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Dal manga allo schermo – Full Metal Alchemist

Dal manga allo schermo – Full Metal Alchemist

Di Marlen Vazzoler

È arrivato sulla piattaforma Netflix il live action di Full Metal Alchemist basato sull’omonimo manga di Hiromu Arakawa pubblicato in Italia da Planet Manga, precedentemente adattato per la televisione con due serie animate intitolate: Full Metal Alchemist (2003-2004) e Fullmetal Alchemist: Brotherhood (2009-2010) entrambe disponibili su Netflix.

Il manga è stato pubblicato sulla rivista mensile Monthly Shōnen Gangan della Square Enix dall’12 luglio del 2001 al 12 giugno del 2010 ed è stato raccolto in 7 volumetti. L’opera di cui sono state vendute circa 67 milioni di copie in tutto il mondo ha dato vita a 6 light novel scritte da Makoto Inoue, degli spin-off che seguono i due protagonisti Edward e Alphonse Elric nella loro ricerca della pietra filosofale.

Full Metal Alchemist ha vinto a pari merito con Yakitate!! Japan (inedito in Italia) la 49ma edizione del Shogakukan Manga Award nella categoria shōnen nel 2004. Sia nel 2010 che nel 2011 è stato votato come manga preferito agli Eagle Award, ed ha ricevuto un Seiun Award come miglior fumetto fantascientifico nel 2011.

Ambientato in una realtà storica alternativa, che ricorda l’Europa durante la rivoluzione industriale, la storia segue le avventure di due fratelli Edward e Alphonse Elric due talentusi alchemici che commettono il più grave dei tabù: la trasmutazione umana quando decidono di riportare in vita la madre.
Questa scelta porta Edward a perdere la gamba sinistra e il braccio destro e il corpo del fratellino Al il cui spirito viene legato a un’armatura vuota. Per trovare la leggendaria pietra filosofale per ripristinare i loro corpi.

Con i due anime e il film live action ci troviamo di fronte a tre adattamenti molto diversi tra loro, da una parte abbiamo la prima serie animata di 51 episodi che fino a metà serie circa segue l’opera originale per poi discostarsi con un finale originale come richiesto dalla stessa autrice, impegnata durante la sue realizzazione nella serializzazione del manga.

La seconda serie di 64 episodi adatta alquanto fedelmente il manga, senza filler (episodi riempitivi).

Nel caso del film invece, oltre a trovarci di fronte a un tipo diverso di narrazione audiovisiva non più seriale ma cinematografica e per questo motivo vincolata da una durata minore, racconta una storia auto-conclusiva (anche se la scena dopo i titoli di coda apre la possibilità per un sequel) che ricopre per buona parte gli eventi dei primi volumetti, e inserisce con dei twist degli eventi narrati nel corso e verso la fine del manga.

Full Metal Alchemist (2003)

Vincitrice del TV Feature Award nella nona edizione dell’Animation Kobe Awards, è stata una delle opere raccomandate dalla giuria ai Japan Media Arts Festival nel 2004.
La Arakawa ha spiegato che non voleva ripetere lo stesso finale in entrambi i media, e dopo aver visto la fine dell’anime, è rimasta sorpresa da quanto fossero diversi gli Homunculi rispetto al manga, inoltre le sono piaciute le origini del villain (Dante) creato dallo staff dell’anime.
La serie si distingue particolarmente per il tono dark fin dalle sue prime battute, per il concepimento del background degli Homunculi nati dalle ossessioni degli esseri umani e per il finale, in cui vediamo Al usare la pietra filosofale e Ed trasmutare se stesso per salvare il fratello, due comportamenti che vanno contro i principi dei due fratelli e in particolar modo nell’ultimo esempio, non mostrando nessuna crescita nel personaggio.

La conclusione vera e propria si ha però nel film Fullmetal Alchemist – The Movie: Il conquistatore di Shamballa (anche questo disponibile su Netflix) dove lasciamo il mondo creato dalla Arakawa per un salto-spazio temporale nella Terra della seconda guerra mondiale e assistiamo alla lotta dei personaggi nel venire ai termini con la verità e il rifiuto della realtà in cui vivono.

Fullmetal Alchemist: Brotherhood (2009)

Naturalmente anche in questo caso ci sono delle differenze con l’opera originale, sebbene il tono sia ugualmente drammatico è ben bilanciato con i momenti comici, diventando meno pesante dal punto di vista emotivo.
La serie si contraddistingue per il suo alto ritmo nella prima dozzina di episodi, dopo i quali tende ad abbassarsi un po’. Fornisce uno sguardo più ampio sul mondo di FMA e sviluppa più approfonditamente i personaggi secondari.

Fullmetal Alchemist – La sacra stella di Milos (2011)
Assente dalla piattaforma Netflix, è disponibile in edizione home video grazie a Dynit. La storia autoconclusiva raccontata nel film si inserisce tra il 20° e il 21° episodio di Brotherhood.

Fullmetal Alchemist (2017)

Fin dal suo sviluppo la pellicola è stata fonte di discussione, per la scelta di far interpretare i personaggi a un cast giapponese e non caucasico, una simile reazione da parte del pubblico si era già verificata con altri due live action: Therme Romae nelle scene ambientate nell’antica Roma e nei film di Attack on Titan.
Durante la visione questo elemento passa in secondo piano, anche se la parrucca per i capelli di Ed (Ryōsuke Yamada) è un pugno sull’occhio. L’interpretazione di Sato per il ruolo di Hughes è una delle migliori lo stesso non si può dire per l’annoiata interpretazione della Matsuyuki per Lust.

In compenso gli effetti speciali sono ben fatti per un film giapponese, siamo ancora ben lontani dalle produzioni hollywoodiane ma il budget usato non è nemmeno paragonabile. Il rendering dell’armatura in CGI di Alphonse spicca su tutto il resto, hanno invece un aspetto cartoonesco i cloni e il potere di Gluttony, guardandolo non si può fare a meno di pensare a un bambolotto.
Gli elementi base della storia originale ci sono, ma il regista Sori ha inserito troppi elementi narrativi che in alcuni casi potremmo definire alquanto discutibili, come la morte di uno dei personaggi secondari principali. Questa scelta porta a due problemi: la difficile visione del film da parte del pubblico generalista che non conosce la storia originale e la poca caratterizzazione di diversi personaggi, in particolare quelli femminili come Riza e anche se non si direbbe di primo acchito, anche Winry, la cui presenza ha più una funzione narrativa.

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