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Greta Gerwig, la regina del cinema indie

Greta Gerwig, la regina del cinema indie

Di Lorenzo Pedrazzi

Essere identificati con un’intera corrente artistica non è mai facile, soprattutto quando si parla di cinema indie. La sola parola, oggi, fa rovesciare gli occhi a molti spettatori navigati, che in esso vedono un coacervo di pretenziosità e autocompiacimento dove si ripetono sempre gli stessi tópoi narrativi, al punto da reiterare persino le atmosfere, i colori, l’abbigliamento e gli scenari urbani o suburbani. Greta Gerwig, suo malgrado, è considerata l’emblema di tutto questo, ma soltanto un fiero detrattore potrebbe limitarsi a uno sguardo così superficiale: il successo dell’attrice californiana – ora anche autrice – cela infatti un desiderio di (auto)rappresentazione che riecheggia in molte branche del pubblico, soprattutto nella fascia che spazia tra la pubertà, la post-adolescenza e i primissimi anni dell’età adulta, ammesso che questa distinzione abbia ancora senso. E, guardando il cinema di Greta Gerwig, forse non ne ha più.

Non è un caso che le protagoniste di Lady Bird e Frances Ha siano originarie di Sacramento, città natale dell’autrice, e poi si trasferiscano a New York per studiare o lavorare: il loro percorso rispecchia quello della stessa Gerwig, che attinge a varie suggestioni autobiografiche (non necessariamente letterali) al fine di renderle universali, proponendosi come la voce di un’intera generazione. In fondo, certi aspetti generali della sua esperienza sono piuttosto comuni tra i giovani americani, soprattutto quelli che nascono lontani dai grandi centri culturali e artistici degli Stati Uniti. Come l’eponima eroina del suo debutto registico, anche lei cresce nella città californiana e coltiva il sogno di trasferirsi a New York, dove vorrebbe studiare teatro musicale: un desiderio che nasce dalle sue esperienze nella danza, soprattutto il balletto e poi l’hip hop, più consono alla sua notevole statura corporea. Dopo aver frequentato il liceo cattolico femminile di St. Francis, Gerwig emigra nella Grande Mela, ma finisce per laurearsi in inglese e filosofia al Barnard College. Cerca di dedicarsi alla scrittura drammaturgica (aveva già firmato alcune commedie durante l’università), ma non viene ammessa ai corsi del Master of Fine Arts, quindi si concentra di più sulla recitazione. Una mossa vincente: Greta entra in contatto con Joe Swanberg, principale esponente del mumblecore, che le assegna un piccolo ruolo nel suo secondo film da regista, LOL (2006).

Considerando la successiva evoluzione della sua carriera, non sorprende che Greta Gerwig abbia iniziato proprio con il mumblecore. Questo sottogenere del cinema indie si fonda su alcune caratteristiche ricorrenti, in particolare la recitazione naturalistica, i budget microscopici e i dialoghi spesso improvvisati (da cui il “borbottio” – in inglese mumble – che dà il nome al movimento), ed è l’erede ideale del cinema di John Cassavetes e del primo Richard Linklater, soprattutto il suo Slacker. Gerwig si “forma” in questa filosofia produttiva, diventandone ben presto una figura chiave: dopo essere apparsa in Baghead dei fratelli Duplass, rafforza la sua unione creativa con Swanberg e collabora alla sceneggiatura di Hannah Takes the Stairs (2007), prima di debuttare alla regia – ma in coppia con lo stesso Swanberg – in Nights and Weekends (2008). Partecipa anche ad altri film indipendenti, tra cui l’horror The House of the Devil (2009) di Ti West, ma comincia ad avvertire una certa irrequietezza che la riporta a studiare recitazione, preparandosi così per il grande salto che seguirà.

La svolta decisiva è l’incontro con Noah Baumbach, che la scrittura in Greenberg (2010) al fianco di Ben Stiller, Rhys Ifans e Jennifer Jason Leigh. Questa sinergia con il cineasta newyorkese, oltre a essere fondamentale per la sua maturazione artistica, le apre nuovi orizzonti di cinema mainstream: non a caso, dopo Greenberg, Greta Gerwig compare in Amici, amanti e… (2011), Damsels in Distress (2011), Arturo (2011) e To Rome with Love (2012), dove lavora con Woody Allen. Gli obiettivi di Greta, però, sconfinano ben oltre la recitazione; il suo obiettivo è raccontare storie anche come autrice, dirottando sul grande schermo le sue vecchie ambizioni drammaturgiche. Anche per questa ragione, il successivo Frances Ha è una creatura in gran parte sua, nonostante la regia sia curata dal solo Baumbach (al quale è legata anche sentimentalmente). Il film esce nel 2013 con un grande successo di critica, e si afferma subito come un piccolo cult: girato in bianco e nero, ispirato ai classici della Nouvelle Vague e di Woody Allen, Frances Ha cela il primo germoglio della Greta Gerwig-autrice, che infatti scrive la sceneggiatura con Baumbach e ne influenza radicalmente lo sviluppo, costellandola di spunti autobiografici che torneranno anche in seguito.

Frances Halladay è una ventisettenne di Sacramento che vive a New York con la sua migliore amica Sophie (Mickey Sumner), e si guadagna faticosamente da vivere lavorando per una compagnia di ballo e insegnando danza alle bambine. Quando Sophie decide di trasferirsi, Frances è costretta a cavarsela da sola in un sottobosco di giovani artisti – o aspiranti tali – che sembrano sempre più in gamba di lei, o comunque più bravi a badare a loro stessi. Ne deriva il ritratto di una generazione smarrita, dove i confini tra l’adolescenza e l’età adulta sono sempre più sfumati: la stessa Frances è infantile, spesso inadeguata, priva di quelle certezze professionali e finanziarie che le consentirebbero di pianificare la sua vita, mentre i “veri adulti” – già sposati, con un lavoro fisso e dei bambini – sembrano lontani anni luce. Greta Gerwig incarna così un certo tipo di ansia sociale con cui è facile relazionarsi, evocando spesso i piccoli imbarazzi quotidiani di chi si sente sempre fuori posto. Di conseguenza, Frances Ha mette in scena una protagonista che si allontana dalla retorica dell’eccezionalità (tipica di molto cinema americano), preferendole una normalità che talvolta si avvicina persino alla mediocrità: Frances non è un genio, non ha nemmeno un talento sfolgorante per la danza, eppure trova una sua nicchia di indipendenza che le permette di realizzarsi come persona. Dal contrasto fra l’inerzia di Frances e le esigenze del mondo esterno scaturisce il peculiare tono del film, sempre in bilico tra l’ironia e l’amarezza, la giocosità e l’introspezione.

Frances Ha diventa un manifesto generazionale, e la collaborazione con Baumbach prosegue in Mistress America (2015), scritto anch’esso a quattro mani. Stavolta Greta Gerwig non è la protagonista assoluta, ma interpreta Brooke, prossima sorellastra di Tracy Fishko (Lola Kirke), una matricola del Barnard College che fatica a inserirsi tra i compagni e sogna di fare la scrittrice. Tracy è affascinata dalla vita imprevedibile di Brooke, e la pone al centro di un racconto che le permette di accedere a una prestigiosa rivista letteraria. Brooke, intanto, vuole aprire un ristorante, ma perde i finanziamenti e deve rivolgersi alla sua ex migliore amica – che le rubò un’idea imprenditoriale – per trovare nuove risorse economiche. Anche in questo caso si avverte lo smarrimento dei giovani odierni davanti alle più disparate aspettative sociali ed economiche, ma Brooke è molto più “inserita” e popolare di Frances: fa parte dei cool kids, non certo degli emarginati, e la celebrazione finale che le dedica Tracy («Fare da paladina dei reietti è un lavoro solitario») non suona molto credibile rispetto alla sua caratterizzazione. Il limite di Mistress America è proprio questo: cerca di “mitizzare” un personaggio che non lo merita affatto, usando un approccio meno onesto rispetto a Frances Ha. E, pur vantando dialoghi brillanti e personaggi ben delineati, si sforza di diventare iconico a tutti i costi, perdendo naturalezza.

L’abilità recitativa di Greta, in compenso, si affina sempre di più. Quando interpreta personaggi che le sono vicini (vale anche per Il piano di Maggie di Rebecca Miller), l’attrice californiana dà sempre l’impressione di esserci e non esserci allo stesso tempo, oscillando tra il coinvolgimento emotivo e uno straniamento quasi brechtiano, che le permette di confessarsi alla macchina da presa senza mai eccedere nel melodramma. Registi importanti si accorgono di lei, e infatti lavora con Mia Hansen-Løve in Eden (2014); Todd Solondz in Wiener-Dog (2016); Mike Mills in 20th Century Women (2016); Pablo Larraín in Jackie (2016); e Wes Anderson – come doppiatrice – ne L’isola dei cani (2018).

A questo punto, il debutto alla regia in veste solitaria è un passaggio obbligato. Greta Gerwig lavora per anni alla sceneggiatura di Lady Bird (2017), attingendo alle sue esperienze nel liceo cattolico di Sacramento, ma senza riferimenti letterali: i parziali autobiografismi sono più che altro delle suggestioni, utili per far risuonare la vicenda nei ricordi dell’autrice. D’altra parte, agli aspiranti scrittori si offre sempre lo stesso consiglio: “Scrivi di ciò che conosci”. Un suggerimento che Greta ama seguire per filo e per segno nelle sue sceneggiature, e Lady Bird è un’ulteriore emanazione del suo vissuto individuale, trasfigurato e rielaborato in forma d’arte. Christine “Lady Bird” McPherson (Saoirse Ronan) è una diplomanda di Sacramento che desidera frequentare un college dell’Ivy League, preferibilmente a New York, ma sua madre Marion (Laurie Metcalf) le fa notare che la famiglia naviga in cattive acque, e l’accusa di essere un’ingrata. Così, Lady Bird affronta l’ultimo anno di liceo tra primi amori e nuove amicizie, sfogando la sua frustrazione in modi che Marion non approva, mentre invia le applicazioni a vari college fuori dallo stato.

Il paradosso di Lady Bird è che, per raggiungere una superiore maturità espressiva, Greta Gerwig è dovuta tornare indietro nel tempo, risalendo all’epoca in cui si formano le primissime basi dell’età adulta. Ancora una volta assistiamo al ritratto di una ragazza “media”, priva di grandi talenti che la elevino dalla massa, eppure dotata di una personalità credibile e vibrante, destinata a entrare in collisione con la madre. Quello tra le due figure femminili, salde e inamovibili nelle rispettive convinzioni, è uno dei rapporti madre-figlia più verosimili che il cinema americano ci abbia regalato negli ultimi anni, perché richiama l’idea di un’incomunicabilità irrisolvibile, come dimostra il malinconico finale. Ma Lady Bird è anche una rilettura spigolosa del chick flick, dove l’educazione sentimentale e il percorso formativo della protagonista ci offrono una controparte femminile di alcuni classici Bildungsroman maschili, soprattutto I 400 colpi e Boyhood.

La strada pare già tracciata, anche perché Greta Gerwig ha manifestato un grande entusiasmo per il mestiere della regia: “Non c’è nulla di più elettrizzante di vedere grandi attori che pronunciano le parole scritte da te, dando loro vita” ha dichiarato. Il suo cinema (seppur neonato) propone una focalizzazione intimista sul femminile che risponde a un’esigenza crescente: quella di differenziare lo sguardo, proiettando sulla realtà un punto di vista alternativo a quello dominante. Che poi è la missione stessa del cinema indipendente, di cui Greta Gerwig, sul panorama americano, è ormai diventata l’emblema più popolare.

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