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11 gennaio 2018 • 17:15 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

The End of the F**king World, una rabbia ancora più giovane: la recensione

La fuga come ribellione e come utopia del cambiamento: The End of the F**king World è un brillante connubio di dramma e commedia che mette in scena lo smarrimento di una generazione.
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L’utopia della fuga è uno dei tópoi più frequenti nella narrativa giovanile, intesa come forma di racconto (letterario e audiovisivo) che mette al centro l’infanzia, la pubertà e la post-adolescenza, con i rispettivi problemi sociali e affettivi: scappare non significa solo voltare le spalle alle difficoltà quotidiane, ma anche ribellarsi all’istituzione familiare, spesso in contesti ben poco accattivanti per le illusioni cosmopolite di un teen-ager, prevedibilmente incompreso e soffocato dal suo ambiente. Le migliori opere sulla fuga, però, adottano spesso un punto di vista lucido e disincantato su questa chimera, che raramente culmina nell’idillio auspicato dai protagonisti, se non nei casi più stilizzati e post-moderni, come il tarantiniano Una vita al massimo.

In virtù di un simile retaggio, The End of the F**king World s’impone subito come l’incarnazione contemporanea di quel sogno giovanile, dove il sarcasmo diventa l’unica arma di difesa fra le mani di una generazione smarrita. Il creatore Jonathan Entwistle (anche regista con Lucy Tcherniak) e la sceneggiatrice Charlie Covell adattano l’omonimo fumetto di Charles S. Forsman in una miniserie fulminea, otto episodi da venti minuti ciascuno, coerente con l’asciuttezza delle produzioni targate Channel 4: ciò che ne risulta è un prodotto molto diverso dalla fonte originale, e forse più adatto alla sensibilità delle platee che hanno apprezzato l’umorismo caustico e amarissimo di Fleabag, Misfits o altri gioielli made in UK. I protagonisti sono James (Alex Lawther) e Alyssa (Jessica Barden), diciassettenni che vivono in una cittadina della provincia britannica, di cui non sopportano le convenzioni e la routine. James è convinto di essere uno psicopatico, vive con suo padre e sostiene di non provare emozioni; Alyssa è oppressa dall’odioso patrigno e da una madre succube, ma si crogiola nei ricordi del suo vero papà, che le manda un biglietto di auguri ogni compleanno. Dopo aver ucciso numerosi animali nel corso della sua infanzia, ora James punta alla sua prima vittima umana, e Alyssa – attratta dalla sua aria di emarginato sociale – gli si palesa davanti agli occhi come la preda perfetta. È sempre lei, però, a prendere l’iniziativa: James è fondamentalmente timido e chiuso, mentre Alyssa scatena il suo sarcasmo rabbioso su chiunque incontri. Con questo spirito, i due ragazzi rubano l’auto del padre di James e cominciano la loro fuga per cercare il vero papà di Alyssa, ritrovandosi a compiere quasi involontariamente una serie di crimini che attirano l’attenzione della polizia, rappresentata dalle detective Eunice (Gemma Whelan) e Teri (Wunmi Mosaku). Dal canto suo, James si rende conto che il rapporto con Alyssa sfocia in un amore sincero, intenso e viscerale, tipico di un’età che amplifica ogni sentimento fino all’inverosimile.

L’essenzialità raggelante del tratto di Forsman non trova alcuna corrispondenza nella serie, dove James e Alyssa si guadagnano più facilmente la simpatia del fruitore grazie al processo di umanizzazione operato dai bravissimi attori, che danno corpo a due personaggi molto teneri nelle loro disperate imperfezioni. In fondo, questi adolescenti sono due ribelli con buone ragioni e nessuna causa, disorientati da un contesto sociale che non ha saputo prendersi cura di loro, rovinati da genitori deboli o assenti, e costretti a delinquere in reazione alla violenza del mondo. The End of the F**king World, però, stempera la drammaticità della trama con un’ironia straniante, talvolta macabra, che dà un’impronta stralunata ai protagonisti e rende surreali le loro disavventure: non a caso, sia le immagini sia il linguaggio verbale sono caratterizzati da un notevole parossismo, e il turpiloquio di Alyssa, in particolare, diviene una provocazione compiaciuta ed esplicita verso il perbenismo degli adulti (evidente già dal titolo, peraltro).

Inevitabile pensare alla Rabbia giovane di Terrence Malick, anche per l’impiego della narrazione extradiegetica che accompagna la storia. In questo caso, però, le voci off appartengono a entrambi i fuggiaschi, e servono a colmare le lacune delle rispettive biografie in corso d’opera, come se volessero affrettarsi a giustificare i loro comportamenti durante la fuga, stabilendo così un rapporto apparentemente paritario. Di fatto, James e Alyssa sono due solitudini che sviluppano una sorta di simbiosi, pur senza mai consumare il loro amore a livello carnale: in un mondo che non sembra capace di comprenderli, devono affidarsi l’uno all’altra per sopravvivere. L’eccezione è rappresentata da Eunice, l’unica disposta a scavare nelle loro vite per comprenderne le motivazioni, provando un’empatia che ricorda il coinvolgimento del detective Slocumb in Thelma e Louise. Ma, come in quel caso, non basta. James e Alyssa sono vittime di un’ipocrisia che non offre né alibi né giustificazioni, e la loro corsa attraverso il paese, fino al mare che blocca la strada, è un grido di guerra quasi inconsapevole, e persino commovente nella sua ingenuità. Non bastano la famiglia e le istituzioni a fermare la cavalcata dei due ribelli, ma i limiti geografici di un’isola (con tutte le applicazioni metaforiche del caso) sono insormontabili.

Voto: ★★★★

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