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Altered Carbon, la violazione del corpo tra noir e fantascienza: la recensione della serie Netflix

Altered Carbon, la violazione del corpo tra noir e fantascienza: la recensione della serie Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

La permeabilità della fantascienza è un fatto ormai ben noto, come testimoniano le numerose declinazioni in cui – compenetrandosi con altri generi – essa riesce a esprimere la vastità del suo potenziale creativo. Eppure, anche di fronte a una serie fondamentalmente derivativa come Altered Carbon, è impossibile non restare spiazzati dall’alternanza dei registri che si susseguono nel corso delle puntate, dimostrando così (se ancora ce ne fosse bisogno) il notevole contributo del racconto seriale alla rielaborazione dei generi: la scansione episodica, con una durata complessiva vicina alle 10 ore, permette infatti di restituire la giusta dignità a tutti i “sottogeneri” che ne compongono il magma narrativo, dando vita a un’appassionante leviatano che trova la sua originalità proprio nella commistione di toni e approcci diversi.

D’altra parte, l’ibridazione fra il noir e il cyberpunk è connaturata all’omonimo romanzo di Richard K. Morgan, trasposto dall’esperta showrunner Laeta Kalogridis (sceneggiatrice di Shutter Island e Alita) dopo aver appurato che un materiale del genere fosse troppo difficile da vendere agli studi cinematografici, sia per la complessità dell’intreccio sia per la brutalità di molte scene. L’intervento provvidenziale di Netflix ha consentito di trarne una serie tv, impegnando risorse di alto livello per confezionare un prodotto davvero vasto e ambizioso, un passo ulteriore nella crescita del suo catalogo di titoli originali: sul piano visivo e produttivo, Altered Carbon è lo sforzo più impressionante che Netflix abbia mai compiuto, un vero e proprio “blockbuster seriale” che sfrutta il suo formato per dare corpo e sangue a tutto il cast di personaggi, anche quelli virtuali.

È proprio il corpo ad assumere un ruolo centrale nella trama, poiché Altered Carbon immagina un lontano futuro dove la coscienza di ogni individuo è contenuta in una “pila corticale”, trasferibile liberamente da un corpo all’altro. Ciò significa che ogni persona è virtualmente immortale: basta cambiare “custodia” per evitare di invecchiare, o per sopperire a eventuali danni o malattie del proprio fisico. I corpi sono chiamati proprio così, “custodie” (in originale “sleeves“), mentre la “vera morte” si verifica soltanto quando la pila corticale viene distrutta. Ovviamente, la maggioranza dei cittadini non ha le possibilità economiche per accedere al privilegio di una “ricustodia”, quindi gli unici a vivere realmente in eterno sono i Mat (da “Matusalemme”), uomini e donne ricchissimi che possono permettersi infiniti cloni dove trasferire la propria coscienza, oltre a vari backup satellitari in caso di distruzione della loro pila. In questo contesto si muove Takeshi Kovacs (Will Yun Lee), uno Spedi – ovvero un soldato specializzato in guerre interstellari – che prese parte a un tentativo di ribellione contro il regime dell’immortalità. Dopo la scomparsa di sua sorella Reileen (Dichen Lachman) e dell’amata Quellcrist (Renée Elise Goldsberry), leader della resistenza, Takeshi fu catturato dalle forze del Protettorato, che uccisero il suo corpo e imprigionarono la sua coscienza. Due secoli dopo, lo Spedi viene risvegliato in un corpo nuovo (Joel Kinnaman) per volontà di un potentissimo Mat chiamato Laurens Bancroft (James Purefoy). Quest’ultimo è stato appena “ucciso” da un misterioso assassino, ma è riuscito a salvarsi grazie al backup della sua coscienza, e chiede a Takeshi di indagare sul caso; in cambio, gli garantisce la libertà e un grande compenso in denaro, tale da renderlo a sua volta un Met. L’ex soldato accetta di malavoglia, e l’indagine rivela un inquietante complotto che coinvolge moltissime persone, in primo luogo la detective Kristin Ortega (Martha Higareda) della polizia di Bay City, ex San Francisco.

Se è vero che nei primi due episodi si avverte un lieve senso di inerzia, dovuto alla necessità di introdurre il mondo di Altered Carbon e la sua mitologia, lo show cresce gradualmente nel corso degli episodi, costruendo un ottimo climax che raggiunge il culmine nell’epilogo. La trama è abbastanza complessa, e talvolta si ha l’impressione di perdere qualche dettaglio, ma è anche per questo che la serie può vantarsi di ereditare e rielaborare la tradizione del noir: la difficoltà nel seguire la trama è una caratteristica di molte detective story (basti pensare a Il grande sonno e Vizio di forma), ma questa capillarità narrativa si risolve in un finale d’impostazione classica, con tanto di esposizione della verità da parte dell’investigatore. Traspare un po’ di fatica nel chiudere l’intreccio, ma è anche vero che, una volta giunto al termine, lo show ha bisogno di tirare il fiato dopo una cavalcata estenuante, poderosa e spettacolare, dove i generi e i registri si avvicendano senza soluzione di continuità. Come detto in precedenza, il formato seriale consente a Laeta Kalogridis e alla sua writers room di sviluppare adeguatamente ogni sfaccettatura dello show, a cominciare dalla lunga detection che rievoca il retaggio del noir, fatto di indizi da seguire, inganni maliziosi e conturbanti femme fatale; ovviamente, però, il contesto fantascientifico trasferisce il discorso sul piano della distopia, amplificandone gli enigmi e i pericoli attraverso tecnologie sempre più spaventose: l’anima cyberpunk si manifesta infatti nella digitalizzazione dei processi reali, come il mind uploading e l’utilizzo della realtà virtuale per interrogatori o torture, ma è palese anche nell’estetica della serie. La San Francisco del 2384 è chiaramente debitrice di Blade Runner, al punto da giocare sul citazionismo esplicito quando ritrae i bassifondi della città perennemente sotto la pioggia, le strade affollate e i noodle bar all’aperto. La metropoli schiaccia l’individuo con l’altezza vertiginosa dei suoi grattacieli, stabilendo una rigida distinzione classista fra il livello del suolo e gli ultimi piani delle torri, dove i Mat si godono il sole al di sopra delle nubi: niente di nuovo, certo, ma Altered Carbon ha il merito di contestualizzare questi elementi in un universo caleidoscopico e tangibile, che pone in evidenza il rapporto tra evoluzione tecnologica e involuzione sociale nel quadro di un racconto distopico; come a dire che il progresso non è davvero tale, se i mezzi per goderne sono in mano a una ristretta minoranza.

Così, l’indagine di Takeshi si dipana sullo sfondo di numerosi conflitti etici e morali, dove la centralità del corpo mina la sua stessa integrità fisica: quello immaginato da Richard K. Morgan è un futuro che mortifica il corpo oltre ogni più bieca fantasia, riducendolo a un mero contenitore che può essere mutilato, stuprato e distrutto senza conseguenze; basta finanziarne la sostituzione, come accade ai ricchi Mat che sfogano la loro violenza sulle prostitute di Bay City. Corpi da buttare o scambiare, da clonare o conservare in ibernazione, secondo la sciagurata hybris di una classe dirigente che si crede divina: la reificazione del corpo nella sua forma più estrema. Al contempo, però, attraverso la centralità del corpo passano anche l’azione e l’eros, entrambi fondamentali nella serie: i segmenti action hanno una qualità ferina e viscerale che migliora di episodio in episodio, mentre la rappresentazione esplicita dell’erotismo segue lo stesso modello, utile per ricordarci che il sesso – ormai debellato da Hollywood – è migrato di gran carriera nelle serie tv.

Come naturale reazione a questo scenario funesto, i legami affettivi sono l’elemento vitale a cui i personaggi restano disperatamente aggrappati, e infatti la serie accoglie persino il melodramma nel suo vasto assortimento di toni. Senza svelare nulla, alla base del complotto c’è proprio un morboso attaccamento sentimentale, e le stesse relazioni fra i personaggi si nutrono di emozioni sofferte. Lo sviluppo graduale della storia consente quindi di apprezzare il percorso interiore di alcuni personaggi secondari, la cui apparente marginalità nasconde un peso fondamentale nell’epilogo della trama: è il caso, in particolare, della giovanissima Lizzie (Hayley Law), protagonista di un commovente arco narrativo che la emancipa dal ruolo di vittima e le permette di riappropriarsi del suo destino, al termine di un doloroso – ma esaltante – riscatto personale. Discorso simile per un altro personaggio che entra subito nel cuore, il Poe di Chris Conner, intelligenza artificiale che gestisce l’hotel dove risiede Takeshi, ovviamente chiamato The Raven: ben lungi dall’essere una “semplice” spalla comica, Poe è paradossalmente colui che aiuta Takeshi a recuperare la sua umanità, stimolandolo verso l’altruismo e l’empatia, pur essendo egli stesso privo di un corpo fisico e di una natura biologica. Manco a dirlo, Lizzie e Poe sono connessi a doppio filo nelle rispettive storyline, e il loro rapporto tocca un delicato vertice emotivo nell’ultimo episodio.

La commistione di generi e di registri di cui si parlava all’inizio, insomma, è il valore più grande che Altered Carbon condivide con i suoi spettatori, poiché in quel miracoloso equilibrio di toni risiedono la sua forza e il suo fascino. Laeta Kalogridis riesce nell’impresa di resuscitare il cyberpunk – sottogenere legato agli anni Ottanta e Novanta – proprio nel momento storico più adatto, quando la realtà virtuale si appresta ad abbandonare l’utopia per diventare sempre più concreta, e le questioni relative allo sfruttamento (anche mediatico) del corpo diventano sempre più urgenti: la serie non si sottrae a queste problematiche, anzi, le valorizza in un paesaggio futuristico che non ha ancora esaurito le sue potenzialità. Non a caso, il finale spalanca la porta verso un’eventuale seconda stagione, che potrebbe adattare il secondo libro della trilogia di Takeshi Kovacs; se così fosse, l’operazione produttiva di Netflix assumerebbe toni e ambizioni ancora più epiche.

Voto: ★★★★ 1/2

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