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Jessica Jones, il passato è un campo di battaglia nella stagione 2: la recensione in anteprima

Jessica Jones, il passato è un campo di battaglia nella stagione 2: la recensione in anteprima

Di Lorenzo Pedrazzi

Jessica Jones occupa una posizione del tutto peculiare nell’attuale panorama dei cinecomic, indipendentemente dal medium di appartenenza. La prima stagione della serie, pur con i suoi limiti di scrittura, mette in scena un racconto supereroistico che s’immerge a fondo nell’identità femminile della protagonista, con sviluppi e conflitti interiori che non sarebbe possibile replicare – per ragioni culturali prima ancora che psicologiche – nelle avventure di un eroe maschile: questo fa di Jessica Jones la prima serie supereroistica dotata di uno sguardo realmente alternativo a quello dominante, nonché l’unica disposta a esplorare l’intimità spigolosa della sua eroina.

La seconda stagione prosegue sullo stesso percorso, almeno stando ai primi cinque episodi che ho potuto vedere in anteprima. Dopo gli eventi di The Defenders, Jessica (Krysten Ritter) riprende a gestire la Alias Investigations con l’aiuto di Malcolm Ducasse (Eka Darville), ma la sua insofferenza nei confronti del mondo non è affatto cambiata. Anzi, è ancora più intensa: da quando ha ucciso Kilgrave (David Tennant), l’opinione pubblica vede in lei soltanto un’assassina, e talvolta i clienti vogliono approfittarsi della sua cattiva fama. Intanto, Trish Walker (Rachael Taylor) frequenta un giornalista di grande successo, mentre Jeryn Hogarth (Carrie-Anne Moss) riallaccia i rapporti con Jessica per chiedere il suo aiuto in una situazione difficile. La detective si ritrova improvvisamente con le mani occupate: un’agenzia rivale le dichiara guerra, e gli spettri del passato ricominciano a tormentarla. Jessica scopre infatti che gli esperimenti della IGH hanno prodotto altri individui potenziati, tra cui un misterioso killer che sta accumulando cadaveri a New York City. Così, la sua indagine assume ben presto i tratti di una ricerca interiore.

Senza scendere nel dettaglio per evitare gli spoiler, la seconda stagione di Jessica Jones potrebbe rappresentare l’inizio della “Fase 2” dei Difensori, leggermente più aperta all’influenza dei fumetti e alle possibilità di camei illustri. Ce ne sono due abbastanza significativi, anche se il più sorprendente riguarda un vecchio eroe Marvel mai apparso in live-action, e che viene rielaborato dalla showrunner Melissa Rosenberg per adattarlo alle esigenze della serie. Sono questioni marginali rispetto al resto, ma dimostrano la maggiore permeabilità dello show verso la mitologia marvelliana, trasmettendo l’impressione concreta di un universo più grande (anche perché le sporadiche citazioni degli Avengers non mancano mai, come accadeva già in passato). Al di là di questo, la struttura del racconto sembra più solida rispetto alla prima stagione: non ci sono – per ora – deviazioni riempitive, e la detection di Jessica si dipana attraverso una concatenazione di indizi e personaggi che mantengono sempre una certa coerenza, senza perdersi in vicoli ciechi. Le sottotrame parallele, intanto, restituiscono la giusta dignità ai co-protagonisti, soprattutto Trish, Malcolm e Jeryn, ma lasciano spazio anche ai nuovi personaggi come Oscar (J.R. Ramirez), il sovrintendente del palazzo con figlioletto al seguito.

Il ritmo cresce per gradi, fino a rendersi trascinante dal terzo episodio in avanti, quando Jessica ruzzola sempre più a fondo nella tana del Bianconiglio e la minaccia si fa ancora più palpabile. Il senso di mistero è decisamente superiore, anche perché l’identità dell’antagonista (o degli antagonisti) rimane ambigua, alla pari della loro agenda. A valorizzare ulteriormente l’intreccio, però, è il coinvolgimento intimo e diretto di Jessica. Succedeva già nella prima stagione, ma qui il discorso si evolve: lo stress post-traumatico – amplificato dal contesto sovrumano in cui si svolge la vicenda – diviene un sentimento ancor più vasto, di caratura universale, talmente profondo da condizionare il rapporto tra l’eroina e qualunque aspetto della sua vita, passato e presente. In ogni suo gesto e in ogni suo sguardo c’è una profonda disillusione che nasce dall’impossibilità di elaborare il lutto, con una doppia matrice: da un lato, la perdita dei suoi cari nell’incidente automobilistico; dall’altro, la perdita del controllo sul suo stesso corpo. Tutta la serie, in effetti, è una lunga battaglia combattuta sul corpo di Jessica, ripetutamente violato dalla manipolazione altrui, dalla violenza e dallo stupro, sia in età pre-adolescenziale (quando la IGH interviene su di lei) sia in età adulta (con Kilgrave e tutto ciò che ne è seguito). Se il fulcro della prima stagione era il terrore di cedere la potestà del corpo a un’altra persona, i nuovi episodi attingono invece a una paura più sottile, quella di affidarne il controllo a un lato di noi stessi che non sappiamo governare, senza alcuna possibilità di autoassoluzione. Jessica è spaventata dai suoi accessi di rabbia, e teme di diventare come quel “mostro” a cui dà la caccia. Non a caso, mentre il confronto con Kilgrave era basato sulla pura contrapposizione, quello con la nuova nemesi gioca sul reciproco specchiarsi, anche in fatto di poteri.

Accade allora che nel corpo di Jessica si coagulino tutti i soprusi subiti quotidianamente dal corpo femminile, sul quale sono sempre “gli altri” a voler decidere e legiferare. La sua grande lotta è per l’autodeterminazione del sé, al fine di liberarsi sia dalle ingerenze istituzionali (la IGH) sia da quelle individuali (Kilgrave). Questi primi cinque episodi hanno il merito di calarci nella routine devastata e ripetitiva di una donna sconvolta, profanata nel fisico e nella mente, ma decisa a riprendersi ciò che le spetta di diritto. Krysten Ritter è sempre convincente per come interiorizza i conflitti della protagonista, mentre Janet McTeer è un’aggiunta di gran classe, peraltro in un ruolo chiave.

Al momento le impressioni sono buone, ma il giudizio definitivo è rinviato alla recensione completa.

Voto: ★★★★

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