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Wonder – La polifonia è il vero prodigio nel film di Stephen Chbosky: la recensione

Wonder – La polifonia è il vero prodigio nel film di Stephen Chbosky: la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Un tratto comune in molte storie formative, soprattutto al cinema, è la focalizzazione assoluta sul protagonista come unico riferimento della narrazione, da cui spesso derivano le tentazioni dell’egotismo e del manicheismo: c’è un solo punto di vista, e non sempre viene messo in discussione. Wonder, basato sull’omonimo romanzo di R.J. Palacio, ribalta questo schema attraverso la parcellizzazione degli sguardi, permettendo al regista Stephen Chbosky di variare la formula da lui già ottimamente sperimentata in Noi siamo infinito.

Il suo interesse per gli outsider non è affatto narcisista o superficiale, tutt’altro: i suoi piccoli eroi combattono battaglie personali che nascono da traumi infantili o gravi condizioni mediche, e infatti il protagonista di Wonder è un bambino affetto da disostosi mandibolo-facciale, con malformazioni che lo hanno costretto a subire numerosi interventi di chirurgia plastica per migliorare le sue condizioni di vita. Auggie (il bravissimo Jacob Tremblay) ha sempre studiato a casa con la madre Isabel, ma ora deve cominciare a frequentare le scuole medie in un vero istituto, circondato da compagni e insegnanti. Per il bimbo non è facile: quando lo guardano, gli altri alunni vedono solo la sua malformazione, e ben presto alcuni di loro – capeggiati dal ricco e arrogante Julian – iniziano a deriderlo e isolarlo. Auggie trova però conforto nelle sue passioni (lo spazio, la scienza, Guerre stellari) e in due compagni che si avvicinano a lui, Summer e Jack, con cui stringe una bella amicizia. Intanto, sua sorella maggiore Olivia vive momenti di sconforto e di abbandono, soprattutto quando la sua migliore amica, Miranda, diventa fredda e distante nei suoi confronti.

È qui che Wonder introduce la sua polifonia vocale, tramite un piccolo concerto di narratori che salgono idealmente sul palcoscenico per offrire la loro versione dei fatti. Se il romanzo di Palacio è suddiviso in capitoli dove i personaggi principali prendono a turno la parola, la trasposizione di Chbosky adotta una soluzione piuttosto simile, ma diluisce le voci extradiegetiche in un flusso coerente, compatto, dove l’universo “Auggie-centrico” si espande progressivamente fino a diventare un ritratto corale. Nello scoprire i tormenti di Olivia, le motivazioni di Jack o la verità di Miranda, il film ci ricorda che il mondo è sempre più complesso di quanto pensiamo, e non può essere ridotto a un unico punto di vista: ognuno combatte la sua guerra quotidiana, e chiunque «dovrebbe ricevere una standing ovation almeno una volta nella vita».

Anche per questa ragione, Wonder evita sia i patetismi eccessivi sia i parossismi da melodramma, e mette in scena il vissuto di Auggie come un amalgama di realtà e fantasia, contaminando le sue esperienze scolastiche con viaggi tra le stelle o apparizioni di Chewbacca (il “diverso” della saga, quindi l’eroe con cui Auggie può solidarizzare di più). Ciò non significa che il film sia esente da scivoloni più convenzionali (la caratterizzazione di Julian, ad esempio, è priva di spessore), ma Chbosky riesce comunque a confezionare un feel good movie che non esclude nessuno, capace di scaldare il cuoricino di ognuno di noi con il suo trionfo della tolleranza, dell’intelletto e dell’integrazione culturale. Un elogio della gentilezza e dell’empatia, insomma, viste come forme indispensabili di contatto umano e di promozione sociale, non solo tra i bambini (creature emotivamente iperattive, quindi più fragili), ma anche tra questi ultimi e gli adulti.

Chiunque tenda a sottovalutare le complicazioni dell’infanzia e dell’adolescenza, o consideri i millennials come una generazione perduta, potrebbe imparare moltissimo dalle avventure di Auggie; e scoprirà che la “meraviglia” del titolo si verifica nel corso della visione, quando anche noi spettatori – per citare la tagline – cambiamo il nostro modo di guardare, smettiamo di notare la deformità del protagonista e ci emancipiamo dai pregiudizi: alla fine, quello che vediamo è “solo” un bambino, nient’altro.

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