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13 marzo 2018 • 13:15 • Scritto da Filippo Magnifico

Dio è in cielo, in terra e sul grande schermo

Film dopo film, la storia di Gesù di Nazareth è passata attraverso diverse rappresentazioni, fedeli in alcuni casi, provocatorie in altre, fino a Maria Maddalena, in arrivo nelle nostre sale il 15 marzo.
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«Non parlare mai di amore e pace. Un uomo ci ha provato e lo hanno crocifisso.»

Si dice che questa frase sia stata pronunciata da Jim Morrison, anche se in molti sono pronti a giurare il contrario. Se il dubbio rimane sulle parole, non si può dire la stessa cosa del soggetto a cui si riferiscono. Gesù di Nazareth, il Messia, il Figlio di Dio, la figura su cui si basa la dottrina Cristiana. Anche mettendo da parte la fede, è impossibile negare l’importanza che questo nome ha assunto nel corso dei secoli. Un’importanza che è passata attraverso molteplici rappresentazioni, che hanno abbracciato ogni forma d’arte tra cui anche il Cinema.

Ed è facile capirne il motivo. Anche solo prendendo in considerazione l’uomo e mettendo da parte (per quando sia possibile) la componente divina, la sua storia risulta particolarmente affascinante e riflette su valori universali che risultano sempre attuali. È un percorso personale, fatto di redenzione, sofferenza e perdono, che si conclude con un estremo sacrificio che assume lo status di insegnamento. Nella storia di Gesù di Nazareth troviamo l’umanità intera e il suo percorso, proseguito fino ai giorni nostri.

Jesus Christ Superstar, insomma, proprio come il musical e il film omonimo, rappresentato da diversi cineasti e pronto per tornare sul grande schermo con Maria Maddalena, il film diretto da Garth Davis. Joaquin Phoenix è solo l’ultima incarnazione (mai termine è stato più adatto) di Cristo, che durante il suo percorso cinematografico ci è stato presentato sotto diverse forme: hippy, rivoluzionario, guru. Mille volti, un solo nome.

Film dopo film, il mito di Gesù è passato attraverso diverse rappresentazioni, fedeli in alcuni casi, provocatorie in altre. È stato protagonista assoluto, semplice “comparsa”, come nel caso di Ben Hur di William Wyler.
Una fonte di ispirazione, insomma, come del resto continua ad essere per moltissimi registi in tutto il mondo, anche dichiaratamente non cristiani.
Cinema internazionale ma non solo, moltissimi sono gli esempi sacri presenti nella nostra cinematografia: si pensi, ad esempio, al Gesù “consigliere” di Don Camillo, il personaggio interpretato da Fernandel, protagonista di una fortunata saga ispirata alle pagine di di Giovanni Guareschi.

Rimanendo sempre nel nostro territorio, impossibile non citare Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Il realismo inseguito dal regista durante la sua carriera si concretizza in questa pellicola con una messa in scena in netta contrapposizione con i kolossal biblici del periodo e un cast composto da attori perlopiù esordienti come il diciannovenne Enrique Irazoqui, che interpreta Gesù. Un film controverso, pieno di poesia, geniale e sotto certi aspetti difficile da accettare, proprio come il suo protagonista.

Ma si parlava di kolossal, come non ci tare, quindi, il (quasi) contemporaneo La più grande storia mai raccontata, diretto nel 1965 da George Stevens. Un’opera titanica (260 minuti di durata per la versione originale), che vede Max von Sydow nel ruolo del Messia. Un clamoroso disastro al box office, che rivisto oggi riesce lo stesso a conservare un certo fascino.

Un solo nome ma mille volti, come abbiamo già detto, tra cui anche quello della commedia. Verso la fine degli anni ’70 arrivano i grandissimi Monty Python con Brian di Nazareth. Tra satira e parodia, il gruppo comico britannico porta sul grande schermo la storia di Brian (Graham Chapman), nato a Nazareth contemporaneamente con Gesù Cristo e, proprio per questo, vittima suo malgrado di una serie di tragicomici equivoci.

Un salto negli anni ’80, o per meglio dire la fine degli anni ’80, ed ecco che arriva l’immenso Martin Scorsese, con un passato da seminarista, un presente da Maestro del Cinema e un film, L’ultima tentazione di Cristo, che si distanzia dalle classiche riletture dei vangeli per portare sul grande schermo la storia di un Messia (Willem Dafoe), più umano che mai, dilaniato da dubbi e perseguitato dal suo destino. Un film affascinante, che è stato fonte di parecchi problemi (tra cui tentativi di boicottaggio) per il suo regista.

La rappresentazione più cruda e reale? La Passione di Cristo, il controverso film del 2004 scritto e diretto da Mel Gibson. Girato interamente in Italia, tra Matera e Cinecittà, quest’opera vede nel cast Jim Caviezel nel ruolo di Gesù Cristo. Mel Gibson, intenzionato a realizzare un’opera il più fedele possibile a quanto riportato nelle sacre scritture, ha girato in latino e in aramaico il suo film e ha inoltre mantenuto alto il livello di violenza, dando vita ad un’opera che nella parte finale rasenta lo splatter più puro.

Perché non dobbiamo dimenticare che la sofferenza, il doloroso conflitto tra corpo e spirito, sono componenti essenziali di questa storia. Come ha sottolineato lo stesso Joaquin Phoenix:

In qualche modo è una cosa a cui tutti noi siamo abituati, la lotta tra lo spirito e la carne. È un conflitto insito in ognuno di noi e penso che Gesù lo abbia provato in maniera molto forte. Credo di aver sempre pensato a lui – ed è molto tipico in fondo – come ad uno spirito. Poi mi sono reso conto che è proprio la crocifissione a rendere il suo sacrificio così grande. C’era anche un uomo che non voleva andarsene.

«Ma voi chi dite che io sia?» Questa domanda, fatta da Gesù ai suoi discepoli, continua ad essere attuale dopo 2000 anni. Molti hanno provato a dare una risposta, i titoli che abbiamo citato rappresentano solo una minima parte di una filmografia a tema, ancora più microscopica se rapportata al mondo dell’arte in generale. Tocca a noi sceglie il nostro – citando il titolo di una canzone dei Depeche Mode – “Gesù personale”. Quello che più si avvicina alla nostra concezione del mondo.

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