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Schiavi di New York #4 – Una squillo per l’ispettore Klute

Schiavi di New York #4 – Una squillo per l’ispettore Klute

Di Adriano Ercolani

Bree Daniels, la prostituta protagonista del film di Alan J. Pakula, rappresenta l’esempio perfetto di cosa realmente significhi essere schiavi di New York. In questo thriller la città viene infatti rappresentata metaforicamente come un sistema coercitivo nei confronti della figura femminile. Un discorso purtroppo quanto mai attuale. Le primissime scene del film sintetizzano alla perfezione quella che è la poetica principale non soltanto dell’opera ma anche del regista. L’inquadratura che apre Una squillo per l’ispettore Klute (Klute, 1971) mostra un registratore in funzione, una voce di donna che esprime senza vergogna la sua libertà sessuale. E’ come se la natura più recondita dell’essere umano possa esprimersi soltanto attraverso il filtro dalla macchina, attraverso la simulazione della riproduzione. E’ un tema, o meglio una sorta di paranoia quasi distopica, che il lungometraggio condivide con molti capolavori di quel periodo, dal precedente Blow-Up (id., 1966) di Michaelangelo Antonioni all’appena successivo La conversazione (The Conversation, 1974) di Francis Ford Coppola. Pakula svilupperà ai massimi livelli tale rapporto ambiguo tra libertà individuale, oggetto meccanico e sistema complottistico in Tutti gli uomini del presidente.

Dopo la fredda alienazione del registratore ecco il calore umano della riunione familiare intorno a una tavola imbandita. Lo stacco netto di montaggio che interrompe il pranzo per sostituirlo con l’interrogatorio sulla scomparsa del padrone di casa è un momento di cinema folgorante, una sorta di jump-cut concettuale non lontano da quello poderoso e assolutamente innovativo che Stanley Kubrick aveva adoperato in 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey, 1968) per la più famosa ellissi temporale della storia del cinema. Pakula però adopera tale effetto di editing per sottolineare il ribaltamento di tono: durante l’interrogatorio degli agenti alla moglie dello scomparso viene subito messa in discussione la figura stessa dell’uomo, un gioco di specchi che ribalta la prospettiva idilliaca appena presentata. Nel cinema di Pakula il discorso sull’identità frammentata è spesso radicalizzato ma non sempre in senso negativo, come Una squillo per l’ispettore Klute dimostrerà attraverso la figura di Bree Daniels, straordinariamente interpretata da un Jane Fonda che per questo ruolo vinse il suo primo Oscar.

La prima inquadratura ambientata a New York – il totale su una stanza dove avviene il casting di aspiranti modelle – esplicita pienamente il processo di oggettivizzazione della donna che Pakula intende esporre. Alle spalle delle candidate infatti troviamo tre gigantografie di una ragazza trasformata in un gioiello, metafora di tale svuotamento. In questo meccanismo è incastrata anche Bree, magnificamente impersonata da Jane Fonda, che le regala anima e ne tratteggia la velata frustrazione quando ad esempio gli addetti al casting si complimentano con la modella accanto a lei. Essendo un film interamente giocato sui contrasti, Una squillo per l’ispettore Klute ribalta immediatamente il rapporto di potere uomo/donna nella successiva scena di seduzione. Lei ora è al comando, sicura e sensuale, mentre il suo cliente mostra invece tutta la sua insicurezza. Quando chiede di essere pagata prima della prestazione Bree mette in chiaro che sono soltanto affari, le emozioni non possono essere coinvolte, come ribadisce nella scena di sesso in cui simula piacere. Rivelandosi però definitivamente ingranaggio di quello stesso sistema che la tiene prigioniera. Dalla psicanalista Bree prova ad aprirsi, anche se le costa enorme sforzo: essere una call girl è l’unico modo per avere controllo sulla sua vita. La muta rassegnazione della donna è rivelata poco dopo, nella scena in cui canta a lume di candela per alleviare la malinconia, quella che apprezzeremo interamente pochi minuti dopo nel magnifico piano-sequenza in cui Bree si spoglia per l’anziano cliente, raccontandogli una storia inventata. E’ emancipata, indipendente, elegante. E sola. Quando infatti arriva la prima telefonata anonima ecco che il buio della sua casa non è più accogliente. Il magnifico carrello all’indietro realizzato da Pakula la immerge in un’oscurità adesso minacciosa. Il senso di paranoia e di pericolo sono tangibili ma se a provarli è una donna, per di più una prostituta, allora contano meno…

Se pensiamo che l’anno precedente a Una squillo per l’ispettore Klute Donald Sutherland aveva interpretato il folle e iconoclasta dottor “Occhio di falco” Pierce in M.A.S.H. (id., 1970) di Robert Altman, la sua trasformazione nel roccioso e irreprensibile detective diventa ancora più folgorante. Fin dalle primissime scene di si rivela perfetto efficace per esprimere il contrasto, lo sfasamento subito da chi viene da fuori e deve confrontarsi con le regole di New York. Se Bree è anche a sua stessa insaputa ormai parte del sistema John non lo è affatto, come conferma quando lei cerca di sedurlo nella prima scena di interrogatorio. A conti fatti la scelta di Sutherland è un chiaro miscasting – un attore alla Clint Eastwood di inizio carriera sarebbe stata perfetta – eppure la freddezza stilizzata che l’attore porta al suo ruolo è perfetta da contrapporre alla prova nevrotica e vorticosa della Fonda.

Una squillo per l’ispettore Klute è un film a tappe, non solo emozionali ma anche geografiche. Il percorso che la coppia mal assortita inizia alla ricerca dell’uomo scomparso e del suo assassino parte da Central Park West, nel quartiere più ricco di Manhattan dove abita il pappone interpretato da Roy Scheider. La zona a cui lei non appartiene più quando ha deciso di mettersi in proprio. Da qui partirà una discesa progressiva nella scala sociale della città, fino ai bassifondi dove vive la prostituta che offrirà loro indicazioni sullo scomparso, mentre aspetta lo spacciatore che deve portarle la dose giornaliera. Lo sciovinismo dell’establishment newyorkese è pienamente rappresentato dal Frank Ligourin di Scheider, che la fa accomodare fuori dalla porta anche se con Klute discuteranno proprio di lei. Il contrasto tra i due uomini è evidente, soprattutto nei costumi: sgargiante e volgare lo sfruttatore, elegante e austero il detective. I due rappresentano a conti fatti la dualità dell’anima stessa di Bree, e si daranno battaglia sia fisica che morale per possederla.

L’universo morale che Klute si trova a contrastare non è però corrotto soltanto dal basso, tutt’altro. Peter Cable, l’agente dell’FBI ossessionato da Bree, rappresenta in maniera anche più profonda l’abuso di potere del sistema che non vuole lasciarla andare. L’originalità de Una squillo per l’ispettore Klute sta nel fatto che praticamente fin dall’inizio della storia capiamo chi è il colpevole: nel film di Pakula non c’è bisogno dell’effetto sorpresa, poiché l’intera costruzione narrativa serve principalmente per sorreggere la metafora, la rappresentazione di un macrocosmo disfunzionale. Cable detiene il potere, non può compromettersi a causa delle sue deviazioni, ed ecco che insabbia tutto. Pakula mette in scena una psicologia tanto deviata quanto istituzionalizzata. La confessione finale dell’uomo alla fine del film altro non è che quella di un sistema che si auto-giustifica: “Non ero cosciente dei miei peccati finché non li hai esposti” dichiara candidamente Cable, dimostrando una forma mentis purtroppo tragicamente attuale. Addirittura l’agente rinfaccia a Bree il suo lavoro di prostituta, quello stesso a cui lui stesso l’ha in qualche modo costretta in quanto esponente “forte” di una società repressiva e maschilista. Le parole dell’uomo però diventano espiazione per la donna, la quale vede definitivamente il sistema dichiararla vittima, mostrare il suo vero volto. Cable le fa ascoltare la registrazione della violenza perpetrata prima di tentare di assassinarla: ancora una volta in Pakula la manipolazione dell’atto si antepone all’atto stesso, quasi lo sostituisce.

Oltre a essere un film formalmente ineccepibile, grazie anche alla fotografia del grande Gordon Willis o alle musiche di Michael Small – “argentiane” ancor prima che Dario Argento iniziasse a realizzare il suo cinema migliore – Una squillo per l’ispettore Klute è principalmente una denuncia dell’oppressione della donna nella società contemporanea. La forza del film sta però nel non essere un pamphlet morale e retorico, ma nel rappresentare invece tale abuso attraverso il ritratto umanissimo di Bree, psicologia autodistruttiva e assolutamente contemporanea. Una donna che vuole uscire da quel mondo che la opprime e insieme lo abbraccia, come dimostra quando alla fine riesce a sedurre Klute per poi abbandonarlo in camera. In quel momento Bree è New York. La scena finale del film, con i due che abbandonano l’appartamento svuotato, contiene la voce off della donna che parla con la sua psicanalista. Ecco che New York cerca di trattenerla ancora una volta: “Non posso rimanere in città. Forse tornerò. Probabilmente mi rivedrà la prossima settimana…”

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