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Tutti i soldi del mondo – La recensione del film di Ridley Scott

Tutti i soldi del mondo – La recensione del film di Ridley Scott

Di Lorenzo Pedrazzi

Il dialogo tra Cinema e Storia è sempre stato problematico, e il tradimento di quest’ultima è un peccato molto difficile da espiare. Quando fece Citizen Kane, Orson Welles non raccontò la vita del magnate William Randolph Hearst, ma ne trasse ispirazione per creare un personaggio immaginario, guadagnandosi così la piena libertà narrativa sulla biografia fittizia di Charles Foster Kane: non un tentativo di trasporre la realtà, insomma, bensì una rielaborazione artistica delle sue istanze, capace di isolarne le questioni fondamentali – l’impero mediatico, le aspirazioni politiche, la visione dell’amore come possesso… – senza l’obbligo di seguire un percorso già tracciato. Tutti i soldi del mondo, pur confessando di essere solo “ispirato” a una storia vera, mette in scena proprio quel J. Paul Getty, fondatore della Getty Oil Company e miliardario dalla fama controversa, soprattutto per gli aneddoti riguardanti la sua avarizia. Di conseguenza, il regista Ridley Scott e lo sceneggiatore David Scarpa partono da una base di realtà molto chiara, tangibile anche nella rievocazione storica che circonda il sequestro di John Paul Getty III, nipote del tycoon, rapito a Roma il 10 luglio 1973 da alcuni membri della ‘ndrangheta.

Il film si sviluppa da qui, concentrandosi sugli sforzi di Gail Harris (madre del ragazzo) e Fletcher Chase (ex agente CIA e collaboratore fidato di Getty) per riportare a casa il sedicenne Paul, sottoposto a un riscatto di 17 milioni di dollari: pur essendo affezionato al nipote, Getty non ha intenzione di sborsare un centesimo per il suo rilascio, e la situazione diviene ancor più critica quando i rapitori “vendono” il giovane a un’altra organizzazione criminale. La linearità della narrazione è interrotta soltanto dai flashback del primo “atto”, dove lo stesso Paul racconta la fortuna di suo nonno e la separazione tra i suoi genitori, delineando il quadro familiare che precede il rapimento. Per il resto, l’ovvia alternanza fra i quattro personaggi e le rispettive ambientazioni (Londra per Getty, la Calabria per Paul, Roma per Gail e Fletcher) favorisce la varietà del racconto, che oscilla fra il thriller, il melodramma e il ritratto psicologico. A tal proposito, il J. Paul Getty di Christopher Plummer emerge per ambiguità e sfaccettature, imponendosi come un uomo fin troppo abituato a personificare gli oggetti e reificare le persone, al punto da dichiarare apertamente il suo amore per le “cose”: in particolar modo quei manufatti artistici che, essendo fissi e immutabili, sono anche facilmente controllabili.

La falsa metonimia della statuetta che il tycoon regala a Paul è un emblema del suo rapporto morboso con gli oggetti, sacrificabili solo come strumenti di manipolazione affettiva, purché il loro valore economico sia scarso. D’altra parte, Tutti i soldi del mondo lo dichiara fin dal titolo: il denaro e il valore delle cose – ma anche, per esteso, delle persone – è centrale nel film di Ridley Scott, dove il thriller è impostato come una trattativa continua che si svolge su vari livelli, con pochissime concessioni all’azione. Lo stesso personaggio di Mark Wahlberg rivela di non amare le pistole, ed è un negoziatore più che un soldato, tant’è che l’essenzialità del suo ruolo – apparentemente superfluo per gran parte della storia – passa dalla dialettica, non dall’intervento fisico. Si avverte un netto contrasto fra lui, la Gail di Michelle Williams e le prevedibili banalizzazioni storiche di una produzione come questa, soprattutto nel ritratto della polizia italiana e delle Brigate Rosse, la cui messa in scena è frettolosa e stereotipata: l’irrazionalità dei rappresentanti locali si scontra con l’acume dei protagonisti americani, come da tradizione.

È chiaro che il film non cerca il verismo, né una rigida aderenza ai fatti, ma il tradimento della Storia per fini drammatici stride con le sue dichiarazioni iniziali. Se alcuni dettagli romanzeschi potrebbero ancora risultare accettabili (come l’empatia del rapitore interpretato da Romain Duris), gli sviluppi narrativi del finale sono talmente fantasiosi da sfiorare l’ucronia, pur all’interno di un contesto che non ne giustifica l’esistenza. Un’operazione di questo tipo era apprezzabile in Inglorious Basterds, dove la stilizzazione “fumettistica” preannunciava fin dal principio le deviazioni dalla Storia, e quindi il suo riadattamento per scopi drammaturgici; ma Tutti i soldi del mondo è molto lontano da un simile approccio. Il film di Ridley Scott ambisce a ricostruire un episodio realmente accaduto, analizzandone le ramificazioni psico-emotive e riflettendo sulla figura del patriarca, eppure la sceneggiatura di Scarpa chiude il cerchio con un epilogo artificioso e rassicurante, che mistifica la realtà dei fatti a proprio vantaggio. Tutto questo, d’altronde, suona molto appropriato per un film che ha davvero cancellato il passato dopo lo scandalo di Kevin Spacey, sostituito in tempi record dall’ottimo Plummer nelle numerose scene che lo vedono protagonista: una scelta di autoconservazione, tipicamente hollywoodiana, che interviene sulla realtà per piegarla alle sue esigenze.

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