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A Quiet Place non è il solito film dell’orrore, la recensione

A Quiet Place non è il solito film dell’orrore, la recensione

Di Adriano Ercolani

Utilizzare un genere oggi più che mai “aperto” come l’horror per provare a raccontare anche qualcos’altro, adoperando spesso toni che appartengono a un tipo di cinema più universale, non confinabile dentro le barriere del genere stesso. Questo ha provato a fare John Krasinski con il suo terzo film da regista, A Quiet Place – Un posto tranquillo.

Fin dall’inizio si capisce che non ci troviamo di fronte al solito film dell’orrore, che si sta cercando di proporre al pubblico qualcosa di più originale. La sola idea di partenza, con i protagonisti che non possono fare alcun suono che attragga gli esseri che danno loro la caccia, precipita immediatamente il lungometraggio dentro un’atmosfera di tensione tangibile, pulsante. Oltre che il pericolo sconosciuto a spaventare sono anche i piccoli gesti quotidiani, le azioni di tutti i giorni che adesso rappresentano un pericolo costante. Ma soprattutto nella prima parte A Quiet Place – Un posto tranquillo non cerca soltanto di spaventare il pubblico, e questo è il suo punto di forza maggiore: il dramma di questa famiglia sopravvissuta allo sterminio viene tratteggiato attraverso momenti di forte umanità.

Ecco che allora dall’horror passiamo sorprendentemente a un racconto di frontiera, con persone che lottano per la propria sopravvivenza sia fisica che morale: la battaglia parallela che i personaggi combattono è quella per preservare la propria identità di famiglia, non cedere alla disperazione, trovare conforto in azioni che, proprio perché vietate, possono caricarsi di un’importanza fondamentale. Krasinski riesce con una regia pulita e attentissima all’intimità degli ambienti a delineare figure in chiaroscuro di enorme presa emotiva, ancora dilaniate dal dolore della perdita ma aggrappate l’una all’altra con forza dirompente. Quello che troppo spesso questo tipo di film post-apocalittici dimenticano di tratteggiare e che invece A Quiet Place – Un posto tranquillo propone con pienezza è il dramma della condizione umana, la desolazione di esseri umani che sanno che non potranno mai tornare alla vita di un tempo. Nei tempi dilatati, nelle pause e nei silenzi, il film di Krasinski in alcuni momenti possiede gli echi di un western del periodo revisionista, impregnato da una vena malinconica che irretisce e tocca nel profondo.

Tutto quello che viene intelligentemente seminato nella prima parte della narrazione permette al film di farsi perdonare qualche falla di sceneggiatura e un crescendo narrativo che aumenta il ritmo dell’azione inserendola però in un discorso di genere più classico, che funziona comunque piuttosto bene ma è lontano anni luce dal film crepuscolare che abbiamo apprezzato in precedenza. Krasinski però non perde mai il filo nella storia, non eccede nel gore o in effetti capaci di distrarre. Il risultato finale è un horror di più che discreta qualità, intenso nel mettere in scena ai rapporti umani ed efficace nello spaventare, soprattutto lavorando sul non visto. A tale, lodevole risultato contribuiscono infine anche le efficaci performance dello stesso Krasinski, di sua moglie Emily Blunt e dei due giovani attori che compongono la famiglia. Impossibile non tenere a loro e alla loro sopravvivenza, e per questo più di ogni altra cosa A Quiet Place – Un posto tranquillo funziona meglio della maggior parte degli horror che oggi arrivano in sala. Se dietro l’orrore possiamo sentire anche il dramma, il risultato è quasi sempre assicurato. E in questo caso lo è.

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