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Memento, Mementote! – L’uomo di Agrigento

Memento, Mementote! – L’uomo di Agrigento

Di Marco Nucci

Qualche giorno fa ho visto al cinema Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh. Potrei dirvi che è un bel film, oppure che tifavo per Sam Rockwell dai tempi in cui massacrò quelle bambine del Miglio verde. Invece vi racconterò di un episodio successo venticinque anni fa, che la pellicola mi ha fatto tornare in mente. Se avete visto il film, i motivi vi appariranno chiari. In caso contrario, abbandonate subito la lettura e precipitatevi nella prima sala in cui lo proiettano. Ne vale la pena.

Più di centomila sigarette fa, nel 1994, mi capitò di avere otto anni. Fu un anno dal clima atipico, dominato dal vento e dalla pioggia. All’inizio dell’estate, nel mio paese, una ragazza fu molestata da uno sconosciuto. Accadde di notte, nei pressi della piscina comunale: l’uomo tentò di baciarla, lei reagì, l’uomo cercò di strapparle la maglietta, fallì ancora, allora le spaccò il setto nasale con un pugno e scappò a bordo di un auto.
Una Fiat Tipo grigia, targata Agrigento…” dichiarò la ragazza, che però non riuscì a essere precisa nel descrivere il volto dell’aggressore. Era buio, lei era sconvolta. Ricordava la sua voce, sgraziata e gutturale, ma nient’altro. A parte la targa, ovviamente. AG. Agrigento.
In poche ore la voce sull’accaduto fece il giro del paese, arrivando alle orecchie di noi ragazzini, che passavamo le giornate a giocare a pallone in strada e sentivamo tutto. In quel periodo, ero riuscito a convincere il mio amico Davide che gli alberi del campo vicino a casa sua crescevano perché noi ci pisciavamo sopra, e così lui aveva smesso di farla in casa, deciso a trasformare il suo pino preferito in una bestia gigantesca, la più grande dell’Appennino. Era un albero ancora giovane, alto appena due metri e con il tronco sottile.
Un giorno, Davide ci chiese di farla tutti insieme sul suo pino, “Come i Ghostubusters quando incrociano i flussi”. Ci eravamo già messi in cerchio intorno al tronco quando feci la domanda che diede il via alla faccenda dei volantini:
Avete sentito dell’aggressione alla piscina?
Si, un tizio ha stuprato la figlia di quelli del cinema…” commentò Alessandro.
Non l’ha stuprata, scemo!” precisò Andrea. “Ci ha provato, poi è scappato!”
Non ci riesco, se mi guardate…” mugugnò Filippo, con lo sguardo basso.
E chi ti guarda?” esclamò Davide, sghignazzando.
È stato uno di Agrigento…” dissi.
E chi l’ha detto? A quanto ne so, la macchina era di Agrigento, ma lui forse no!” commentò Andrea, tirandosi su la cerniera dei pantaloni. Aveva finito.
Diventerà gigantesco…” sospirò Davide, guardando il pino.
Mi sa che piove…” annunciò Alessandro, che una volta finito di urinare era salito su un grande masso e guardava verso la valle. Un muro di nuvole nere arrivava da Bologna.
Mezz’ora dopo osservavamo la pioggia cadere a secchiate da dentro il garage di Davide. Lui pareva nervoso: credo temesse che l’acqua avrebbe dilavato il piscio, e tanti saluti alla crescita prodigiosa del suo pino.
E se lo cercassimo?” proposi.
Chi?” chiese Filippo, ancora mortificato per essere stato l’unico a non riuscire a farla sull’albero. Lo avevamo preso in giro, aveva pianto.
Il maniaco!” risposi. “L’uomo di Agrigento…
Sei scemo?” domandò Alessandro. “Siamo dei bambini, lui invece è uno stupratore!
E poi, sarà tornato ad Agrigento…” commentò Davide laconico, guardando fuori con aria afflitta.
Non è detto che sia di Agrigento!” puntualizzò Andrea, che alla sua deduzione ci teneva. “La macchina lo è, ma lui chissà…
Secondo me è ancora nei paraggi…” ipotizzai. Non avevo motivi per crederlo, volevo solo portare gli altri dalla mia parte. Aggiunsi che i carabinieri non lo avrebbero trovato, perché i violentatori si tengono alla larga dalle divise. Ma se vedono un bambino non si insospettiscono, e magari abbassano la guardia.
O magari violentano anche lui!” sbottò Alessandro.
Dici così perché te la fai sotto…” gli disse Andrea, che si era già convinto.
La discussione continuò per un po’, ma non intervenni più, li lasciai scannare. Ormai sapevo che l’avremmo fatto.
Il pomeriggio seguente ci ritrovammo per organizzare la ricerca dell’Uomo di Agrigento. Davide insistette per trovarsi di nuovo da lui: voleva stare vicino al pino. Fu in quell’occasione che illustrai il mio piano. Lo avevo escogitato la notte precedente, mentre guardavo il soffitto senza riuscire a prender sonno. Non avevo chiuso occhio.
Colpa delle vecchie!” spiegai.
Maledette vecchie!” rispose Alessandro, calciando un sasso.
Vecchie del cazzo!” commentò Filippo, con sguardo terrorizzato.
Le vecchie a cui mi riferivo erano quelle di La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati. Lo avevamo visto tutti insieme un paio di settimane prima, a casa mia, di nascosto. Alla fine il protagonista veniva massacrato da due pazze ottuagenarie. Dal giorno della visione, nessuno di noi aveva più dormito. Maledette vecchie.
Ma le ringrazio…” aggiunsi, con entusiasmo. “…Perché senza di loro non avrei ideato il piano!
E che piano sarebbe?” domandò Andrea, che non si fidava.
Tirai fuori dalla tasca un foglio spiegazzato con sopra una scritta vergata a pennarello nero. Lo mostrai agli altri, che capirono subito. Neanche mezz’ora dopo ci mettemmo al lavoro.
Ecco come andò la storia dei volantini. Scendemmo alla cartoleria del paese, dove acquistammo una decina di fogli in formato A3, quindi grandi. Davide commentò che secondo lui erano così perché li avevano fatti con alberi “pisciati”. Prendemmo anche un paio di pennarelli neri, per poter scrivere su tre fogli in contemporanea e velocizzare l’operazione. Tornammo nel campo, dove compilammo tutti gli A3 con la stessa frase, che era poi quella che avevo scritto sul primo foglio. A scrivere fummo io, Alessandro e Filippo, visto che eravamo quelli con la calligrafia migliore. Una volta giunta la sera, scendemmo di nuovo in paese. Iniziò l’affissione: piazzammo un volantino nella bacheca della parrocchia, uno in quella del comune, uno sulla vetrina del bar centrale e in tutti i posti che ci parevano più in vista. Era buio, e così l’operazione fu rallentata dalla paura delle vecchie di Pupi Avati, che parevano potersi nascondere in ogni angolo buio.

Adesso sarete curiosi di sapere cosa c’era scritto sui volantini. Mi pare il momento giusto per rivelarlo. Non ricordo le parole precise, ma suonava così:

CARO UOMO CON LA MACCHINA TARGATA AG, TI ABBIAMO VISTO E SAPPIAMO DOVE ABITI. VAI A COSTITUIRTI, LA GALERA NON E’ NIENTE IN CONFRONTO A QUELLO CHE POSSIAMO FARTI!

FIRMATO: LA BANDA DEI RAGNI.

Perché i ragni?” mi domandò Davide sulla strada del ritorno.
Suona minaccioso, no?
Per me è una cazzata…” commentò Andrea. “Si capisce che lo hanno inventato dei ragazzini, e anche la vostra calligrafia è da ragazzini!
Non è vero!” replicai, offeso. Mi piaceva, la mia calligrafia.
Capirà che siamo piccoli, e verrà a violentarci!” disse Alessandro, usando queste precise parole.
Magari ci ha anche visto mentre li mettevamo!” ipotizzò Andrea, poi ristette qualche secondo in silenzio e aggiunse: “Se ci ha visti, sono cazzi!
Non ci ha visto nessuno!” esclamai. Ma non ero sicuro.

Ci accompagnammo a casa a vicenda. Io abitavo più lontano di tutti, e così fui costretto a fare l’ultimo tratto da solo. “Se muori, ti seppellisco sotto al mio pino!” mi disse Davide, che era il penultimo. “Seee, così poi mi pisci sulla tomba tutti i giorni!” risposi. Lui sghignazzò, e sparì oltre la soglia di casa. Feci quasi tutto il tragitto di corsa, quando arrivai a destinazione avevo il fiatone. Sdraiato nel letto, ripensai ai volantini, poi immaginai l’Uomo di Agrigento che li osservava, nell’ombra, fumando una sigaretta con rabbia e sussurrando oscenità con la sua voce gutturale. “Vi ucciderò, piccoli pezzi di merda…” diceva. Lentamente, scivolai nel sonno, e i miei incubi furono uguali ai miei pensieri.

Il giorno dopo, in paese, tutti parlavano della banda dei ragni e del loro misterioso messaggio al violentatore. Era il caso del giorno. Alcuni ci avevano creduto, altri pensavano a uno scherzo, ma tutti concordavano su un fatto: se il molestatore era ancora in paese, avrebbe preso la cosa sul serio.
Chi ha colpa prende sul serio anche le scemenze!” mi assicurò l’edicolante, che ignorava il mio coinvolgimento nel progetto.
Sul serio?” replicai, preoccupato.
Attraversai la piazza di mattina, accorgendomi che i carabinieri stavano togliendo i manifesti. Il maresciallo, un tizio paonazzo con gli occhi a bottone, li osservava scuotendo la testa.
Io e i miei amici trascorremmo il pomeriggio a raccontarci a vicenda le reazioni a cui avevamo assistito a proposito dei manifesti.
Mia madre ci ha creduto!” ci disse Davide.
Tua madre non vale…” rispose Andrea. “È tale e quale a te… Crede a ogni stronzata!
Ah, si?” replicò Davide, abbracciato al pino. “E a quale stronzata crederei, io?
Andammo avanti per un po’, ridendo come i matti. Ma erano risate nervose.

Fummo scoperti poche ore dopo. Qualcuno ci aveva visto, e lo era andato a dire ai carabinieri. Il maresciallo venne a prenderci al campo, poi ci accompagnò uno per uno a casa e disse tutto ai nostri genitori. Filippo pianse come una fontana per tutto il tragitto. “Se continui così, ti assumo come sirena!” commentò il maresciallo, con voce dura.
I miei si incazzarono, ma neanche troppo. A scandalizzarli davvero fu il modo in cui ci aveva trattati il maresciallo. “Portare in giro dei bambini come dei criminali… Dovremmo denunciarlo!” commentò mia nonna, che aveva la denuncia facile.
Passai un paio di giorni chiuso in casa, in punizione. Li trascorsi pensando all’Uomo di Agrigento, leggendo Dylan Dog e guardando film vecchi: il mio preferito era Per qualche dollaro in più di Sergio Leone. Sapevo tutte le battute a memoria: le pronunciavo in anticipo, un paio di secondi prima che lo facessero i personaggi. Non sbagliavo mai.
Indio, tu il gioco lo conosci…” stavo dicendo quando squillò il telefono. Era Davide.
Sono ancora incazzati?” mi chiese.
Non molto… Mi sa che oggi posso uscire…” risposi.
Ho saputo chi ci ha fatto la spia!” esclamò.
Davvero?
È stato il prete! Ci ha visti mentre mettevamo il volantino nella sua bacheca! Pazzesco, no?
Il parroco era un uomo anziano, grasso, con gli occhiali a fondo di bottiglia. Se avete visto La casa dalle finestre che ridono, potrete capire quanto la notizia ci impressionò. Se non lo avete visto, beh, accontentatevi di sapere che fu lui a parlare con i carabinieri.

Due ore dopo ci trovammo nel campo di Davide. Tutti eccetto Filippo, che era ancora in punizione.
Era un piano geniale…” dissi. “Se avessero lasciato i volantini, l’Uomo di Agrigento si sarebbe tradito!
Secondo me è tornato ad Agrigento…” commentò Davide. Poi aggiunse: “Che motivo hai di avere una macchina targata Agrigento se non sei di Agrigento? Un conto è Milano, o Napoli… Ma Agrigento…
Perché nella targa di Roma la parola ‘Roma’ è scritta per intero?” chiese Alessandro.
Perché è la capitale, scemo!” rispose Andrea, sventolando un ramoscello.

Passammo il resto del pomeriggio a giocare a pallone, e così i pomeriggi successivi. In quei giorni c’erano i mondiali, e quando ci sono i mondiali la gente pensa a quelli.
Per un breve periodo, di notte, presi l’abitudine di chiudermi a chiave in camera. Mi ero figurato la possibilità che l’Uomo di Agrigento volesse farmi fuori, e aspettasse solo il momento buono, nascosto nel buio, fumando sigarette e sussurrando oscenità. Smisi di farlo dopo pochi giorni, perché dopo un po’ anche la paura si dimentica.
Il molestatore non fu mai preso, oppure sì, ma altrove, e comunque dalle nostre parti non si seppe mai.
Due mesi più tardi, il pino di Davide morì. A forza di pisciarci sopra, lo avevamo ammazzato. Ricordo ancora il tronco, nero e giallastro come se gli avessero dato fuoco. Davide la prese abbastanza bene: era passato del tempo, e in fondo non gli importava più molto. Dopo un po’ anche l’amore si dimentica. Ci mettemmo in cerchio intorno all’albero, come in una specie di funerale. La banda dei ragni al completo. Pochi giorni dopo ricominciava la scuola, eravamo tristi.
Secondo voi dove li hanno messi?” domandai, di punto in bianco.
Cosa?” chiese Andrea.
I volantini…” risposi, e tutti capirono subito.
Li avranno buttati, no?” commentò Alessandro.
Buttati…” sospirai, tirando un calcetto al pino morto.
Mi voltai verso la valle: un muro di nuvole nere arrivava da Bologna.

Non ricordo altro.

MARCO NUCCI
Nato nel 1986 a Castiglione dei Pepoli, frequenta il DAMS cinema per poi occuparsi come libero professionista di video editing. Dal 2012 è direttore artistico del festival sul fumetto “Crime City Comics: Dylan Dog”. Dal 2015 è redattore e sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha pubblicato 2 libri a fumetti con la casa editrice Tunué.

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