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The Doc(Manhattan) is in – Godless: il selvaggio West (soprattutto) al femminile

The Doc(Manhattan) is in – Godless: il selvaggio West (soprattutto) al femminile

Di DocManhattan

Dopo il Western artificiale e tecnologico di Westworld, un mondo di frontiera genuinamente polveroso ambientato nel vecchio West di fine Ottocento: è quanto vi aspetta in Godless di Netflix, serie in 7 episodi sbarcata sulla piattaforma lo scorso 22 novembre. I primissimi minuti del primo episodio di Godless sembrano una dichiarazione d’intenti ben precisa: sangue, morte & raccapriccio, nel contemplare, insieme ai baffoni del Sam Waterston di Law & Order, i risultati di un massacro. C’è quella scena lì del cappio, c’è la ferocia vera e per nulla edulcorata di come andavano le cose a quei tempi, tolti gli occhialini colorati da film con John Wayne. Nudi full frontal e mucchi di cadaveri, come neanche negli Spaghetti Western più trucidi. Solo che Godless non è solo questo, perché alla sua inevitabile storia di tradimenti e vendette, da consumarsi a colpi di carabina Winchester, affianca un’intera comunità composta pressoché esclusivamente da donne.

Bill McNue (Scoot McNairy, Batman v Superman) è lo sceriffo – miope come Mr. Magoo – di La Belle, cittadina mineraria dove un incidente si è portato via quasi tutta la popolazione maschile. Sono rimaste così le donne a La Belle, molte delle quali, come la sorella di Bill, sanno dannatamente bene cosa vogliono. Nei paraggi arriva Roy Goode (l’inglese Jack O’Connell), pistolero che spara meglio di Lucky Luke e sussurra ai cavalli meglio di Robert Redford. Un bandito con la faccia da buono che trova rifugio (e un’accoglienza a base di piombo caldo) nel ranch di una vedova di La Belle. Sulle sue tracce, la banda del feroce Frank Griffin (Jeff Daniels), sorta di padre adottivo a cui il pupillo ha fregato il bottino e staccato un braccio a colpi di fucile. I difficili rapporti generazionali di tardo Ottocento.

Ha una storia da un lato molto classica, dunque, Godless, che sembra pescata da un numero a caso di Tex (il desperado in fuga col malloppo dai suoi ex compari), ma la cala in un’ambientazione a tratti inusuale, puntellando una narrazione piuttosto lenta con degli ottimi personaggi. Fa un po’ l’effetto di un Fargo del Far West, pur se molto più convenzionale. È come se la serie Netflix si giocasse un po’ tutti i cliché del genere, dal figlio meticcio allo sceriffo in cerca di riscossa, ma mischiando un attimo le carte, grazie soprattutto al suo cast femminile. E non solo. Il Frank Griffin di Jeff Daniels è un villain perfetto: un assassino spietato, ossessionato dalla fede perché allevato dai mormoni (i mormoni più feroci della storia, pare), ma pronto a spiegarti che non esiste nessun Dio a cui affidare la propria anima. Imprevedibile come un vero psicopatico a cavallo.

Ma anche molti degli altri interpreti che gli ruotano attorno se la cavano egregiamente, da un’inflessibile Michelle DockeryMerritt Wever (la Denise di The Walking Dead), che qui porta decisamente i pantaloni. Nella scena con il negoziante, reo di aver offeso la nipotina, questa ragazza vedova prossima ai quaranta e sovrappeso sembra dotata del carisma sufficiente per far sudare freddo pure un cattivo di Sergio Leone. No shit. Non credevo sarebbe mai stato possibile in questa vita, ma Godless è riuscito a farmi stare simpatico perfino Thomas Brodie-Sangster (Jojen Reed ne il Trono di Spade, Newt nei Maze Runner), ora vicesceriffo spaccone che si spara le pose davanti allo specchio come un Travis Bickle mangiatorte. Tutto questo non è un caso, perché lo showrunner di Godless, Scott Frank, è uno che sa scrivere dei gran bei personaggi. Così Godless va avanti, con i suoi sette episodi – la ricerca della formula perfetta da parte di Netflix prosegue. Sette sembra un numero strano, ma durano tutti più di un’ora. Potevano tranquillamente venirne fuori di più) e il suo ritmo lento, beh, da serie Netflix (che Stranger Things sia l’unica, vera eccezione?). Però intrattiene, soprattutto se si è amanti del genere.

Può sembrare una precisazione scontata – diavolo, probabilmente lo è – ma l’amore per il West rende ovviamente tutta questa storia di donne sole e vendette a colpi di colt decisamente più godibile. Quei campi lunghi sulle praterie, le cavalcate, i duelli, persino i numeri da circo dei cavalli stesi con la sola imposizione delle mani, brillano negli occhi di chi ha una passione per questo tipo di ambientazione e ha creduto a lungo di esser stato lasciato solo da cinema e TV. Per lui/lei, anche quelle inquadrature compiaciutissime al rallentatore dei cavalli che guadano il fiume, una roba da spot anni 80 del bagnoschiuma, diventa motivo di esaltazione. Beh, in fondo sono gli anni 80, solo di due secoli fa (1884).

Riassumendo: storia classica e pure abbastanza prevedibile, ma con qualche elemento originale per non trasformare il tutto in una puntata dell’A-Team – il buono dal passato losco che aiuta gli indifesi contro lupi e sciacalli con i baffi – e degli ottimi interpreti, il che vale a giudizio di chi scrive quelle otto ore buone che si porta via. Tanto più se siete cresciuti leggendo di bistecche altre tre dita con una montagna di patatine fritte o conoscete a memoria i nomi di tutte le tribù di nativi americani. È il selvaggio West, è molto più selvaggio di quanto mostrato altrove, ed è popolato da donne che se fai la battuta sbagliata, ti piazzano una pallottola in fronte da dieci metri di distanza. Sesso debole un corno di bisonte.

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