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Da Barry Jenkins a Greta Gerwig, la nuova Hollywood del Cinema Indipendente

Da Barry Jenkins a Greta Gerwig, la nuova Hollywood del Cinema Indipendente

Di Filippo Magnifico

LEGGI ANCHE: Greta Gerwig, la regina del cinema indie

Il cinema indipendente è diventato mainstream? Sembra proprio di sì e, sia chiaro, questo non è un male, dato che ci permette di fruire di opere che, in un diverso contesto, non avrebbero mai oltrepassato i confini dei vari festival sparsi per il mondo.
Le case di produzione, le cosiddette “major”, la hanno capito da un bel pezzo, ormai, e hanno dato vita a vere e proprie filiali indie per entrare in questo mercato. Le grandi star, poi, sono più che disposte a dimezzare il loro compenso per partecipare ad una pellicola indipendente, una scelta che il più delle volte si risolve con interpretazioni particolarmente intense, che i ruoli da blockbuster spesso non permettono. E sono sempre le major a pescare dal cinema indipendente nuovi registi da portare all’attenzione di tutto il mondo, come ad esempio Taika Waititi, passato dal bellissimo What We Do in the Shadows all’altrettanto godibile (ma con le dovute riserve) Thor: Ragnarok.

È un fenomeno interessante, da una parte abbiamo un numero altissimo di produzioni che mantengono le loro distanze da un certo tipo di cinema. Dall’altra abbiamo la grande Hollywood, che cerca in tutti modi di avvicinarsi a questo universo, fagocitandolo in cerca di nuovi talenti. E non è detto che questo funzioni sempre, perché per ogni Taika Waititi che riesce a dominare una grande produzione Marvel c’è sempre un Josh Trank, uscito sconfitto dalla sua esperienza con il mondo dei cinecomic. Ma Hollywood in ogni caso continua a provarci, perché ha capito l’importanza di un genere che attira sempre più il pubblico.

Guardiamo gli Oscar, per esempio, sono sempre più i film indipendenti presenti nella categoria Miglior Film, solo negli ultimi anni Whiplash di Damien Chazelle, Moonlight di Barry Jenkins, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, Scappa – Get Out di Jordan Peele e Lady Bird di Greta Gerwig (gli ultimi tre se la giocano proprio quest’anno con grandi titoli come Dunkirk). Possiamo quindi dire, con assoluta certezza, che nessuno sottovaluta le produzioni indipendenti.

Ci sono nomi, come Greta Gerwig, legati a filo doppio a questa corrente, che hanno esplorato in ogni sua forma. La Gerwig si è guadagnata di diritto il titolo di regina del cinema indie e con il suo Lady Bird ha dimostrato di conoscere il mondo della settima arte a trecentosessanta gradi, regalandoci un’opera delicata, semplice e al tempo stesso particolarmente profonda. Perché se c’è una cosa che ci ha insegnato il cinema indipendente è che non servono grandi budget per centrare il bersaglio, che il pubblico non ha bisogno di essere ipnotizzato da una marea di effetti speciali per sentirsi soddisfatto, che prima di colpire la vista è opportuno saper colpire il cuore.

Le parole prima di tutto, la componente essenziale di quel movimento indipendente conosciuto con il nome di mumblecore, che unisce Greta Gerwig, Barry Jenkins e una serie di nomi che ora sono sulla bocca di tutti, mentre altri continuano a rimare lì, nella loro nicchia confortevole. Come ad esempio Mark Duplass, considerato uno dei padri fondatori del mumblecore, sceneggiatore, regista, produttore, musicista e attore, protagonista di una delle più interessanti saghe horror degli ultimi anni: Creep. Due film che definire riusciti sarebbe riduttivo, due horror basati solo ed esclusivamente sui dialoghi eppure dannatamente inquietanti nella loro semplicità.

Perché il cinema indipendente non è solo quello dei drammi o delle commedie leggere, è anche quello dei grandi horror, realizzati con un budget ristretto, idee talvolta semplici ma efficaci e un conoscenza assoluta del mezzo cinematografico. Ce lo hanno dimostrato nomi come Larry Fessenden e Ti West, che nel suo The House of the Devil ha collaborato proprio con Greta Gerwig. E più recentemente ce lo ha dimostrato Jordan Peele, che per il suo esordio sul grande schermo ha scelto l’horror e la Blumhouse Productions, una delle poche case di produzione importanti che è riuscita a mantenere uno spirito indipendente (la stessa che ha creduto nel bellissimo Whiplash).

Cinema indipendente solo per modo di dire, quindi. Perché un po’ tutti noi, in fondo, dipendiamo da lui. Soprattutto Hollywood, anche se forse non lo ammetterà mai.

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