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Il vegetale – La recensione del film con Fabio Rovazzi

Il vegetale – La recensione del film con Fabio Rovazzi

Di Lorenzo Pedrazzi

Se esiste una “poetica” anche nei fenomeni virali del web, non c’è dubbio che Fabio Rovazzi abbia saputo costruirsi un personaggio basato su temi e ossessioni ricorrenti, già rintracciabili nei testi demenziali delle sue canzoni. Rovazzi è il simbolo autocosciente della celebrità che nasce dal nulla, abilmente coltivata sui social network, e lui stesso ne è consapevole: deride i cliché dei millennial e le paranoie dell’era digitale, ma al contempo li vive in prima persona, incarnandone le contraddizioni. Il debutto al cinema – tutt’altro che imprevedibile in un’epoca di youtuber prestati al grande schermo – è la naturale evoluzione della sua fama, indipendentemente dal fatto che la si gradisca o meno. A ben vedere, comunque, non c’è nulla di nuovo: il cinema italiano mainstream ha sempre inseguito i fenomeni nazional-popolari, sia in televisione sia su internet, nella speranza di tradurne il successo su un mezzo diverso e più remunerativo.

Esiste però un problema di fondo. Il cinema è un medium ben più complesso e strutturato rispetto all’ambiente in cui si è sviluppata la notorietà di Rovazzi (gli sketch, i videoclip), e la transizione può risultare alquanto traumatica: Gennaro Nunziante, regista de Il vegetale, è stato infatti costretto a “sistematizzare” i tópoi del suo protagonista in una storia coerente, tentando di attribuirgli uno spessore narrativo che forse non gli appartiene. Il Fabio Rovazzi del film è un neolaureato in Scienze della Comunicazione che cerca lavoro nella sua città, Milano, ma l’unica occupazione che riesce a trovare è il volantinaggio per un’agenzia pubblicitaria, dove spera di fare carriera. Appena lasciato dalla sua ragazza, volata a Londra per fare la cameriera e imparare l’inglese, Fabio si ritrova improvvisamente alla guida dell’impresa di famiglia, perché suo padre – che lo considerava un “vegetale” – resta vittima di un incidente automobilistico e finisce in coma. La società di costruzioni, però, ha sempre vissuto di affari truffaldini, e Fabio si rifiuta di proseguire su quella strada: di conseguenza, l’impresa fallisce, e il ragazzo non può far altro che prendersi cura della viziatissima sorellastra mentre torna all’agenzia che lo aveva assunto. Mandato a faticare in campagna per un curioso stage bucolico, Fabio continua a dimostrare un grande impegno, non si arrende di fronte a nulla e resta fedele ai suoi principi. Alla fine, se tutto va bene, potrebbe anche raccoglierne i frutti.

Sarà per la focalizzazione su Milano e per l’ingenuità del protagonista, ma Il vegetale ricorda le commedie con Renato Pozzetto degli anni Ottanta, quando il contrasto fra la metropoli e il singolo individuo generava effetti paradossali. Il film di Nunziante, però, non può vantare lo stesso brio umoristico, né tantomeno la stessa capacità di frammentarsi in numerose scene cult. È chiaro l’intento di proporre Rovazzi come l’emblema del ventenne odierno, vittima di un sistema socio-lavorativo che ha vissuto per molto tempo al di sopra delle proprie possibilità, e che ora la fa pagare cara alle nuove generazioni: di fronte a tutto questo, il suo personaggio cerca di riscattare la cattiva reputazione dei millennial con l’onestà e la dedizione, sconfessando così il pregiudizio dei “padri” e lo stereotipo secondo cui i giovani d’oggi “non sanno adattarsi”, rammolliti dal benessere (quale, di preciso?) e dalle nuove tecnologie. Tutto falso, ovviamente, e Il vegetale cerca di rivolgersi proprio a quegli spettatori che si sentono chiamati in causa da simili accuse.

L’idea sarebbe anche lodevole, ma Rovazzi e Nunziante non riescono mai a trovare una chiave espressiva per veicolare questo concetto, e la sceneggiatura si risolve in una sequela di buchi narrativi e salti logici che rendono la trama ancora più assurda. Data per scontata la tenue satira del malcostume italiano, Il vegetale sceglie la strada della favoletta innocente che non danneggia nessuno, e in questa prospettiva si può leggere anche l’utopia del ritorno alla terra, contrapposta allo sviluppo scalpitante di una città sempre più proiettata in verticale: Nunziante, in tal senso, si concentra sulle nuove location di Milano per rappresentare una metropoli di vetro e acciaio che attinge ai cliché più abusati, con un’estetica da pessimo spot pubblicitario e senza nessuna autenticità. Certo, anche questa oscillazione tra diversi scorci del capoluogo lombardo ricorda le vecchie commedie pozzettiane, ma qui manca la varietà dei quartieri, anche in termini “promozionali”. Rovazzi vi si aggira spaesato, non tanto dalla metropoli in sé, ma dal contesto sociale che lo obbliga a vivere esperienze surreali e prevaricanti, mentre la vecchia guardia si compiace delle sue briciole di potere. È un peccato che le incertezze del copione penalizzino l’intento del film, perché Rovazzi ci prova davvero a farsi specchio di una generazione, proprio lui che di quell’esercito precario rappresenta un’eccezione privilegiata, irritante per molti, ma significativa nella sua evoluzione mediatica. Ciò che manca è un’idea di entertainment più solida e brillante, in grado di emanciparsi dal mero compiacimento del suo pubblico ideale.

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