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La Storia dietro un Frame: Rocky e il pattinaggio desertico

La Storia dietro un Frame: Rocky e il pattinaggio desertico

Di Filippo Magnifico

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I set dei film sono pieni di aneddoti più o meno interessanti. Alcuni sono noti, altri meno. Partendo da un frame, da una semplice immagine, si possono scoprire le storie più particolari. Questo perché dietro il semplice fotogramma di una pellicola si può nascondere un mondo. È questo il caso di Rocky e del pattinaggio desertico.

Nel 1976 Rocky fa il suo debutto sul grande schermo e lancia contemporaneamente due icone. La prima è Rocky Balboa, emblema del sogno americano, un pugile sui viale del tramonto che non è mai riuscito a sfondare e che vive la sua vita giorno per giorno, in attesa della grande occasione. La seconda è Sylvester Stallone, volto di Rocky ma anche padre, dato che è sua la sceneggiatura del film. Negli anni ’70 il buon Sly era un perfetto sconosciuto, un giovane attore carico di muscoli e di grandi speranze, anche lui alla ricerca disperata della grande occasione.

Quell’occasione è stata, appunto, Rocky e in quella sceneggiatura Stallone ci aveva messo tutto se stesso, i suoi sogni, le sue speranze, le sue paure più profonde. Un film sullo sport? No, o almeno non solo. Rocky è una storia universale, che usa lo sport come metafora della vita, portando sul grande schermo un’intensa storia che ha come tema portante – rullo di tamburi – l’amore.

“Una storia d’amore?”

Li sento i vostri commenti, eppure è così. C’è forse qualcuno che vuole negarlo? C’è qualcuno che non sta prendendo in considerazione il cuore del film, la love story tra Adriana (Talia Shire) e Rocky? Pensateci un attimo, se togliete quella rimane sul serio molto poco, Rocky parla dell’incontro tra due anime ai margini, una ragazza che ha passato tutta la sua vita nell’ombra, forse volontariamente, e un uomo che conosce molto bene quello che sta vivendo e proprio per questo riesce a vedere nella sua anima, fa di tutto per conquistarla e ci riesce. Se ci riflettete, e pensate a come si evolve la storia, è questa la sua più grande vittoria.

Quindi, rassegnatevi: Rocky è una storia di boxe e di amore. Non di amore per la boxe, stiamo parlando di due componenti distinte che possono coesistere pacificamente tra loro.
Il frame di cui voglio parlarvi oggi, oltretutto, riguarda proprio il primo appuntamento tra Rocky e Adriana, il romantico momento in cui i due si trovano all’interno di uno stadio, su una pista di ghiaccio deserta. Immaginate di vederlo proprio in questo momento, lei un po’ goffa e lui che le corre accanto senza pattini, deciso più che mai a conquistarla.
Ecco, è arrivato il momento di schiacciare il tasto pausa e di tornare indietro nel tempo.

Sono gli anni ’70, Sylvester Stallone si è da poco trasferito in California. È più deciso che mai a tentare la carriera cinematografica ma è anche consapevole di una cosa: con quel fisico sarà sempre relegato ad un determinato tipo di cinema e questo per lui rappresenta un grosso limite.
Decide, quindi, di dedicarsi alla scrittura e inizia a pensare ad uno script che parla della sua storia e di tutte quelle persone – e sono tante – che provano il suo stesso tormento. Parla di un uomo che non riesce a mostrare al mondo il suo vero volto, che vuole essere diverso, che combatte per qualcosa che va al di là del denaro.

Riesce ad ottenere un incontro con i produttori Robert Chartoff e Irwin Winkler, che rimangono molto colpiti dalla sua profondità, dai suoi modi educati, dal suo essere un poeta nel corpo di uno scaricatore di porto. Purtroppo non hanno ruoli da offrirgli ma lui dice di non essere lì per quello ma per proporre una sceneggiatura. Loro la leggono e se ne innamorano, è sul serio impossibile non innamorarsi di quelle pagine.

Passano lo script al regista John G. Avildsen, che inizialmente dice di non essere interessato ad un film sulla boxe ma dopo aver capito di cosa parla veramente la storia, anche lui, finisce con l’innamorarsene. Tutti adorano quella sceneggiatura, i produttori, il regista, il cast, e tutti sono pronti a dare il massimo perché sanno che quel film è destinato a lasciare un solco indelebile nella storia del Cinema.

Iniziano le riprese, con pochi soldi a disposizione ma con moltissima volontà. John G. Avildsen, fortunatamente, sa lavorare benissimo anche con un budget ridotto e al suo fianco c’è sempre Sylvester Stallone, che non viene accreditato come regista ma segue sotto ogni aspetto, e con la massima cura, quella che per lui è la realizzazione di un sogno.
Riadatta il copione al momento, secondo le necessità. Il primo appuntamento tra Adriana e Rocky, ad esempio, è stato pensato in un ristorante ma John G. Avildsen non è convinto. Non vuole una scena statica e Sly comincia a pensare che forse ha ragione. Riscrive quindi quel momento, ambientandolo in uno stadio affollato su una pista di ghiaccio.

La produzione, però, non è d’accordo per un semplice motivo: non ci sono soldi. Gli attori devono dividere i camerini, figuratevi se si riesce a trovare il modo di riempire uno stadio, pagare le comparse, i pattinatori. Quella scena non si può fare. Peccato.
Ad un certo punto qualcuno, non si sa bene chi, propone un’alternativa: perché non girarla senza comparse? Ambientiamo tutto durante il Giorno del Ringraziamento, lo stadio è chiuso e Rocky “corrompe” il custode per permettere alla sua amata di pattinare.

È una scena bellissima, che Sly scrive al volo. Uno dei momenti migliori del film, nato per caso. Il destino ha cercato in più di un’occasione di mettere i bastoni tra le ruote alla produzione, questo è solo un esempio. Ciononostante Rocky è sempre riuscito a vincere durante la sua lavorazione, ha trovato un’opportunità anche nei momenti più difficili. Proprio come il suo protagonista, proprio come Sylvester Stallone.

Anche oggi siamo giunti alla fine del nostro appuntamento, anche oggi abbiamo scoperto che basta soffermarsi su di un singolo frammento di pellicola per scoprire un mondo. La settimana prossima ci attenderà un nuovo frame, una nuova storia.

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