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Pacific Rim: La rivolta, un sequel che diverte con il suo spirito naïf

Pacific Rim: La rivolta, un sequel che diverte con il suo spirito naïf

Di Lorenzo Pedrazzi

Rielaborare i miti dell’infanzia significa appropriarsi di un vastissimo immaginario collettivo, rendendo “personale” ciò che solitamente ha un valore universale. Il cinema di Guillermo Del Toro lavora spesso in quella direzione, e Pacific Rim è una sincera lettera d’amore per Gigantor, Patlabor, Mazinga Z e tutti gli anime che hanno accompagnato la crescita di molti trentenni e quarantenni odierni, mondati dalle loro radici culturali (si tratta pur sempre di un film americano, non giapponese) e ridotti alle caratteristiche più essenziali dell’intrattenimento naïf, con l’immancabile dualismo tra robot e mostri giganti. Pacific Rim: La rivolta rappresenta un passo successivo sul medesimo percorso, soprattutto se consideriamo che Stephen S. DeKnight – l’ottimo showrunner della prima stagione di Daredevil – ha preso il posto di Del Toro come regista e co-sceneggiatore.

A partire dall’interessante “mitologia” fondata nel prequel, DeKnight costruisce un prodotto diverso, meno greve, compiendo un’evoluzione che stilisticamente guarda a Evangelion più che ai pionieri del genere. Lo si nota negli avanzamenti tecnici e di design, ma anche nell’abbandono di quella monumentalità che Del Toro aveva ricavato dal celebre Colosso di Goya: i nuovi Jaeger sono più agili, i combattimenti avvengono alla luce del giorno, mentre la tecnologia futuristica gioca un ruolo ancor più determinante nello sviluppo della trama. Eppure, la premessa di Pacific Rim: La rivolta non è così distante dal primo film. Anche in questo caso abbiamo un eroe recalcitrante – il Jake Pentecost di John Boyega – che si è ritirato dalle scene per vivere alla giornata, ed è costretto a prendere in mano le redini dell’umanità quando la situazione diventa critica. È qui che la storia prende una strada diversa, spazzando via le scorie del passato per generare una specie di reboot interno, con le nuove generazioni che ricevono il testimone da quelle precedenti. In tal senso, la sceneggiatura rispecchia le condizioni in cui è stato (faticosamente) realizzato questo sequel: Del Toro ha affidato la sua creatura in mani altrui, lasciandola libera di esplorare nuovi territori.

Intendiamoci, il copione risente di eccessivi rimaneggiamenti in fase di pre-produzione, con dialoghi scontati e personaggi monodimensionali, ma DeKnight e gli altri sceneggiatori centrano un paio di svolte narrative ispirate, trovando un equilibrio soddisfacente fra i legami con il prequel e le esigenze di cambiamento. Il film scorre in scioltezza, diverte, si prende meno sul serio e garantisce un intrattenimento onesto, dove il piacere infantile di vedere scontrarsi mech e mostri giganti è pienamente appagato; anzi, stavolta gli Jaeger “di supporto” non sono affatto sprecati, ma partecipano all’azione con la Gipsy Avenger di Jake e Nate Lambert (Scott Eastwood). In compenso, ritorna una delle idee alla base del primo Pacific Rim: la battaglia, l’eroismo e il sacrificio come forme di elaborazione del lutto. Sia Jake sia la nuova recluta Amana Namani (Cailee Spaeny) sono tormentati dal trauma della perdita, coagulato in immagini e memorie ricorrenti che, nello scontro finale, si manifestano sul loro cammino per essere puntualmente esorcizzate.

È comunque un sequel più lieve, che favorisce il pubblico giovane anche per la durata contenuta, e più orientato verso la policromia rispetto alla cupezza del predecessore. Il suo cuore sono i combattimenti (ben distribuiti nel corso del film) che mettono a soqquadro le metropoli del pacifico, riproponendo in versione extralusso la morbosità distruttiva dei vecchi monster movie, con mezzi più ampi e un discreto realismo visivo, soprattutto per quanto riguarda le scenografie digitali. Si resta facilmente abbagliati da questa spettacolarità, dimenticando certi passaggi inverosimili o troppo affrettati nella costruzione della trama; ma non ha grande importanza, perché alla fine Pacific Rim: La rivolta accetta le responsabilità dell’entertainment con il piglio giusto: senza ipocrisia, né alcun tipo di presunzione.

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