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11 gennaio 2018 • 16:45 • Scritto da Marco Nucci

Memento, Mementote! – Il più antipatico del mondo

Marco Nucci ci racconta la storia di uno spettatore, tra sala e vita, tra memorie reali e altre, probabilmente, inventate...
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In vita mia, ho sempre ricercato l’assoluto, provando a rifuggire con forza le sfumature delle cose. Detesto le misure intermedie, e quando mi trovo a dover decidere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, di norma spacco il bicchiere.

A sei anni ero convinto che il mio bisnonno fosse “l’uomo più vecchio del mondo”, in senso assoluto. Per me era un dato di fatto, visto che aveva novantaquattro anni. Presto scoprii che il nonno di un bambino di quarta ne aveva novantasette, e quello di un mio bis cugino addirittura novantotto. Il mio, di bisnonni, era solo un uomo molto anziano, non “il più vecchio del mondo”. Probabilmente, non figurava neanche nelle prime cento posizioni.
A sedici anni mi fidanzai per la prima volta. Lei si chiamava Francesca, dandole il primo bacio mi convinsi che sarebbe durata per sempre. Un amore assoluto, “il più grande del mondo”. Non uno dei tanti, o uno particolarmente acceso, il più grande. La nostra storia finì in cinque, forse sei settimane, poi ognuno per la sua strada. Francesca l’ho incrociata un mesetto fa, in centro a Bologna: ha tirato dritto, neanche mi ha riconosciuto. Ma forse mi confondo, e nemmeno era lei.

Insomma, cercando l’assoluto nelle cose della mia vita sono sempre andato incontro a cocenti delusioni, rassegnandomi infine ad ammettere che l’esistenza è un sistema complesso, uno sconfinato deserto grigio punteggiato di oasi bianche e nere che si rivelano immancabilmente come miraggi. Avevo aspettative diverse, ma tant’è.

All’interno di questo mutevole (e tragico) quadro in cui le certezze cadono come soldatini di piombo, a salvarmi è sempre arrivata la banda dei paperi. Sì, quelli Disney. Il mondo immaginario in cui si muovono è tutto il contrario del nostro, e l’assoluto regna sovrano: un deserto in bianco e nero, punteggiato da rare zone grigie che si rivelano immancabilmente come miraggi. Se esistesse davvero, mi ci trasferirei domani.

Ognuno dei paperi è portatore di una caratteristica chiave, che lo distingue dagli altri in modo netto: Gastone è il più fortunato del mondo, Paperino il più pigro (e sventurato), Paperoga il più maldestro, Archimede il più geniale, Paperone il più taccagno. Ognuno è l’incontestabile campione del suo segno particolare, e le rare volte in cui la cosa è messa in dubbio è solo in funzione di una gag che, alla fine della storia, conferma l’incontrovertibilità dell’assunto e riporta le cose al loro Status Quo (e Qui e Qua – scusate, mi è scappata…). Se mio nonno fosse stato un papero, sarebbe stato davvero il più vecchio del mondo. Se Francesca fosse stata una papera, beh, probabilmente ora mi troverei in un istituto di igiene mentale, e starei scrivendo da lì. Ma saremmo ancora innamoratissimi.

Nelle storie Disney, la complessità e i sottotesti non sono mai da ricercare nei personaggi, quanto più nel linguaggio, o nelle sottili tensioni satiriche degli episodi meno innocui. I paperi sono come i burattini della nostra tradizione: maschere infrangibili, condannate a essere sé stesse come lo scorpione che punge la rana nel famoso racconto. La loro prevedibilità è il fondamento su cui costruire montagne di significato.

In tal senso, la nuova serie animata dei DuckTales è una serie sbagliata. Non dico brutta, visto che se si volesse compiere una disamina sulla qualità dei vari aspetti artistici il giudizio sarebbe immancabilmente positivo: il segno grafico è meraviglioso, e così l’animazione che lo muove. I dialoghi sono brillanti, il ritmo indiavolato, la passione delle maestranze coinvolte tangibile. Ma.

L’autore della serie, Mark Youngberg, ha attuato un’operazione di restyling dell’universo narrativo paperopolese: la rivoluzione ha investito tutti gli aspetti, dalle architetture di Duckburg al carattere dei personaggi, ed è su quest’ultimo punto che il progetto è incappato nel suo errore. Nei nuovi DuckTales, i paperi presentano idiosincrasie, cambi d’umore, e le psicologie mutano nell’avanzare della trama orizzontale. Sono personaggi di Wes Anderson, non di Carl Barks. Se osservate con attenzione, finirete per convenire che Paperone non è altro che Royal Tenenbaum (il Gene Hackman del film omonimo) travestito da pennuto. Un uomo ricco e cinico, certo, ma sempre pronto a ritrattare sé stesso. Un personaggio realistico, e per questo imprevedibile. Un emissario della zona grigia, una mina vagante. Fosse per lui, alla fine della parabola lo scorpione non pungerebbe la rana, e noi ci perderemmo una bella storia.
La sequenza simbolo di questo mio ragionamento accade nel secondo episodio. Paperone viene convocato dai contabili del consiglio di amministrazione della PdP, che lo strigliano severamente perché i bilanci dicono che sta spendendo troppo denaro in sciocchezze. Il papero più ricco del mondo cerca di difendersi come può dall’accusa, consapevole tuttavia di essere nel torto.

Capirete come, prestando fede alla teoria sui caratteri assoluti, una scena del genere non sia ammissibile. Paperone è il più taccagno del mondo: impossibile che venga additato di essere uno spendaccione! Potrebbe accadere in un episodio in cui batte la testa e impazzisce, o in un altro in cui Amelia lo ipnotizza con un incantesimo, ma non nella normale quotidianità del personaggio. Se al mondo esiste una sola persona più tirchia di Paperone (in questo caso i contabili), l’universo narrativo di Barks deflagra. E questo vale anche per la fortuna di Gastone, la sfortuna di Paperino, la goffaggine di Paperoga e la genialità di Archimede.

La sequenza con i contabili non è che l’esempio di una lunga lista di licenze che la serie si prende sulla materia originale: tutti i personaggi, nessuno escluso, sono tremendamente complessi e sfumati, e perdono così la carica di significato che la loro monodimensionalità determinava. In Barks è il mondo a cambiare di continuo, con Paperon de’ Paperoni a osservarlo dall’alto, stoicamente immutabile. Nei nuovi DuckTales avviene l’esatto contrario. Youngberg voleva reinventare un mondo, e invece lo ha tradito. Certo, lo ha fatto con grazia, gusto, indiscutibile maestria, ma non basta. Osservo il suo giocattolo, e mi appare rotto.
Me ne rendo conto, questa mia presa di posizione potrebbe apparirvi puntigliosa e antipatica. Ma io sono un critico antipatico, amici di ScreenWEEK.it.
Il più antipatico del mondo.

MARCO NUCCI
Nato nel 1986 a Castiglione dei Pepoli, frequenta il DAMS cinema per poi occuparsi come libero professionista di video editing. Dal 2012 è direttore artistico del festival sul fumetto “Crime City Comics: Dylan Dog”. Dal 2015 è redattore e sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha pubblicato 2 libri a fumetti con la casa editrice Tunué.

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