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Schiavi di New York #1 – Al di là della vita

Schiavi di New York #1 – Al di là della vita

Di Adriano Ercolani

Non c’è inferno.

Né paradiso.

C’è soltanto un interminabile limbo chiamato New York.

A più di vent’anni da Mean Streets e Taxi Driver Martin Scorsese tornò sulle strade della Grande Mela per chiudervi i conti, grazie a quella che è a tutti gli effetti la (sfortunata) summa del suo cinema metropolitano. Dopo Al di là della vita (Bringing Out the Dead, 1999) il cineasta infatti cambiò totalmente pelle, soprattutto nell’entità produttiva dei suoi lavori, e a partire dal successivo Gangs of New York scelse di confrontarsi con meccanismi e budget appartenenti a un altro tipo di cinema. Soprattutto a un altro concetto.

E quindi il suo ultimo abbraccio agli sconfitti della sua città, forse anche più dei film precedenti, si pone come una visione di confine, infuocata e gioiosamente dolorosa.

L’anima di Al di là della vita è già contenuta nei titoli di testa, come spesso accade al cinema di Scorsese – pensate a Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo, Quei bravi ragazzi, L’età dell’innocenza e molti altri capolavori. La camera car che apre il lungometraggio con i suoi movimenti nervosi e scomposti è la stessa di Mean Streets. Stavolta però non precede l’auto con i criminali da strapazzo Harvey Keitel e Robert De Niro: in cerca di redenzione adesso c’è l’ambulanza guidata dal paramedico Nicolas Cage, costretto a vagare per le strade notturne di una città radicalmente cambiata nel corso degli anni. Alla sua prima collaborazione con il direttore della fotografia Robert Richardson il regista detta già nelle inquadrature che si alternano con i opening title le coordinate cromatiche del film: sulle note acide di T.B. Sheets di Van Morrison il montaggio congiunge infatti l’ambulanza che vaga per le strade con il dettaglio degli occhi allucinati di Cage. La sirena avvolge tutto di rosso demoniaco e bianco angelico, colori che rappresentano la dicotomia tra salvezza e dannazione. Per tutto il film la scelta di Scorsese e Richardson sarà quella di illuminare le strade in maniera espressionista, con fasci di luce abbagliante che piombano sui personaggi da fonti innaturali, illogiche, come a rappresentare una possibilità di salvezza la quale però non raggiunge mai terra, mai arriva ad abbracciare veramente chi rimane attaccato all’asfalto. “Nessuno qui viene licenziato” ricorda a Frank il suo capo, a confermargli che da tale limbo non si esce. Se non a un prezzo troppo alto da pagare…

Siamo adesso nei primi anni ’90, l’America ha “vinto” la prima Guerra del Golfo e Bill Clinton ha portato la sua personale idea di new deal alla Casa Bianca. Le luci di New York ora sono adesso abbaglianti (elemento fondamentale dell’estetica del film), eppure continuano a illuminare quelli che invece vorrebbero perdersi nella notte, la quale non concede più loro neppure la dignità dell’ombra. E allo stesso modo neppure Frank può nascondersi, costretto incessantemente a osservare quelle anime perse in cerca del suo personale fantasma, la giovane Rose che non è riuscito a salvare. Siamo negli anni di una metropoli piagata dal crack e dalla prostituzione, quella rappresentata da New Jack City, dallo Spike Lee di Jungle Fever o dall’Abel Ferrara de Il cattivo tenente. Anche se uscito nel 1999,  Al di là della vita sceglie di tornare all’inizio di quel decennio così contraddittorio per la Grande Mela. Ritenuto troppo tenero nella lotta a droga e criminalità, il sindaco David Dinkins (unico afroamericano nella storia di New York) venne sconfitto nel 1993 dal “sergente di ferro” Rudy Giuliani, che ripulì le strade dalla lordura che le impestava. E con essa sradicò anche l’intensa, pulsante umanità raccontata nel film di Martin Scorsese.

Come accadeva per il Travis Bickle di Taxi Driver – altro personaggio nato per Scorsese dalla penna di Paul Schrader – New York diventa dunque un purgatorio metaforico dentro cui vagare senza meta né riposo, in circolo, aspettando che arrivi il momento della redenzione, in cui il singolo può scappare alla propria condizione. Eppure nel forte anelito religioso che pervade il cinema del regista e dello sceneggiatore quello della salvezza è un concetto inscindibile dal sacrificio. Ecco allora che può arrivare soltanto attraverso l’accettazione della propria umanità, o meglio della colpa e del peccato che definiscono l’essere umano almeno quanto il suo lato migliore. Se alla fine di Taxi Driver Robert De Niro lavava i suoi peccati nel sangue degli sfruttatori per salvare iris/Jodie Foster, così Frank prova a riconquistare la pace lasciando morire l’uomo che ha inutilmente salvato all’inizio del film. Più di quello di Travis il percorso del personaggio di Nicolas Cage è circolare: nella distanza temporale che intercorre tra Taxi DriverAl di là della vita Paul Schrader ma soprattutto Martin Scorsese hanno preso coscienza del fatto che contro i propri demoni non si può vincere, soltanto arrendersi e contenerli. Frank alla fine del suo percorso ritrova il sonno, soltanto una piccola pausa rispetto al dolore che continua ad attenderlo al risveglio.

Unica consolazione sta nel fatto che in questo girone di dannati non si è soli: i tre compagni di scorribande notturne di Cage, straordinariamente interpretati da John Goodman, Ving Rhames e Tom Sizemore, scandiscono il suo personale cammino verso la resurrezione (altro riferimento religioso: il film inizia di giovedì notte per terminare domenica mattina). I tre posseggono un approccio alla vita e al lavoro radicalmente differente : Larry è razionale e pacioso, intento ad arrivare alla fine del turno cercando di farsi coinvolgere il meno possibile dal dolore di quelli che carica sull’ambulanza. Marcus invece si gongola nelle sue contraddizioni, diviso tra la sua fede religiosa e il suo istinto lascivo. E infine il lupo mannaro Tom, colui che ha veramente abbracciato la follia di new York, che ha bisogno di sangue e distruzione, che alla fine rivolgerà metaforicamente la sua energia distruttiva contro la stessa ambulanza nello straordinario carrello porta finalmente Frank fuori dall’ospedale, all’alba, verso l’agognato oblio.

La grandezza di Al di là della vita si trova principalmente nello stridore tra forma e contenuto. L’orrore metropolitano viene messo in scena da Scorsese con una vitalità febbrile e dolorosa, che il cineasta ritroverà solo per brevissimi sprazzi nel suo cinema futuro almeno fino a un altro film sfortunato presso il pubblico come Silence. Movimenti di macchina frenetici, luci acidissime, montaggio impazzito, colonna sonora da brividi: tutto in Al di là della vita sprizza libertà creativa. Questo è il motivo per cui questo capolavoro deve essere riconosciuto per ciò che è: la chiusura di un percorso artistico emozionante come nessun altro nella storia del cinema americano contemporaneo.

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