La Storia dietro un Frame: Mario Bava e la magia del cinema (e del cerone blu)

La Storia dietro un Frame: Mario Bava e la magia del cinema (e del cerone blu)

Di Filippo Magnifico

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I set dei film sono pieni di aneddoti più o meno interessanti. Alcuni sono noti, altri meno. Partendo da un frame, da una semplice immagine, si possono scoprire le storie più particolari. Questo perché dietro il semplice fotogramma di una pellicola si può nascondere un mondo. È questo il caso di Mario Bava e della magia del cinema (e del cerone blu).

Mario Bava. Un nome che gli appassionati di Cinema conoscono molto bene ma che non ha mai ottenuto il meritato successo. Se solo avesse lavorato al di fuori del nostro territorio sarebbe stato considerato come Alfred Hitchcock ma gli è toccato lavorare qui, dove tutti lo consideravano un buon mestierante ma niente di più.

Oggi sono in molti a considerarlo un vero e proprio pioniere della settima arte, durante la sua carriera ha diretto ogni tipo di film, passando attraverso diversi generi e ispirando grandi nomi come Tim Burton e Joe Dante, che hanno sempre espresso la loro profonda ammirazione nei confronti di questo talento nostrano.

Come abbiamo detto, durante la sua carriera Mario Bava ha diretto moltissimi film ma il genere per cui tutti continuano a ricordarlo e l’horror. Il suo contributo nei confronti del cinema del terrore è indiscutibile, come anche quello nei confronti degli effetti speciali, che Mario Bava ha sempre curato personalmente, raggiungendo livelli incredibili con mezzi a dir poco scarsi.

La Maschera del Demonio rappresenta il suo esordio ufficiale sul grande schermo. Realizzato nel 1960, questo film con protagonista Barbara Steele mette bene in mostra la sua filosofia cinematografica, che fonde erotismo e orrore, sesso e violenza, dando vita ad un connubio a dir poco unico.

C’è un momento preciso in quest’opera, in cui il volto di Barbara Steele si trasforma. Invecchia, di fronte agli occhi del pubblico, senza stacchi di montaggio, in maniera del tutto naturale. Quasi un miracolo, realizzato in un periodo in cui la grafica digitale era praticamente fantascienza.

Ecco, immaginiamo di guardare il film proprio in ora, e di essere proprio i fronte a quella scena. Come al solito, è arrivato il momento di schiacciare il tasto pausa e tornare indietro nel tempo.

È la fine degli anni ’50 e Mario Bava lavora già da moltissimo tempo nel mondo del cinema. Una passione ereditata dal padre, che lo ha spinto a muovere i primi passi sui set cinematografici, coprendo quasi ogni ruolo tra cui quello di direttore della fotografia, grazie al quale ha lavorato con grandi nomi come Roberto Rossellini.

Con un regista in particolare instaura un profondo rapporto: Riccardo Freda. Con lui collabora a quelli che possiamo benissimo definire i primi grandi horror italiani: I Vampiri e Caltiki il mostro immortale. Di quest’ultimo, soprattutto, Bava cura gran parte della regia, senza però essere accreditato, mettendo bene in mostra la sua bravura sul set e dietro la macchina da presa.

È praticamente pronto per il grande passo e l’occasione arriva sulla scia del grande successo della Hammer Film Productions, che ha riportato sul grande schermo i grandi classici del cinema horror, garantendo una nuova giovinezza al genere gotico. Cavalcando quest’onda nasce, dunque, La Maschera del Demonio.

Come regista Mario Bava riese a dimostrare un talento unico e un professionismo fuori dal comune. Il Maestro (perché questo è il termine più adatto per lui) si occupa anche degli effetti speciali, ovviamente, e perfeziona quel piccolo miracolo che aveva già realizzato ne I Vampiri. Trasforma il volto di Barbara Steele in un’unica ripresa. Come? Con un trucco di luci e make up semplicissimo ma al tempo stesso geniale.

Ma lasciamo che sia lui a spiegarcelo:

Il trucco, ovviamente, può funzionare solo con il bianco e nero ma questo è puro genio, sarete d’accordo anche voi. L’approccio al cinema di Mario Bava si può benissimo riassumere in una semplice frase, pronunciata al collega Carlo Rambaldi (altro grande talento nostrano) molti anni fa:

Puoi inventare quello che vuoi, l’importante è che sia credibile.

Anche oggi siamo giunti alla fine del nostro appuntamento, anche oggi abbiamo scoperto che basta soffermarsi su di un singolo frammento di pellicola per scoprire un mondo. La settimana prossima ci attenderà un nuovo frame, una nuova storia.

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