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Black Panther – La recensione del film di Ryan Coogler

Black Panther – La recensione del film di Ryan Coogler

Di Lorenzo Pedrazzi

Realizzare il più grande blockbuster “nero” di sempre è indubbiamente un gesto politico. D’altra parte, i fumetti Marvel sono sempre stati piuttosto sensibili alla temperie sociale della contemporaneità, soprattutto in epoche di grande fermento culturale: un caso emblematico è rappresentato dagli anni Sessanta e Settanta, quando Randy Robertson rimproverava a Peter Parker il suo scarso impegno politico nelle manifestazioni studentesche, mentre Steve Rogers – in pieno scandalo Watergate – abbandonava lo scudo di Capitan America perché disgustato dalla corruzione del governo. Anche scegliere Ryan Coogler per la regia di Black Panther è un gesto politico, in particolare se consideriamo lo spessore e l’impegno di Fruitvale Station, suo film d’esordio, ma stavolta il contesto è radicalmente diverso: il cineasta californiano sposta lo sguardo su scala globale, cercando un compromesso tra la sua visione personale e le pressanti esigenze “diplomatiche” di una produzione come questa.

Va da sé che un cambiamento era inevitabile, vista l’alterità di Pantera Nera rispetto ai supereroi americani. Le sfumature politiche non sono una completa novità nel Marvel Cinematic Universe (qualche accenno è rintracciabile già in Iron Man 3 e Captain America: The Winter Soldier), ma Black Panther li integra nell’identità culturale dell’eroe e della sua nemesi, dando luogo a una dicotomia che tenta di allontanarsi dal manicheismo puro, per mettere a confronto due diverse concezioni del mondo. Entrambi i personaggi sono il prodotto dei rispettivi ambienti: da un lato abbiamo T’Challa (Chadwick Boseman), neo-sovrano del Wakanda che ha perso il padre in Civil War, allevato per diventare il nuovo Re; e dall’altro c’è invece Eric Killmonger (Michael B. Jordan), cresciuto nei quartieri popolari di Oakland – non a caso, città natale del regista – con una rabbia profonda che gli ha permesso di sviluppare una coscienza di classe. Ciò che ne deriva è un conflitto morale e familiare, prima ancora che fisico e militare. Se il folle Ulysses Klaw (Andy Serkis) vuole “solo” depredare il Wakanda dei suoi giacimenti di vibranio, rappresentando una minaccia quasi marginale, Killmonger porta l’attacco al cuore dello stato, dove mette in pratica le stesse strategie che ha imparato sotto l’intelligence statunitense: infiltrarsi nel paese, destabilizzarlo e rovesciarne il governo. Naturalmente il Wakanda non è una nazione come un’altra, e la sua proverbiale segretezza genera ulteriori dilemmi nella mente di T’Challa, costretto a decidere se aprire le porte alla comunità internazionale o proteggere la riservatezza secolare dello stato africano.

In tal senso, il merito principale della sceneggiatura di Ryan Coogler e Joe Robert Cole è quello di offrire un arco narrativo compiuto, anche per quanto riguarda il villain, la cui coerenza resta ferrea dall’inizio alla fine: contrariamente a T’Challa, il rancoroso Killmonger ha vissuto la miseria in prima persona, ed è l’erede di un lungo retaggio storico che risale agli schiavi africani; il suo desiderio di spezzare le catene delle minoranze oppresse nasce proprio da lì, ma sfocia in una violenza indiscriminata che ne corrompe gli ideali. Pantera Nera, di contro, si fa portavoce di una visione ben più tranquillizzante per la maggioranza bianca, costruttiva e pacificatrice, volta a promuovere il Wakanda come esempio di emancipazione culturale e solidarietà sociale. Il messaggino anti-Trump è palese (“bisogna costruire ponti, non muri”), all’insegna di un progressismo tipicamente hollywoodiano, rassicurante e liberal. In questa prospettiva, il film sembra addomesticare le linee guida dell’afrofuturismo per renderle digeribili a tutti, classe dominante compresa, come dimostra l’alleanza fra T’Challa ed Everett Ross (Martin Freeman), agente della CIA e quindi rappresentante delle istituzioni americane; il fatto che la stessa CIA sia responsabile di molte “imprese” simili a quelle di Killmonger, però, è una contraddizione interna che non viene mai evocata.

Certe ambiguità sono forse congenite a un progetto del genere, costantemente in bilico tra rivoluzione sociale e riconferma delle tradizioni, segno che i blockbuster hollywoodiani tendono sempre ad assorbire nella “norma” ogni impulso sovversivo. Il mandato dell’intrattenimento ha un ruolo primario (e in questo non c’è nulla di male), quindi Black Panther cerca di mantenere in equilibrio tutte le sue componenti tematico-narrative per non deludere nessuno, riconoscendo inoltre la giusta dignità ai personaggi secondari, soprattutto Okoye (Danai Gurira), Nakia (Lupita Nyong’o) e Shuri (Letitia Wright), spesso vere e proprie co-protagoniste. Il resto è una commistione di ottimo concept design e altalenante confezione tecnica, dove Ryan Coogler tenta di metterci del suo con piani sequenza o long take che impreziosiscono soprattutto le scene d’azione, per quanto le coreografie degli scontri non siano memorabili. L’ambientazione africana è sicuramente un valore aggiunto, poiché consente di variare la scala cromatica rispetto ai soliti scenari metropolitani: il Wakanda è un raro esempio di afrofuturismo (seppure annacquato) sul grande schermo, ricco di contrasti fra la natura selvaggia e le tecnologie avveniristiche, il bruno della terra e il grigio del metallo. Se gli altri film del Marvel Cinematic Universe sono basati su una fondamentale coerenza estetica e visiva, Black Panther lavora invece sulle contaminazioni, sulle antinomie, dove tribalità e fantascienza dialogano fra loro.

Anche per questa ragione, il film di Ryan Coogler si rivela come uno dei capitoli più autonomi dell’universo marvelliano: non solo tende a reggersi sulle sue gambe senza troppi riferimenti esterni, ma cerca di variare la “formula” introducendo una seriosità che, finora, era stata appannaggio solo dei vari Captain America. I suoi rari tentativi umoristici, in effetti, falliscono miseramente: l’ironia non gli si addice, e Coogler non ha i tempi comici nelle sue corde.

Resta un valido cinecomic, ma frenato dall’incapacità di riconoscere le proprie contraddizioni.

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