The Post: Steven Spielberg continua a sorprenderci, la recensione

The Post: Steven Spielberg continua a sorprenderci, la recensione

Di Redazione SW

Recensione a cura di Adriano Ercolani, New York

Molto spesso sono i dettagli a rendere il cinema di Steven Spielberg così significativo.
All’inizio di The Post in un’inquadratura solo in apparenza di raccordo Kay Graham (Meryl Streep) percorre uno dei corridoi del Washington Post, fermandosi per un istante a contemplare una foto di suo marito, suicidatosi anni prima quando era alla guida del giornale. Alla fine del film, dopo tutto quello che la donna ha dovuto affrontare per poter pubblicare i Pentagon Papers, in un’altra inquadratura simile la stessa Kay passa davanti a una foto simile appesa in redazione.
E non la degna del minimo sguardo.
Non ne ha più bisogno, non cerca più sostegno morale o psicologico per le sue decisioni. È lei e soltanto lei a decidere il suo destino.

Insieme alla celeberrima battaglia per la libertà di stampa che il Washington Post affrontò nel 1971, e che rappresenta la storia principale del film di Spielberg, si accompagnano altri discorsi capaci di rendere questo lungometraggio estremamente attuale: primo tra tutti quello dell’emancipazione femminile di un mondo dove il potere è detenuto dagli uomini, e tenuto stretto in maniera fortemente maschilista, anche se velata dal perbenismo e dall’etichetta delle sfere sociali più alte. All’inizio spaventata e desiderosa di compiacere i detentori di quello stesso potere di cui si è circondata, pian piano Kay Graham intraprende un percorso di presa di coscienza delineato con tale efficacia da diventare il vero cuore del film. E colui che se ne renderà alla fine maggiormente conto è proprio il caporedattore del suo giornale Ben Bradlee (Tom Hanks), il quale rappresenta ciò che qualsiasi maschio con un minimo di apertura mentale dovrebbe essere: una persona capace di riconoscere le pressioni che una donna, principalmente perché donna, deve subire detenendo una posizione così importante. Alla luce di quello che sta succedendo nell’establishment americano, sia mediatico che politico, il discorso che The Post mette in scena arriva sferzante come uno schiaffo in faccia a un sistema che ha permesso, se non addirittura coltivato, un’idea di potere come possibilità di discriminazione e abuso.

La seconda questione che rende il film di Spielberg uno spaccato sulle contraddizioni della contemporaneità americana (e non solo) non è tanto la libertà di stampa in sé, quanto piuttosto la NECESSITÀ della libertà di stampa. Ciò che soprattutto nella prima parte di The Post viene sottolineato con sacrosanta indignazione è che non ci può essere alcuna collusione tra chi ha il dovere di informare e chi invece detiene il comando, sia esso politico o economico. Quanto può essere dolorosamente vera oggi tale affermazione? Se nel 1971 un Presidente come Richard Nixon poteva impunemente tentare di bloccare la pubblicazione di documenti per lui compromettenti, cosa può fare oggi un Presidente come Trump che addirittura possiede quegli stessi organi di informazione?

Oltre ai discorsi ideologici e civili in esso contenuti, The Post è ovviamente anche un film diretto da Steven Spielberg, e quindi cinema di primissima qualità. Il confronto che istintivamente verrebbe in mente è quello con il recente Il ponte delle spie, altro magnifico period-movie che racconta di come dovrebbe essere l’America e come invece non è più (o non è addirittura mai stata…). A differenza però del film precedente, girato con un’armonia di stile impostata verso la classicità, in questo caso Spielberg vuole intervenire esplicitamente sulla storia che sta raccontando, apposta per sottolinearne la portata. Ecco allora che la macchina da presa non smette quasi di muoversi intorno agli attori, cerca sempre punti di vista alternativi per delineare lo spazio in cui sono costretti, spesso illuminato in maniera espressionista dal fido Janusz Kaminski. Adoperando in alcune scene i punti luce interni all’inquadratura, come ad esempio semplici lampade in stanze buie, probabilmente il direttore della fotografia ha voluto rendere omaggio all’arte dell’illuminazione di un collega e maestro quale Owen Roizman, il quale non a caso realizzò nel 1976 Quinto potere, capolavoro che ha più di un tema in comune con The Post

Insomma, dove altri cineasti in passato hanno scelto stringatezza e sobrietà per mettere in scena tali tematiche – impossibile non pensare anche a Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, di cui questo film è una sorta di prequel – Spielberg invece usa il mezzo/cinema in tutta la sua forza propositiva, mostrandolo senza però mai abusarne. Ciò che ne è scaturito è un equilibrio poderoso di storia e immagini, un nuovo “miracoloso” tassello in una filmografia che di miracoli del genere ne possiede numerosi. E preziosi.

Cosa scrivere infine del cast di attori? Inutile spendere altre parole di elogio per due titani della recitazione come Meryl Streep e Tom Hanks. Meglio dedicarsi invece alla dovizia di altrettanto splendidi comprimari come Carrie Coon, Michale Stuhlbarg, Bob Odenkirk, Bradley Whitford e tutti gli altri, che impreziosiscono ogni singola inquadratura di The Post con la loro abilità certosina nel tratteggiare al meglio tensioni e dilemmi interiori.
In sintesi The Post è sia spettacolo che impegno civile, un film di regia e insieme di interpretazioni. Cos’altro chiedere a Steven Spielberg? La sensazione è con questa sua ultima fatica abbia aggiunto un qualcosa in più al suo status di “autore”, che in qualche modo lo abbia completato. Anche se può sembrare impossibile, c’è ancora un nuovo Steven Spielberg in The Post. Un cineasta che, dopo tutti questi anni e capolavori, sa ancora sorprenderci. Incredibile…

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