SerieTV Recensioni The Doc(Manhattan) is in
Luke Cage non è l’unico super-eroe di colore a spasso per la TV, rispettato dalla gente del suo quartiere ma non amatissimo dalle forze dell’ordine. Ora c’è il decisamente più appariscente Black Lightning ad affrontare il razzismo e le gang della solita città immaginaria del DC Universe. Facendo il preside e rifilando ripigli a chi fuma nei bagni. In effetti no, non è esattamente così, ma questa storia del super-eroe preside ti sta mandando fuori di testa: lo sanno tutti che i presidi sono persone naturalmente propense ad essere malvagie. Ma comunque: Black Lightning è l’ennesima serie prodotta dal canale CW e ispirata a un super-eroe DC. Fa quindi parte dell’Arrowverso, come Supergirl, The Flash, Arrow e Legends of Tomorrow? No. Almeno per il momento, no. Perché? Perché non è stato facile per Black Lightning trovare casa.
Il pilota di Black Lightning è stato infatti rimbalzato da Fox due anni fa e la serie è approdata solo in seguito sulla spiaggia di CW, dove ha debuttato la settimana scorsa. Da ieri il primo episodio è disponibile da noi su Netflix. Malati del binge watching alert: si viaggia in differita solo di qualche giorno rispetto agli USA, il che vale a dire una puntata a settimana. La storia ruota attorno alla figura di un ex super-eroe che ha appeso da molti anni la tutina (orribile) al chiodo. Jefferson Pierce (il Cress Williams di Prison Break) ha smesso di essere un vigilante e si è messo a fare il preside a tempo pieno, cercando di salvare in un altro modo i ragazzi di colore di un quartiere difficile in una città molto difficile, dove imperversa una gang dal grilletto facilissimo. Nasce preside ed ex eroe, Fulmine Nero, anche nei fumetti e proprio sulla scia di Luke Cage, creato nel ’77 da un ex sceneggiatore dell’eroe antiproiettili Marvel. Primo super-eroe di colore protagonista di una sua testata per la DC.
E di colore è praticamente il 99% del cast della serie, perché il tema delle tensioni razziali è al contempo l’elemento caratterizzante della trama e la molla che spingerà Pierce a tornare in azione. Nella fittizia Freeland, se sei un nero, è facile che la polizia ti sbatta sul cofano della volante sotto la pioggia giusto perché stanno cercando un rapinatore nero, anche se non corrispondi minimamente al profilo del ricercato. A Freeland l’ispettore capo è un uomo di colore amico di Pierce, ma sa benissimo che gli agenti della città non usano i guanti bianchi con i non caucasici. La città è finta, insomma, il tema è vero, delicato e purtroppo sempre attuale, anche se spinto al punto di sforare in discussioni un po’ buttate lì sul festival di Afropunk che è migliore del celebre e troppo bianco Coachella o da citare a memoria, pronti via, attivisti neri come King e Fannie Lou Hamer. Anche il villain della serie è nero pur non sembrandolo: è il rapper albino Krondon.
E pur non inventando assolutamente niente, fintanto che resta lì, la storia dell’ex eroe sembra funzionare. I flashback non sono molesti come in tante altre serie CW (per curarmi da quelli ambientati sull’isola e introdotti dal suono della sgommata in Arrow, sono finito in analisi) e questa figura imponente e leggermente ingobbita di un padre di famiglia che cerca di salvare il suo quartiere in giacca e cravatta fa tenerezza. Per quanto possa fare tenerezza un omone di un metro e novanta da almeno cento chili. È sul finale, quando l’ex eroe torna ad essere un vigilante sparafulmini (spietato con il crimine come neanche il Vito Catozzo di Faletti) che partono un po’ di Vabbè, accompagnati da una parata di sopracciglia inarcate.
Perché? Mah, perché fa un effetto un po’ strano. È chiaro, è una serie su un’eroe in tutina, arriva l’eroe in tutina, che altro? Con uno dei Guerrieri della Notte (il sempre ubiquo James Remar) a fargli da sarto personale/Alfred/Lucius Fox/zia. Ma a) quella tutina con le lucette sembra rubata dall’armadio del Max Steel dei cartoni, e a video rende molto peggio che nei poster promozionali b) ci si tuffa subito a braccia aperte, senza neanche rallentare, nel paradosso Clark Kent, per cui bastano un paio di occhialini scuri per non essere riconosciuti da tizi con cui hai discusso il giorno prima, e c) ti chiedi se sia proprio consono per un eroe seminare più o meno indirettamente cadaveri a mucchi. Poi ti ricordi del Batman di Snyder che purché fa esplodere gli altri indirettamente, con le smitragliate della Batmobile, è ok. E allora va bene tutto. Cioè, forse. Ma soprattutto d), Williams in costume è ancora più ingobbito. D’altronde ha quasi cinquant’anni, due figlie grandi e problematiche e un mutuo ancora da pagare. Lo fai facile il supertipo giovane e atletico se sei un giovanotto col ciuffo come Flash.
Il cliffhanger familiare a fine episodio (altro super-eroe DC in arrivo, #nientedimeno) e il cattivo cattivo rapper basteranno a tenere vivo l’interesse del pubblico? Lo vedremo. Ma almeno è una serie molto diversa dal resto dell’offerta CW popolata da ragazzi in costume, e non solo per le primavere sul groppone del protagonista. Per ora, nonostante il grande sforzo che richiede veder sgambettare un omone con le lucette addosso in quella corsetta sulla scala del motel ridicola, è guardabile. Non sarà il primo Daredevil Netflix (ma non lo è quasi niente, della supercumpa in TV. Neanche il secondo Daredevil Netflix), ma grazie al cielo non è nemmeno Iron Fist. Hai detto niente.
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