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La Storia dietro un Frame: 4 mosche di velluto grigio e la cinepresa napoletana

La Storia dietro un Frame: 4 mosche di velluto grigio e la cinepresa napoletana

Di Filippo Magnifico

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I set dei film sono pieni di aneddoti più o meno interessanti. Alcuni sono noti, altri meno. Partendo da un frame, da una semplice immagine, si possono scoprire le storie più particolari. Questo perché dietro il semplice fotogramma di una pellicola si può nascondere un mondo. È questo il caso di 4 mosche di velluto grigio e della cinepresa napoletana.

Dario Argento è senza ombra di dubbio uno dei nomi di punta del panorama cinematografico horror nostrano (e non solo). Tutti, bene o male, gli sono debitori e il suo glorioso cinema è stato fonte di ispirazione per grandi nomi come Quentin Tarantino e Robert Rodriguez.
Mettiamo da parte, quindi, le critiche alle sue ultime opere, perché stiamo parlando di un cineasta che durante la sua carriera ha sfornato dei veri e propri capolavori. Opere in grado di osare, di sperimentare e giocare con i generi, unite da un tema portante che è l’orrore, scandito in ogni sua declinazione.

Prendiamo in considerazione la cosiddetta “Trilogia degli Animali”, che ha segnato il suo esordio sul grande schermo. Tre pellicole, nello specifico L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio, che l’hanno consacrato maestro del brivido. Ora soffermiamoci sull’ultimo capitolo della trilogia, 4 mosche di velluto grigio. Un’opera ibrida, che si inserisce perfettamente nel primo periodo di questo cineasta, caratterizzato da pellicole appartenenti al genere giallo, pur contenendo alcune connotazioni fantastiche che per certi versi hanno aperto la strada a quel filone soprannaturale inaugurato ufficialmente con Suspiria.

Un film pieno di momenti di puro cinema ma noi, come sempre, abbiamo deciso di soffermarci su di una scena particolare. Il finale, dove la malvagia Nina (Melina Martello) fugge con la sua automobile e si schianta contro un camion. L’incidente a rallentatore, lei che muore decapitata. Bene, è arrivato il momento di schiacciare il tasto pausa e tornare indietro nel tempo.

Sono gli anni ’70, Dario Argento e Luigi Cozzi sono amici da un po’ di tempo ormai. I due decidono di collaborare per una pellicola. Dario Argento ha già in mente il titolo, 4 mosche di velluto grigio, non esiste ancora una trama ma il film si chiamerà così.
I due iniziano a creare la storia, sviluppandola un tassello alla volta. Partono dal titolo e iniziano a pensare agli omicidi, a tutte le uccisioni che interverranno durante la narrazione. Una volta trovati i delitti viene costruito il resto, prendendo come fonte di ispirazione le opere di grandi scrittori come Raymond Chandler.

Scritta la sceneggiatura e scelto il cast, iniziano le riprese. Dario Argento vuole sperimentare, vuole giocare con il pubblico e, convinto che il film non verrà mai trasmesso in televisione (un pensiero legittimo, visto il periodo), decide di sfruttare al massimo il buio, l’oscurità, rendendo di fatto il suo film una pura esperienza cinematografica.

Per la scena finale il regista vuole un rallenty molto particolare, cosa molto difficile da ottenere con le cineprese tradizionali, che viaggiano a 250/280 fotogrammi per secondo. Serve una macchina più potente e dopo un po’ di ricerche si scopre che l’università di Napoli possiede una cinepresa in grado di riprendere 18.000 fotogrammi per secondo. È perfetta.

La cinepresa arriva a Roma, accompagnata da un professore. Dario Argento studia la scena in ogni dettaglio. Sono pochi secondi ma fondamentali. La macchina assorbe moltissima luce e anche se quel momento è ambientata di notte decide di girarlo a mezzogiorno, con l’aiuto di alcune lampade fotografiche particolarmente potenti perché nonostante il sole sia al suo picco massimo non è abbastanza (a dimostrazione di questo il fatto che l’inquadratura finale è immersa nel buio e questo senza l’uso di particolari filtri).

Sono state modificate due automobili apposta per essere distrutte. È tutto pronto per le riprese, ma il primo ciak è un disastro, si perde la pellicola. La scena va rifatta.
Secondo ciak, anche questo perso. La pellicola non funziona, non si riesce a capire il motivo. Dopo diverse prove con quella cinepresa la troupe intuisce che il problema è proprio la pellicola, diversa da quella usata di solito. Problema risolto ma Argento deve lottare duramente con la produzione (nello specifico il padre) per ottenere un’altra automobile da poter distruggere. Non ha intenzione di rinunciare a quel momento, lo vuole a tutti i costi nel suo film.

Gli viene offerta un’altra possibilità. La terza. Quella buona. La scena è finita su pellicola ma con un piccolo difetto: un’interlinea visibile nell’inquadratura e impossibile da rimuovere.
Visto l’inferno passato per poter riprendere quei pochi secondi sono tutti d’accordo nel dire “Fottesega!”. Quella linea è lì nel film, ma non intacca in alcun modo la potenza di quel momento.

Anche oggi siamo giunti alla fine del nostro appuntamento, anche oggi abbiamo scoperto che basta soffermarsi su di un singolo frammento di pellicola per scoprire un mondo. La settimana prossima ci attenderà un nuovo frame, una nuova storia.

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