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The Cloverfield Paradox, più marketing che cinema: la recensione del film

The Cloverfield Paradox, più marketing che cinema: la recensione del film

Di Lorenzo Pedrazzi

Da quando è salita alla ribalta di Hollywood, la Bad Robot di J.J. Abrams si è imposta per la sua capacità di ramificare le proprie produzioni a livello cross-mediale, offrendo al pubblico un’esperienza multi-piattaforma che supera i limiti del singolo film o serie tv. Non a caso, la campagna del primo Cloverfield è entrata nella storia del viral marketing, gettando le basi per una serialità ben poco convenzionale: i capitoli successivi – 10 Cloverfield Lane e ora The Cloverfield Paradox – non sono necessariamente dei sequel, ma intrattengono con il primo film un legame implicito, da rintracciare nei dettagli nascosti, negli easter egg e nelle speculazioni teoriche. Le strategie virali giocano un ruolo fondamentale in questo processo, stimolando i fan ad aguzzare la vista ed elaborare teorie fantasiose.

Tale premessa è indispensabile per capire la genesi di The Cloverfield Paradox, peraltro non così diversa da quella di 10 Cloverfield Lane: entrambi i film sono nati come progetti indipendenti, con titoli diversi (God Particle e The Cellar) e ambizioni autonome, ma in seguito sono stati riscritti o modificati per integrarli nel Cloverfield Universe, ottenendo risultati quasi opposti. Se la pellicola di Dan Trachtenberg poteva reggersi completamente sulle sue gambe, quella di Julius Onah si muove invece all’ombra del capostipite, cercando un difficile equilibrio fra l’autonomia narrativa e le connessioni reciproche, interne al franchise. Di conseguenza, la trama viaggia su due binari paralleli: in un futuro non troppo lontano, l’equipaggio di una stazione spaziale internazionale ha il compito di attivare un potentissimo acceleratore di particelle per risolvere una grave crisi energetica mondiale, ma un malfunzionamento fa “sparire” il pianeta davanti agli occhi degli increduli astronauti, che ben presto sono costretti a lottare per sopravvivere; intanto, la Terra precipita in un devastante scenario apocalittico, mentre la NASA si chiede dove sia finita la stazione spaziale.

Soltanto l’inquadratura finale conferma i nostri sospetti circa l’apocalisse in corso, ma il rapporto fra The Cloverfield Paradox e gli episodi precedenti è chiaro fin dalle prime battute, quando l’intervento televisivo di un complottista (Donal Logue) ci avverte “didascalicamente” dei grandi pericoli connessi all’utilizzo dell’acceleratore: la sceneggiatura di Oren Uziel, infatti, evoca la teoria del multiverso e delle dimensioni parallele, temi già affrontati da Bad Robot in Fringe, ma non così frequenti sul grande schermo. Da qui scaturiscono le trovate più divertenti del film, pur nella loro (spesso ingiustificata) assurdità: la stazione spaziale si trasforma in una giostra degli orrori, un luna park dell’impossibile che – nel cortocircuito fra una dimensione e l’altra – genera effetti grotteschi, a tratti persino comici, sovvertendo la realtà precostituita con situazioni paradossali. L’esito, però, è sin troppo derivativo per acquisire una personalità originale, e spesso si avverte la sensazione di assistere a un emulo di Punto di non ritorno, Sunshine e Alien, citato esplicitamente in una scena. Archiviati gli effetti del passaggio interdimensionale, gli sviluppi narrativi diventano vetusti, appesantiti da cliché che si prendono maledettamente sul serio, e dissipano quel senso di mistero che avvolge il corpo centrale della storia. La responsabilità è soprattutto del copione, che inanella brutti dialoghi e reazioni poco credibili, ignorando alcune regole drammaturgiche basilari nella concatenazione degli eventi: gli snodi del racconto, infatti, appaiono troppo repentini, quando non palesemente illogici o privi di una solida costruzione pregressa – in termini sia psicologici sia emotivi – che ne giustifichi l’esistenza. Gli stessi personaggi sono poco interessanti perché fondamentalmente anonimi, e anche quando ne conosciamo il passato (come nel caso di Gugu Mbatha-Raw, protagonista del film) non ne avvertiamo mai lo spessore umano, dato che i loro conflitti sono puri espedienti melodrammatici.

I legami con Cloverfield elargiscono qualche soddisfazione in più, soprattutto grazie alla presenza di un evento centrale – l’incidente con l’acceleratore – che sembra parcellizzare le sue conseguenze su tutto il multiverso, e anche su diverse linee temporali; non è forse un caso che il prossimo capitolo di questo franchise sia ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, anche se per il momento resta avvolto nel mistero. A vincere, comunque, è il marketing. Netflix ha acquisito il film e lo ha pubblicato a sorpresa, dopo l’astuto virale dell’onnipresente Tagruato e le numerose ipotesi dei fan. Le strategie promozionali trionfano sull’effettiva qualità cinematografica del film, il cui contenuto passa quasi in secondo piano rispetto alle sue modalità di lancio: un’involuzione rispetto agli altri capitoli, che almeno conservavano una loro dignità creativa e non si lasciavano sopraffare dalle tecniche di vendita. Peccato.

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