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Wormwood – La serie Netflix di Errol Morris tra documentario e spy story: la recensione

Wormwood – La serie Netflix di Errol Morris tra documentario e spy story: la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

«Wormwood, wormwood» mormora Amleto nel terzo atto della tragedia shakespeariana, pregustando l’amarezza che si prepara ad assaporare. La parola significa “assenzio”, pianta notoriamente amara che il regista Errol Morris sceglie come titolo ed emblema della sua docu-serie, Wormwood per l’appunto, in uscita il prossimo 15 dicembre su Netflix. Un prodotto che, in realtà, supera i margini del documentario e si afferma come una serie ibrida, dove l’indagine filmica s’intreccia alle ricostruzioni con attori, sfiorando il genere spionistico in un fascinoso melting pot di registri espressivi.

L’impegno socio-politico di Morris è noto fin da Gates of Heaven, ma con il passare del tempo il grande documentarista ha sviluppato un interesse per le ombre della storia americana e i suoi ambigui protagonisti, cercando di individuare i fili in quel teatro dei burattini che sono spesso le istituzioni. Wormwood segue proprio questa linea: Morris ricostruisce infatti le oscure circostanze della morte di Frank Olson, batteriologo della CIA che precipitò dal tredicesimo piano dell’Hotel Statler, a New York, il 28 novembre 1953. Il governo lo ha sempre considerato un suicidio, ma Eric Olson, figlio di Frank, non ha mai creduto a questa versione, e da sessant’anni si batte per scoprire la verità. Il prevedibile ostracismo della CIA alimenta i sospetti sull’operato dei servizi segreti nell’intera vicenda, anche perché Olson era coinvolto in progetti estremamente discutibili come l’Artichoke (un sistema per condurre gli interrogatori con l’utilizzo di morfina, ipnosi e LSD), ma anche l’impiego di armi batteriologiche nella Guerra di Corea e lo studio delle droghe psicotrope a fini militari, soluzioni con cui Frank non era affatto d’accordo. Per questa ragione, lo scienziato minacciò di lasciare l’agenzia, ma fu inconsapevolmente sottoposto a un trattamento con LSD che gli provocò allucinazioni, paranoia e nevrosi, fino al “suicidio” del 28 novembre. Le virgolette sono d’obbligo: Eric è infatti convinto che suo padre sia stato ucciso per evitare la diffusione di segreti scottanti, come suggerirebbe anche la seconda autopsia effettuata sul cadavere nel 1994, quando il corpo di Frank fu esumato per essere seppellito con quello della moglie.

Al fine di raccontare minuziosamente i diversi livelli di questa storia, Errol Morris imposta un dialogo costante tra l’indagine storica e la ricostruzione dei fatti, lasciandosi guidare dalla lunga intervista a Eric Olson. Ormai disilluso, spesso amaramente ironico, Eric confessa al regista la sua frustrazione davanti a sessant’anni di battaglie, caratterizzate da pochissime luci – le scuse del presidente Gerald Ford nel 1975 – e molte ombre, inclusi i contrasti con il celebre giornalista investigativo Seymour Hersh, che sostiene di conoscere la verità, ma non può rivelarla perché metterebbe in pericolo la sua fonte. Senza la sua caratteristica Interrotron (una macchina da presa basata sul teleprompter che permette all’intervistatore e all’intervistato di guardarsi negli occhi attraverso l’obiettivo di due telecamere), Morris adotta uno stile diverso dal solito per impostare le sue conversazioni con Eric e le altre persone coinvolte: al posto di un “confidenziale” sguardo in macchina, in Wormwood c’è infatti una parcellizzazione delle inquadrature, che incarna la pluralità dei punti di vista sulla vicenda. Anzi, talvolta il regista moltiplica l’immagine in numerosi split screen, seguendo il ritmo delle dichiarazioni verbali per infondere maggior dinamismo alle interviste.

Morris è molto efficiente anche nella costruzione della suspense, con vari cliffhanger piazzati al termine degli episodi come in un vero e proprio mistery, e un gusto raffinato per la messa in scena delle parti recitate. Peter Sarsgaard interpreta un Frank Olson tormentato e febbricitante, immerso in una narrazione rarefatta che spesso ha la consistenza del sogno, e che si trasfigura in allucinazione lisergica quando lo scienziato dà corpo alle sue paranoie. L’atmosfera da spy story incontra il mind game movie, calandoci nello sguardo inaffidabile di un uomo perseguitato: non a caso, l’incipit stesso è tanto scioccante quanto straniante, perché comincia in medias res, mostrando il decesso di Frank dal suo punto di vista “deviato”, a un livello tutto mentale. La trasparenza sta altrove, nel corpus di interviste, materiali di repertorio e inserti audiovisivi che caratterizza il versante documentaristico di Wormwood, un collage di materiali eterogenei che include persino alcuni segmenti dell’Amleto di Laurence Olivier, palese riflesso della lotta di Eric per scoprire la verità sul padre.

Si percepisce una certa ripetitività nell’esposizione dei fatti, come se il racconto venisse diluito forzatamente nell’arco di sei episodi, ma questa reiterazione delle immagini, delle parole e dei sentimenti è agilmente decifrabile come una scelta stilistica: non solo Morris sfuma i contorni della narrazione, ma le attribuisce la qualità di un’ossessione paranoica, che in quanto tale dev’essere ripetitiva, martellante, inesorabile. Solo così possiamo sperare di comprendere almeno in parte il dramma di Eric, il suo sforzo pluridecennale per dare quantomeno un senso alla tragedia della sua famiglia. «What is it about?» si chiede l’uomo nell’ultimo episodio, quando l’assurdità della faccenda lo spinge a ragionare sul contesto – più che sulle dinamiche – della morte di Frank. Ma le risposte restano solo ipotetiche, e il disincanto trionfa sulla speranza: «Come può esserci una vera democrazia, se il tuo governo sta facendo cose che il pubblico non può sapere?»

Wormwood celebra la costanza dell’uomo comune, ma non si fa illusioni sul risultato finale.

Voto: ★★★★

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