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La Storia dietro un Frame: Psycho e la morte di Arbogast

La Storia dietro un Frame: Psycho e la morte di Arbogast

Di Filippo Magnifico

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I set dei film sono pieni di aneddoti più o meno interessanti. Alcuni sono noti, altri meno. Partendo da un frame, da una semplice immagine, si possono scoprire le storie più particolari. Questo perché dietro il semplice fotogramma di una pellicola si può nascondere un mondo. È questo il caso di Psycho e della morte di Arbogast.

PREMESSA: se non avete mai visto Psycho vi avviso che questo articolo contiene spoiler, ma la verità è che se non avete mai visto Psycho – e non sapete addirittura di cosa parla – un po’ ve lo meritate lo spoiler. Insomma, stiamo parlando della storia del Cinema!

Nel 1960, quando Psycho fa il suo ingresso nelle sale americane, Alfred Hitchcock riesce ad ottenere un divieto molto particolare: nessuno può entrare in sala dopo l’inizio del film.
Riesce a convincere la produzione ma soprattutto riesce a convincere i direttori dei cinema. In fondo anche a loro piace l’idea di avere file lunghissime di persone pronte a vedere il film più sconvolgente del periodo, cosa che, inevitabilmente, si rivela anche un’astuta campagna pubblicitaria.

Il motivo di questo “divieto”? Psycho è un film che gioca con lo spettatore, inizia con determinate premesse, mettendo in scena una protagonista, Marion Crane (Janet Leigh), che in realtà non è tale, che muore nel bel mezzo della storia facendo crollare ogni certezza e portando sullo schermo il vero personaggio principale: Norman Bates (Anthony Perkins), un fragile uomo soggiogato da una madre che solo sul finale scopriamo essere frutto della sua mente malata.
Perdere l’inizio equivale a non far parte di un meccanismo che è l’arma vincente di questa pellicola e Hitchcock lo sa bene.

Ma lo sto dicendo a voi, che avete superato il mio avviso di spoiler e siete arrivati fin qui perché conoscete molto bene il film. L’avete visto infinite volte, anzi, immaginate di (ri)vederlo proprio in questo momento e di soffermarvi su di un particolare momento. No, non si tratta della scena della doccia, è famosissima, è bellissima ma ne parlano sempre tutti.
In realtà state (ri)vedendo la morte del detective Milton Arbogast, interpretato da Martin Balsam.
Sta salendo le scale di casa Bates e, ad un certo punto, si trova di fronte la “signora” Norma Bates che lo accoltella, facendolo precipitare.
Il modo in cui percorre quegli scalini a ritroso, però, non sembra naturale. Come una ballerina, Arbogast sembra ripercorrere a ritroso quella rampa di scale, in punta di piedi.

Bene, è arrivato il momento di schiacciare il tasto pausa e tornare indietro nel tempo.

È la fine degli anni ’50. Alfred Hitchcock ha terminato le riprese di Intrigo Internazionale ed è pronto per tuffarsi in una nuova avventura cinematografica. Legge sul New York Times una bella recensione di Psycho, il romanzo di Robert Bloch, e comincia ad interessarsi a quella storia. Una volta letto il libro e colto il potenziale, decide di trasformarlo in un film.

Coinvolge uno sceneggiatore giovanissimo, Joseph Stefano. Lo script di quel ragazzo è piaciuto parecchio a sua moglie Alma e Hitchcock si è sempre fidato dell’opinione della sua consorte. Decide di girare il film in bianco e nero, con un budget ridotto all’osso e la crew del suo show televisivo, Alfred Hitchcock presenta.

Viste le tematiche del film e i numerosi colpi di scena che contiene lo gira in gran segreto. Sa bene che ogni minimo dettaglio potrebbe compromettere le buona riuscita della sua opera. Niente visite sul set, dunque, e per nascondere il doppio ruolo di Anthony Perkins inizia a far girare voci false, riguardanti i casting per il ruolo di Norma Bates.

Tutto procede per il meglio ma un giorno sopraggiunge l’influenza. Hitchcock non si sente bene, non può presentarsi sul set per le riprese.
Nessun problema, la sua crew è pronta a fermarsi in attesa del suo ritorno ma lui dice che non c’è bisogno. Il suo assistente alla regia, Hilton A. Green, non deve fare altro che seguire la sceneggiatura e gli storyboard per girare la scena del giorno, la morte del detective Milton Arbogast. Così Hilton e il resto della crew portano a casa la scena.

Il giorno dopo Hitchcock torna sul set, controlla il girato, si congratula con il gruppo per l’ottimo lavoro svolto ma, aggiunge, non può utilizzare quelle riprese per il suo film. Il motivo? La scena è girata molto bene ma hanno ripreso il povero Arbogast come se fosse un assassino e non una vittima che cammina verso il suo tragico destino.

Hitchcock rigira dunque la scena, utilizzando un campo medio per riprendere il povero detective lungo le scale. Vuole un’inquadratura speciale per seguire la sua caduta. Fa preparare una piattaforma mobile su cui sistema l’attore, gli chiede di agitare le braccia guardando verso l’alto, mentre alcuni membri della crew fanno muovere la piattaforma per ottenere un’idea di movimento. Alle sue spalle, scorre una carrellata della scalinata, girata precedentemente.

Così riesce ad ottenere l’effetto che aveva in mente, poco importa se non è particolarmente reale, alla fine quella caduta in punta di piedi riflette alla perfezione la macabra danza della morte.

Anche oggi siamo giunti alla fine del nostro appuntamento, anche oggi abbiamo scoperto che basta soffermarsi su di un singolo frammento di pellicola per scoprire un mondo. La settimana prossima ci attenderà un nuovo frame, una nuova storia.

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