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08 marzo 2018 • 15:33 • Scritto da Marco Nucci

Memento, Mementote! – Finalmente Domenica

Marco Nucci ci racconta la storia di uno spettatore, tra sala e vita, tra memorie reali e altre, probabilmente, inventate.
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1996. Una tiepida giornata di fine marzo. Il sole spacca strade a campi con il suo bianco e il suo giallo. L’inverno è arrivato, e ci ha massacrato con il gelo. Ora è andato via, e oggi alberi, grondaie e lampioni osservano la sua dipartita, piangendo l’acqua gelida dell’ultima neve.
Quest’anno ne ha fatta tanta, come nell’85…” ha detto un vecchio che abita di fianco e casa mia. Ma il suo parere non vale, visto che lo dice a ogni inverno. Mi sono fatto l’idea che sia un fantasma, quel vecchio, morto nel 1985 sotto una nevicata che lo ha sorpreso nei campi. E ora tutti gli inverni canta il suo eterno lamento. “Quest’anno ne ha fatta tanta, come nell’85…
Mi sveglio alle dieci, che per me è tardi, visto che ancora non esco di sabato sera. Ho tredici anni, la punta del pennone dell’infanzia. Ancora qualche mese e sarò un adolescente. Manca pochissimo, poi… Pluf!, ai pescicani. E poi nel maelstrom. E poi sempre peggio, fino alla fossa. Delle Marianne, per mantenere la metafora oceanica.
I miei genitori sono usciti, le mie sorelle dormono chiuse a chiave in camera: loro sono più grandi, di sabato fanno tardi. In pratica, sono solo.
Finalmente domenica.

Bevo il caffè, mi lavo, mi vesto. Per quanto me la prenda comoda, al termine di queste operazioni sono solo le dieci e quaranta. Tra me e l’ora di pranzo, il nulla. Di solito non avere niente da fare mi guasta l’umore, ma oggi è uno di quei giorni in cui anche il nulla va bene. Esistere è già di per sé un’attività, neanche troppo sgradevole.
Mi metto sul divano della sala a leggere un fumetto di Don Rosa che ho iniziato ieri sera e che ho piantato a metà. Zio Paperone e il ritorno del cavaliere nero. Bellissimo. Mi mancano poche pagine. Per quanto me la prenda comoda, alle undici il fumetto è finito.
E adesso? Il sole è entrato nella stanza: un rettangolo di luce perfetto, che si stende sotto i miei piedi come un tappeto d’oro. Alzo lo sguardo in direzione del televisore: una videocassetta è infilata per metà nel videoregistratore. Sicuramente, una registrazione notturna programmata da mio padre. La cassetta è finita, la macchina l’ha sputata fuori. Sono anni in cui mi sono allontanato dal cinema. Guardavo un sacco di film da piccolissimo, e ne guarderò ancora di più da adulto. Ma ora no: tanti libri, tantissimi fumetti, pochi film.
Non ho niente da fare, quindi decido di dare un’occhiata, incuriosito dalla cassetta anonima. Mi alzo, spingo il nastro nel registratore, lo riavvolgo. Ancora oggi, mi sorprende ripensare al volume pazzesco che poteva raggiungere il ronzare del rewind. Un’invasione di api giganti. Il phon del Grande Gigante Gentile. Che poi, cosa se ne sarebbe fatto di un phon? Era pelato.
Ora la cassetta è pronta. Accendo il televisore, premo play, appare Enrico Ghezzi. Rai Tre, Fuori Orario.
Ghezzi, come sempre, indossa una maglietta bianca, e la sua voce scorre fuori sincrono rispetto al labiale. Sembra uno scappato da una clinica, ma mette serenità: una serenità da pillole, certo, ma pur sempre serenità. Mio padre programma le registrazioni, ma il palinsesto notturno di Rai Tre non è mai in orario, e quindi il più della volte ci si becca l’introduzione di Ghezzi, che può durare anche mezz’ora. O un’ora.
Non la guardo mai, visto che so che dice cose giuste e bellissime. Non importa ascoltare davvero le parole. Basta l’immagine, e quella voce di camomilla che bisbiglia haiku mascherati da prosa.

Mando avanti, il phon del GGG si riaccende. Vzzzzzzzzzz. Stop. Il film misterioso inizia.
Una musica struggente, poi dei cartelli da film delle origini. Titoli di testa: City Lights, diretto, scritto, recitato e musicato da Charlie Chaplin. La pellicola si apre su un comizio: un politico arringa la folla, sprezzante del fatto che il film è muto. Chaplin rimedia alla mancanza di sonoro sostituendo le parole del personaggio con dei colpi di kazoo che dialogano con la colonna sonora. Questa scelta di linguaggio, oltre a essere comica, ha anche la funzione di farci capire che il politico dice corbellerie, perché il kazoo ha un suono scemo. Il personaggio sta inaugurando dei monumenti. Una cerimonia ufficiale, con nastri, fasce e tutto il resto: la folla è in attesa, il telo viene sollevato. Sotto ci sono tre statue e, tra le braccia di quella centrale, Charlot, un senzatetto che ha passato la notte lì. Un ospite imprevisto, che sprofonda i presenti nello sgomento, e fa infuriare il politico. Charlot si sveglia con calma, riposatissimo, e ignaro del suo essere intruso. Anche nel film c’è il sole, anche lì sembra domenica.
Charlot viene scacciato, io rido di gusto. Non ho mai visto il film di Chaplin: tuttavia, non sono sicuro di aver voglia di passare la mia unica mattina libera a guardare un film muto degli anni ’30. Sto per premere stop, ma mi fermo, rapito da una nuova gag, che questa volta coinvolge una vetrina e un montacarichi automatico. Rido ancora una volta, lascio la presa dal telecomando. Il film continua. Un paio di scene e viene introdotto il personaggio fioraia, una bellissima ragazza cieca: un’operazione chirurgica potrebbe ridarle la vista, ma lei è povera e non se la può permettere. Charlot la incontra, se ne innamora. Quando accade, parte una musica d’archi, mi commuovo, dimentico il telecomando, il rettangolo di sole si allarga.
Charlot passa tutto il film a cercare di aiutare la ragazza, mosso dal suo amore ostinato (e comicissimo): si finge ricco, si ubriaca, fa a cazzotti, ingoia un fischietto. Fa di tutto, lo fa veloce. Anzi, velocissimo: sedici fotogrammi per secondo. Alla fine la ragazza ritrova la vista, senza sapere che ad aiutarla è stato quel senzatetto che si era finto milionario.
Si renderà conto della verità soltanto nel finale. Che non è un finale lieto, e credo sia il più bello della storia del Cinema.

Quando il film termina, è mezzogiorno e mezzo. Mi osservo allo specchio: ho ancora tredici anni. Sono frastornato. E innamorato del cinema: un colpo di fulmine improvviso, avvenuto nel tempo di una visione casuale di una domenica mattina di inizio primavera. Ero diventato cieco, come la fioraia, e Charlot mi ha ridato la vista.
Fuori i campi e le strade sono ancora macchie gialle e nere. Esco, con la colonna sonora del film ancora nelle orecchie. Mi guardo intorno, la realtà è cambiata: all’improvviso pare scorrere con un ordine, come fosse stata aggiustata in sala di montaggio. C’è armonia.
Incontro il mio vecchio vicino di casa, che tra le pozzanghere di neve sciolta sembra Aguirre furore di dio alla deriva sulla sua zattera.
Quest’anno ne ha fatta tanta, come nell’85…” sussurra, vedendomi passare.
Cammino per le strade del mio paese come un ubriaco, senza nessun reale motivo che non sia quello di portare a spasso la mia felicità. Cammino come Charlot, che non va da nessuna parte: è l’uomo della folla di Edgar Allan Poe, che acquista un senso solo se viene osservato.

Quando rientro a casa ho trentadue anni, il mondo è finito, poi è ricominciato, poi è finito di nuovo.
Il cinema di Charlie Chaplin illumina la storia del cinema come un rettangolo di luce sul pavimento in una mattina di sole.
Finalmente domenica.

MARCO NUCCI
Nato nel 1986 a Castiglione dei Pepoli, frequenta il DAMS cinema per poi occuparsi come libero professionista di video editing. Dal 2012 è direttore artistico del festival sul fumetto “Crime City Comics: Dylan Dog”. Dal 2015 è redattore e sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha pubblicato 2 libri a fumetti con la casa editrice Tunué.

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