama della produzione dei film animati.

5- What if a gun had a soul and didn’t want to be a gun?

Quello che però rende Il Gigante di Ferro un classico senza tempo è il suo meraviglioso messaggio e l’incredibile umanità che Brad Bird e il suo team sono riusciti a infondere a un gigantesco robot di ferro. La storia inizia e si sviluppa con parecchi punti in comune con E.T. (sarà anche per questo che Spielberg ha scelto di omaggiarlo nel suo Ready Player One?), Hogarth Hughes un ragazzino che vive con la madre a Rockwell e che tende ad essere escluso dai suoi compagni di scuola perché è più brillante e intelligente della media, una notte trova un gigantesco Gigante di ferro nel bosco accanto a casa sua. I due diventano amici e Hogarth inizia a istruire il gigante insegnandogli a comunicare, ma soprattutto impartendogli un codice morale che, lui per primo, mutua dai fumetti che legge. Gli insegna ad essere come Superman e non come il perfido robot killer Atomo. Eppure il nostro gigante si scopre essere stato creato proprio per diventare un’arma. Ma cosa succede se una pistola ha un’anima e decide di non voler essere una pistola? Tutto il film ruota intorno al concetto di autoaffermazione. E trovo sia incredibilmente raffinato che, il primo a tirare fuori questa verità, sia Dean, la figura più vicina a un padre che trova il nostro piccolo Hughes. Hogarth viene preso in giro a scuola, ma Dean gli dice “Cosa ti importa di quello che pensano di te, tu sei chi scegli e cerchi di essere”. Hogarth è piccolo e ancora ha tanto da imparare, ma è nel momento in cui apprende questa nuova nozione da Dean che è finalmente in grado di superare la facile dicotomia che legge nei fumetti e insegnare al gigante che non siamo quello che appariamo, ma quello che scegliamo e ci impegniamo ad essere. Non è una morale semplice, perché non ci dice solo che siamo quello che vogliamo essere, la seconda parte quella che dice “cerchiamo” è la più importante. L’autoaffermazione non è una formuletta magica, è un processo attivo, una faticosa e continua ricerca.

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