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THE DOC(MANHATTAN) IS IN – The Crown, o “il mio pentimento con relativa ammissione di colpa”

THE DOC(MANHATTAN) IS IN – The Crown, o “il mio pentimento con relativa ammissione di colpa”

Di DocManhattan

“Mi ha detto il ragionier Filini che dobbiamo andare immediatamente a vedere un film cecoslovacco”. “Nooo!”. “Ma con sottotitoli in tedesco”. Ecco, la mia compostissima reazione quando dalla redazione mi hanno proposto di dedicare a The Crown l’appuntamento di questa settimana con la presente rubrica è perfettamente riassumibile nell’espressione sgomenta del ragionier Ugo Fantozzi quando gli spiegano che non può vedersi Italia – Inghilterra perché gli tocca il cineforum del Professor Riccardelli. No, non nel senso che The Crown di Netflix è una palla, o che la ritenevo tale. È tutto frutto di una mia personalissima idiosincrasia nei confronti di qualunque cosa riguardi anche solo lontanamente la famiglia reale britannica.

Ho sviluppato negli anni una suggestiva forma di anticorpi per cui appena sento nominare in un telegiornale qualcosa che riguarda anche solo vagamente i Windsor, inizio a urlare mentalmente LALALA non sento LALALA. Elisabetta II, quella sagoma di suo marito, il figlio, i nipoti, le nuore, le nuore ribelli, i pronipoti. Non mi fregava niente nemmeno del culo di Pippa Middleton, per dire, quando al mondo non sembrava importare altro. Ho provato a far presente la cosa alla Screenweek Tower. Poi, visto che non attaccava, li ho supplicati di farmi scrivere altro. Qualsiasi cosa, pure Peppa Pig vs Paw Patrol Reloaded, ma non una maratona di due stagioni di una serie, bella quanto vuoi, su quella tipa che indossa cappelli orribili color pastello e saluta tutti facendo ruotare la mano come le aspiranti Miss Italia. Abbiate pietà. “Ma no, dai, Doc: magari è interessante proprio per questo un tuo parere sulla serie. E poi non avevi detto che ti è piaciuto Il discorso del re di Tom Hooper? Quello era il padre, no? E allora”. “Sì, ma…”. TU-TU-TU-TU. Fregato.

E così, nell’arco di una manciata di sere, ai lavori binge-watch-forzati: due stagioni e venti episodi di The Crown, uno via l’altro. E, incredibile a dirsi, mi sono divertito. Col capo cosparso di cenere di riviste ufficiali di Beverly Hills 90210 del ’94, vengo qui ad ammettere, signori della corte, che sì, in effetti The Crown è la gran bella serie di cui avrete già letto in giro, praticamente ovunque. E che nonostante si parli dei Windsor, non è tutta una fiera di cani corgi e di Filippo che va a donnine in giro per il mondo (quello c’è, però. Pure troppo). Sarà che la serie l’ha messa in piedi un signor sceneggiatore come Peter Morgan (Rush), sarà che il Duca di Edimburgo donnaiolo è l’Undicesimo Dottore di Doctor Who (Matt Smith), sarà soprattutto che The Crown ha il grande pregio di farti vivere il momento.

La seconda stagione, ad esempio, si apre su una delle più grande figure di palta rimediate dalla politica internazionale britannica nel secolo scorso, la Crisi del Canale di Suez, e al centro della vicenda si alternano i problemi non solo familiari, ma anche e soprattutto istituzionali che Elisabetta II si trova ad affrontare. Il sovrano del Regno Unito non avrà più il potere di un tempo, ok, ma essere l’erede di un ex impero che copriva un grosso spicchio di pianeta porta delle responsabilità schiaccianti. L’Elisabetta interpretata magnificamente da Claire Foy – molto più carina della vera regina alla sua età, ma vabbè – ha sulla testa un peso enorme. La corona, eh, non parlavo dei viaggi con scambi, uh, interculturali di Filippo.

E il punto è proprio quello. Veri, romanzati o pettinati che siano i personaggi di contorno e le sottotrame, The Crown umanizza Elisabetta e il suo mondo più di quanto non sia mai riuscito a fare… beh, forse niente. Neanche la gag con Daniel Craig all’apertura delle Olimpiadi. Un affresco storico che nella prima quanto nella seconda stagione (che va dallo scoppio della crisi di Suez, nel 1956, al 1963) appassiona quanto un House of Cards con molte più bustine da the consumate e in cui già sai quello che succede, ma non come lo vivono, dietro i sorrisi di facciata, i membri di quella famiglia.

È una serie sontuosa, The Crown, non solo per come è scritta e interpretata, ma per tutta la messa in scena. Esempio facile ed esplosivo, letteralmente: se serve un carro armato che cannoneggia un palazzo egiziano, c’è davvero, non la si sfanga con dei filmati di archivio di un vecchio telegiornale visto in TV dai protagonisti, e buona notte al secchio. Un azzardo da 100 milioni di sterline investiti da Netflix solo per la prima stagione, e che ha pagato, vista la vagonata di premi portati a casa. Ma tanto tutte queste cose le sapete già. Questo articolo esiste principalmente per testimoniare come i preconcetti ci tolgono a volte tanti piccoli piaceri della vita. Dovrei e dovremmo essere tutti mentalmente più aperti. Detto questo, se fanno una serie sui Grimaldi di Monaco, bella quanto vuoi, mi cavo gli occhi pur di non guardarla. Manco morto. Sia messo a verbale.

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