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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – DEVILMAN CRYBABY: povero uomodiavolo, che pena mi fa

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – DEVILMAN CRYBABY: povero uomodiavolo, che pena mi fa

Di DocManhattan

Non mi viene affatto facile riassumere in poche parole – e tanto più cristallizzare in un giudizio – le sensazioni suscitate dalla visione di Devilman crybaby, serie animata su Netflix dal 5 gennaio e tratta da uno dei più celebri (e sicuramente & meritatamente dei più apprezzati) manga di Go Nagai, il creatore di Mazinga, Goldrake e tutti quegli altri robot pieni di corna e nemici con un sacco di teste superflue. Dieci episodi durante i quali sono oscillato, appesantito come un pendolo di Foucault, tra l’imbarazzato, il disgustato, il convinto, finanche il quasi-commosso. Tanto che alla fine… oh, l’ho detto che non è facile.

Perché ci sono stati dei lunghi tratti, soprattutto a metà serie, in cui il mavattenearaccoglierevongolenelMaredelGiappone era proprio lì dietro l’angolo. Capivo la necessità di aggiungere del “moderno” a una storia di 45 anni fa (quasi mezzo secolo, signò: che faccio, lascio?), ma quel moderno sembra talmente posticcio e bellaraga, formato com’è da una serie di cloni di Fabri Fibra nipponici sostanzialmente intercambiabili, che mi sono chiesto più volte, dopo una certa scena, che cavolo avessi appena visto. Devilman che imbratta il soffitto della sua stanza in quel modo? Davvero? Tutti pazzi per MaryakiraFudo. Eppure c’è qualcosa che ha tenuto la mia pazienza a bada e la serie per me a galla e digeribile fino in fondo, un “Machediavolo…?!?” (appunto) dopo l’altro. Un qualcosa riassumibile, questo sì, agilmente in una sola parola d’ordine. E quella parola d’ordine, tanto per cambiare, è sempre la stessa:

Contestualizziamo un attimo. Non è questione dell’esaltarsi per una testa mozzata o per i fiumi di sangue giallo versati da un demone ucciso. È che Devilman non ha davvero un senso privo di quei cazzotti allo stomaco scagliati da Rocky Joe che ne caratterizzano soprattutto il finale in versione cartacea. Per quanto, come tanti altri vecchietti quarantenni della mia generazione destinati a giocare un giorno a Call of Duty al bar coi coetanei al posto della briscola, io ricordi con affetto il Devilman dell’anime, il grande uomo diavolo e principe del brivido verdolino con la sigla dei Cavalieri del Re, era tutta un’altra cosa rispetto al manga. Horror pure quello, ok, ma la fiera dell’edulcorazione come neanche un summit mondiale dei venditori di zucchero di canna. Gli OAV (original animation video, anime pensati espressamente per il mercato home video) successivi, da fine anni 80 in poi, ci avevano provato a coprire in maniera fedele il fumetto, ma lasciando le cose incompiute. Devilman crybaby porta a termine, a modo suo, la missione. Racconta la storia di Akira Fudo (con l’accento sulla prima a, pure in italiano) e del suo diventare un Devilman fino alla sua scioccante conclusione. Trasponendo il tutto nel Giappone di oggi e, si diceva, senza scontare nulla in quanto a iperviolenza. Anzi.

Che Devilman crybaby non sia una serie per tutti lo si capisce non solo da quel VM18 appeso all’ingresso, sulla porta, ma dal quantitativo enorme di scene truculente che ne punteggiano gli episodi. Scene quasi sempre prese dal manga e con la stessa crudissima efficacia. Il finale, soprattutto, rende bene quello originale di Nagai, perché messi da parte i rapper improbabili, le gare di atletica in cui i mostri corrono come in un film di Asterix e tutta l’altra componentistica da remake di mezzo secolo dopo, restano quella conclusione, quelle rivelazioni, quello stesso modo di raccontare la lotta tra uomini e demoni che, inevitabilmente, tira fuori il peggio soprattutto dei primi. Un finale che non sconta nulla e mi ha colpito nonostante non mi aspettassi (e sperassi in) altro: immagino l’effetto che possa fare a chi del fumetto non sa nulla. Ma comunque: qualcosa di molto prossimo, per come si chiude, allo spirito del manga, in buona sostanza. E questo l’abbiamo capito. Il problema allora qual è? È arrivarci, a quel punto.

Il che equivale a dire sciropparsi le scene che ti spingono a interrogare il dio delle scelte insondabili, ovviamente senza riceverne risposta. D’accordo, c’è il sabba iniziale anziché la gita a Pinerolo, Himalaya, del vecchio cartone; c’è Ryo (che non balla sulla sabbia) e la sua storia; c’è che ti chiedi per tutto il tempo se vedrai quella testa staccarsi dal suo collo, e poi succede davvero. Ma c’è pure tutto il resto. Il tipo che per rimorchiare fa le rime come nella pubblicità del gelato di quello che parla coi pesci, l’autoerotismo esplosivo, una Miki Makimura insopportabile, il bellaraghismo per sintonizzarsi con i-ragazzi-di-oggi (in un anime VM18 che interessa soprattutto a un pubblico che ha almeno il doppio di quegli anni. Ma il dio delle scelte insondabili se pure sa, non risponde). Ma anche e soprattutto, c’è il guardare 10×20 minuti di una serie disegnata tra il male e il malissimo. Mi sta pure bene il character design particolare, ma ogni personaggio inquadrato in campo lungo è uno sgorbio di linee storte. Devilman crybaby è pieno di sequenze talmente brutte, tecnicamente parlando, talmente poveracce, che lo spettatore lo fanno piangere tanto quanto il sensibilissimo protagonista mezzo diavolo dalla lacrima molto facile.

Insomma, una serie brutta da vedere, in senso stretto, Devilman crybaby, ovunque Akira non tiri fuori i denti da demone a triangolino di Nagai. Con un bel po’ di robe strane e troppo giovani con tante G davanti, che però si rivela in chiusura un adattamento/remake fedele di quello che nel fumetto funzionava maggiormente. Altrettanto malato, in alcuni punti anche di più. Chi ha letto e apprezzato (si può non farlo?) il manga capirà. Basta avere lo stomaco per arrivare in fondo: per le teste che volano, per i rapper da quattro soldi scappati di casa e dallo spot dei gelati, per le scene disegnate da un bambino delle elementari svogliato a cui hanno messo in mano venti euro e una matita, e detto pure di sbrigarsi. E se uno il manga non l’ha mai letto, e di Devilman non ha visto comunque nulla di recente e si ricorda solo il tipo verde del cartone che come un angioletto su nel cielo volerà se s’innamorerààà? O manco quello? Ah, bella domanda. Meglio a stomaco vuoto, in ogni caso: i cazzotti si smaltiscono meglio e non rischiate di restituire al mondo la vostra cena.

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