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The Greatest Showman è un sincero inno alla diversità, la recensione

The Greatest Showman è un sincero inno alla diversità, la recensione

Di Adriano Ercolani

Il musical hollywoodiano contemporaneo ha nel montaggio la sua arma principale. Da Chicago in poi l’abilità nel comporre ritmicamente la performance musicale con l’alternanza delle inquadrature ha (troppo) spesso asfissiato la bravura fisica e canora del performer, oppure al contrario è servito per rimediare alla parziale mancanza di tali doti da parte degli attori. In molti ci si è pericolosamente avvicinati all’idea di video musicale piuttosto che rimanere fedeli a quella di momento di cinema. Unica, lodevole eccezione è stata lo scorso anno La La Land.

The Greatest Showman, esordio alla regia di Michael Gracey, si muove su questa direttiva estetica adoperandola però per supportare i numerosi pregi che il film possiede a prescindere dal montaggio stesso, a tratti comunque davvero folgorante. Prima di tutto c’è il protagonista, uno Hugh Jackman che incarna P.T. Barnum con un’aderenza emotiva trascinante, soprattutto quando la fa diventare musica e danza. È lui in tutto e per tutto l’anima del film, e questa prova ribadisce se ce ne fosse ancora bisogno la completezza di un artista che la grande maggioranza del pubblico apprezza soltanto nei blockbuster in cui interpreta Wolverine. Hackman ha una presenza scenica e un carisma perfetti per il musical, e The Greatest Showman forse anche più di Les Miserables arriva a ricordarcelo in tutta la sua forza. Ma il film di Gracey ha anche molte altre frecce al suo arco. La seconda per importanza sono canzoni potenti, che continui a cantare per ore dopo aver visto il film, e non stiamo parlando soltanto dell’ormai già famosa ‘This Is Me’ su cui hanno costruito il primo trailer del film. Poi ci sono gli altri attori del cast, tutti perfetti nel supportare Jackman e insieme ritagliarsi momenti in cui dimostrare le proprie abilità, spesso aiutati da una sceneggiatura tanto classica quanto precisa nella scansione degli archi narrativi. A sorprendere è soprattutto uno Zac Efron alla prima prova veramente matura della sua carriera, protagonista insieme a Zendaya di una scena di enorme romanticismo. Notevole anche la presenza scenica (come sempre del resto) di Rebecca Ferguson.

Quello però che in particolar modo rende The Greatest Showman un musical che deve essere visto è amato è il suo essere un sincero inno alla diversità, al coraggio di abbracciarla, alla volontà di non lasciarsi abbattere da chi pensa che “diverso” sia sinonimo di “inferiore”, o peggio ancora “sbagliato”. La storia di P.T. Barnum, e del suo gruppo di outcast quando si trasforma in musica possiede un’energia che trascina e commuove. Un gran film che dovrebbe essere visto da chiunque, almeno una volta nella vita, si è sentito fuori posto…

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