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15 marzo 2018 • 11:15 • Scritto da Marco Nucci

Memento, Mementote! – BruceSpringsteen

Marco Nucci ci racconta la storia di uno spettatore, tra sala e vita, tra memorie reali e altre, probabilmente, inventate.
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Mio padre è un medico. Nello specifico, un chirurgo. Uno dei suoi colleghi è un russo con la testa come una palla da biliardo: ha una quarantina d’anni, e un’espressione allampanata che ricorda quella di Paperoga, il cugino casinista di Paperino. Si chiama Yuri. Parla velocissimo, con un accento che a volte sembra russo, ma altre francese, o polacco, addirittura inglese: pare gli sia caduto un mappamondo in testa. È un tipo spiritoso, di quelli che sparano battute a raffica anche quando non è il caso: a volte la scarsa conoscenza della lingua italiana lo tradisce, e così le sue uscite diventano incomprensibili. Poesia ermetica.

Nel ricordo ho quasi diciotto anni. Yuri passa a casa mia spesso, viene a trovare mio padre: si bevono un caffè, discutendo dei pazienti più delicati. “Quello aveva un cazzo di colon!” è sbottato una volta il russo. Ricordo perfettamente questa frase. “Quello aveva un cazzo di colon!
Yuri mi ha preso in simpatia. Sa che sono un appassionato di cinema, quindi a volte mi chiama “Martinscorsese” pronunciato tutto attaccato, a una velocità folle. Inoltre, è venuto a sapere che ho una band rock, e così capita anche che mi chiami “BruceSpringsteen”.
BruceSpringsteen, tu balli con i lupi!” mi dice, con tono da vecchio indiano saggio.
Yuri Gagarin, tu hai dimenticato il cervello nello spazio!” gli ho risposto una volta, e lui ha riso di gusto. Insomma, in qualche modo siamo diventati amici.
Tra pochi mesi compio diciotto anni, e Yuri ha deciso che mi vuole fare un “graaaaande regalo” (con tantissime A, almeno cinque). Nello specifico, vuole farmi costruire delle scarpe su misura.
Delle scarpe eleganti!” mi spiega. “In Russia, tutti i giovani ragazzi hanno scarpe eleganti! Di pelle di coccodrillo! Tu ora porti scarpe da bambino, non va bene. Non puoi continuare a ballare con i lupi con quelle scarpe, BruceSpringsteen!
Scarpe su misura? Ma spenderai un sacco di soldi…” replico, per nulla convinto della faccenda. Non voglio un paio di scarpe di coccodrillo.
I soldi esistono per essere spesi, MartinScorsese!” esclama lui. “Alla fine si muore, e anche la nostra bara sarà su misura! Non possiamo portarci i soldi in paradiso!
Peee-peee! Due colpi clacson. È un sabato mattina di inizio gennaio quando Yuri mi passa a prendere in auto. Manca un mese alla mia maggiore età, e lui mi vuole accompagnare a Firenze per farmi prendere le misure ai piedi.
Da un mio amico calzolaio!” mi dice. “Il più bravo! Da oggi i tuoi piedi viaggeranno in limousine! Mica come noi, che siamo in Punto!” conclude, ridendo di cuore.
Un’ora più tardi ho ancora diciassette anni, e sono sul Pontevecchio in compagnia di un chirurgo russo che vuole farmi misurare i piedi per regalarmi delle scarpe di coccodrillo. Un cazzo di colon, no?

Flashforward. Milano, 2018. Io e Kalina siamo al cinema. Non ricordo il nome della sala, ma si trova vicino alla Bonelli. Eravamo in redazione, e in macchina ci abbiamo messo tre minuti. Più un’ora per parcheggiare, ma quella non conta.
Phantom Thread, Il filo nascosto. Un film sinfonico, che si nutre della sua stessa forma, fatta di accelerazioni e rallentamenti, controtempi narrativi e classicismo sfacciato. Non importa cosa il film racconti, il punto è il trasporto. Daniel Day-Lewis è un sarto, il migliore del mondo, e produce vestiti perfetti, i migliori del mondo. Incontra una cameriera, i due iniziano una relazione, o forse non la iniziano. Non importa: l’amore è un pugno di funghi avvelenati, e un eterno ritorno alla costruzione di un vestito nuovo, che ci faccia sentire ancora una volta noi stessi. La musica di Jonny Greenwood mi strega, le interpretazioni dei due protagonisti mi incantano. Eppure…
Che cos’hai?” mi domanda Kalina.
I piedi…” rispondo. “Mi fanno un male cane…
Siamo stati al Cartoomics, la fiera del fumetto di Milano. Abbiamo camminato un sacco, e forse non avevo le scarpe adatte. Scarpe da bambino, mi dico, non riuscendo a mettere a fuoco dove ho sentito per la prima volta questa espressione. Scarpe da bambino…
Osservo lo schermo. Un primo piano di Daniel Day-Lewis. Anni fa, correva la voce che facesse il calzolaio a Firenze. Non ho mai capito se fosse vero. Collego questo pensiero alla tematica del film, poi collego la tematica del film al mio dolore ai piedi.
In pochi secondi la memoria torna al 2004.
Con le nuove scarpe potrai prendere a calci in culo RobertDeNiro, MartinScorsese!” sbotta Yuri, camminando sul selciato davanti alla stazione di Santa Maria Novella. Il calzolaio, che non era Daniel Day-Lewis, mi ha appena preso le misure ai piedi, assicurandomi che le scarpe saranno pronte in tempo per il compleanno.
Devono essere proprio di coccodrillo?” ho domandato all’artigiano.
Certo!” è intervenuto Yuri. “Devi essere aggressivo, Bruce!
Devi essere aggressivo, Bruce!” esclamo, tredici anni dopo, uscendo dalla sala. Kalina mi guarda con occhi sorpresi, mi domanda di cosa stia parlando.
Una volta mi regalarono delle scarpe di coccodrillo su misura…” rispondo. “Pazzesco, no? Avevano la suola così liscia che…
Che?” domanda Kalina, accendendosi una sigaretta di trinciato.

2004. Le scarpe sono arrivate con qualche giorno di anticipo. Sono giallastre, e ricoperte di squame: fanno così schifo che quasi mi piacciono.
Con queste ci puoi anche domare i leoni!” asserisce Yuri, serissimo. Me la ha portate di persona, arrivando addirittura ad aprirmi la scatola davanti agli occhi, in una specie di rituale da ballo delle debuttanti. Il mio ingresso in società. “Anche i leoni più feroci, Martin!” puntualizza, come se si trattasse di un dettaglio importantissimo.
Me le provo. Perlomeno, sono comode. Tuttavia, hanno un problema: le suole. Sono la cosa più liscia che abbia mai visto e toccato: sembrano un esperimento della NASA per sconfiggere l’attrito terrestre. Sono pericolose.
Non è che cado?” domando a Yuri.
Chi cade si rialza!” sentenzia lui, riprendendo le vesti da capo indiano.
Ripongo le scarpe nella cassettiera, dicendomi che di sicuro non le indosserò mai.
Goodbye, Brucespringsteen!” Ulula Yuri, dalla strada. “Ci vediamo sulla via del rock!
Osservo la Punto sparire oltre il fondo della strada. Probabilmente, questa è l’ultima immagine che ho della mia vita prima dei diciotto. Una punto blu elettrico che scompare dietro a un pino.
E poi?” mi chiede Kalina, abboccando il suo prosecco. Dopo il cinema siamo venuti a bere sui navigli. È domenica, il locale è quasi vuoto.
E poi successe che, qualche mese dopo, in occasione del matrimonio di un parente, indossai le scarpe!” riprendo. Fuori è iniziato a piovere. Il clima è spettrale. “A proposito, ti è piaciuto il film?
Si, molto elegante…” risponde Kalina, che all’eleganza ci tiene. “Ma ora sono curiosa di sapere delle scarpe!

2005. Mi trovo in un agriturismo, visto che in questo periodo va di moda organizzare i pranzi di nozze negli agriturismi. Indosso le scarpe di coccodrillo con fierezza dadaista. Mi hanno preso per il culo, io l’ho accettato. Fino a qui, tutto bene.
L’ingresso della sala da pranzo è collegato al giardino da una breve passerella di legno. La percorro decine di volte, perché sono un fumatore forte, di quelli che si alzano dal tavolo ogni dieci minuti. Ho dimenticato che le scarpe sono lisce, e non mi sono accorto che anche la passerella lo è. La NASA, dalle mie parti, si è data da fare. Fatto sta che al ventesimo passaggio scivolo, finendo a piedi all’aria e schiantandomi sul legno a corpo morto.
Come un cartoon?” domanda Kalina.
Precisamente! Come Willy il Coyote!
Beep Beep!” mormora Kalina, che ora è mezza ubriaca.
L’importante non è la caduta, ma l’atterraggio. Io atterro malissimo: mi incrino una costola. Inoltre, cercando di aggrapparmi al passamano, mi apro un vistoso taglio sull’avambraccio con un chiodo sporgente. Mi ritrovo a terra, rannicchiato, a osservare la camicia insanguinata, il petto dolorante. Bestemmio, qualcuno dentro sente, mezz’ora dopo sono in ospedale.
E indovina un po’ chi mi trovo al pronto soccorso?” domando a Kalina.
Yuri!” replica lei.
Esatto, Yuri!” confermo. “Mi guarda con il suo sguardo da Paperoga, e mi dice…
Cosa è successo, BruceSpringsteen? Non sei riuscito a domare i leoni feroci?
Neanche quelli normali, se è per questo…” rispondo, con la voce rotta dalla frattura alla costola. “Colpa delle scarpe…” aggiungo, con rabbia. Non voglio offenderlo, sono così confuso che in questo momento non ricordo neanche che è stato lui, a regalarmele.
Sciocchezze!” replica Yuri, aiutandomi a togliere la giacca. “Un uomo che dà la colpa delle proprie sfortune a un paio di scarpe, come minimo, ha perso i santi!
Non li ho persi, non li ho proprio mai avuti!” mi lamento, sdraiato sul lettino.
Tutti hanno i santi, Bruce!” dice lui, strizzando l’occhio. Poi si mette a frugare nei cassetti alla ricerca del filo per suturarmi la ferita. “Ma dove cavolo si è cacciato?” si domanda, buttando gli occhi dappertutto.
Mi dovrò mettere un gesso?” domando.
Niente gesso, per le costole!” risponde Yuri. “Solo fasciatura e pazienza zen! Hai ballato troppo con i lupi, Bruce! È ora che per un po’ ti siedi intorno al fuoco e scoli la tua bottiglia di Jack Daniel’s! Ma dov’è finito?” aggiunge Yuri, continuando ad aprire cassetti.
Il filo nascosto.

Anche Yuri aveva il suo…” concludo, nel 2018.
Tutti ne abbiamo uno…” commenta Kalina.
Mi sa che è vero…” convengo, poi alzo il bicchiere di prosecco. “Cin cin, alla salute!
Cin cin!

MARCO NUCCI
Nato nel 1986 a Castiglione dei Pepoli, frequenta il DAMS cinema per poi occuparsi come libero professionista di video editing. Dal 2012 è direttore artistico del festival sul fumetto “Crime City Comics: Dylan Dog”. Dal 2015 è redattore e sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha pubblicato 2 libri a fumetti con la casa editrice Tunué.

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