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Memento, Mementote! – Brainspotting

Memento, Mementote! – Brainspotting

Di Marco Nucci

Parliamo di mia zia. Si chiama Susanna, ma per motivi di privacy mi limiterò a chiamarla S. Lei ha un problema: la sua mente produce ricordi falsi, o “fantaricordi”, come li chiamiamo in famiglia. Di norma, incontro S ai pranzi di Natale o di Pasqua: in certe occasioni, si sa, è normale che la conversazione finisca per evocare episodi legati al passato condiviso della famiglia. Succede anche a noi, in particolar modo a S. Tuttavia, le sue memorie presentano una particolare caratteristica: si riferiscono a eventi mai accaduti.
Ricordi quella volta che lo zio Palmo ci portò alle giostre ad Alessandria, che grandinava così forte che si spaccò il parabrezza?” domanda S a mia madre.
Non siamo mai state alle giostre di Alessandria… Secondo me ti confondi con il circo di Tortona… Palmo ci portò lì, ma c’era il sole…
Sei tu che ti sbagli…” insiste S, che è molto sicura delle veridicità dei suoi ricordi. “Palmo ci portò ad Alessandria, e fummo costrette a passare mezza giornata dal meccanico per far aggiustare il vetro… Non te lo ricordi il ghiaccio sui sedili davanti?” aggiunge. Ogni volta, è sorprendente notare come S sia in grado di arricchire di dettagli le sue memorie false.
Le giostre di Alessandria aprirono nel ’67…” risponde mia madre. “Lo zio Palmo morì cinque anni prima, e comunque non guidava più l’auto da tempo… Ma se a te piace pensarla così…
Già…” interviene mia nonna, con stampato in faccia un sorriso comprensivo. “Se a te piace pensarla così…
A questo punto, S osserva per un po’ i suoi interlocutori con sguardo interdetto, infine si stringe nelle spalle. “Vi sbagliate…” taglia corto, poi addenta una tartina e cambia argomento.
S non è una bugiarda, è davvero convinta di ciò che dice. Probabilmente i suoi ricordi nascono come semplici fantasie, poi il suo cervello le archivia nel cassetto sbagliato della memoria, e così lei si confonde. Sia chiaro, succede a tutti, ma in S questa caratteristica è tanto pronunciata da apparire patologica.
Con il solo scopo di rendere il titolo di questo articolo più accattivante, mi prendo la libertà di battezzare la tendenza al fantaricordo di mia zia “Brainspotting”.
L’altro giorno era Natale, e così sono andato al pranzo di famiglia. S era in gran spolvero: ha raccontato decine di aneddoti, tutti rigorosamente falsi. Nessuno ha provato a contraddirla, anzi, l’abbiamo stimolata a esagerare, osservando con divertito sgomento fino a che punto potesse spingersi la sua fantasia.
Sulla strada del ritorno, ho riflettuto ancora una volta su S, e sulla sua tendenza al “Brainspotting”: mi sono così reso conto che l’intima sicurezza di aver assistito a una scena in realtà mai accaduta è qualcosa che a me è successa con il cinema. Ricordo nitidamente intere sequenze inesistenti, anche contenute in film che amo e conosco a memoria. Scene create dal mio cervello, come in un director’s cut personale, che solo dopo una verifica, con sorpresa, mi sono reso conto non essere presenti nel montaggio. Sapere di aver messo in scena con l’immaginazione sequenze aggiuntive (con tanto di campi, controcampi e dialoghi) mi dà una sensazione strana, simile a quella che si prova al risveglio da un sogno. Provo a interrogarmi sui cortocircuiti di immaginario che possano aver scaturito in me simili visioni, ma non arrivo a nessuna conclusione. Per farvi capire meglio cosa intendo, vi faccio alcuni esempi.

1995. Al cinema esce I soliti sospetti. Lo vedo al cinema, di domenica pomeriggio. Un grande film, “Rashomon” a una voce sola: Kaiser Soze è il Charles Foster Kane dei criminali. Per anni resto convinto che il finale ci mostri Kevin Spacey affacciato al lunotto posteriore della macchina di Koba Yashi, intento a salutare Chazz Palminteri con un cenno della mano simile a quello che Fernando Rey rivolge a Gene Hackman in The French Connection. Un saluto beffardo, del tipo “ti ho fregato”. Ricordo anche la sequenza di inquadrature: primo piano di Chazz, dettaglio del lunotto posteriore con Spacey che saluta, campo lungo su Chazz in piedi sul marciapiede, panoramica a volo d’uccello sulla strada, titoli di coda. Va da sé che la scena non esiste. Me ne accorgo con sgomento qualche anno dopo, quando rivedo il film su Italia 1: sul momento, mi convinco che il montaggio sia stato rimaneggiato, e la scena tagliata. Chiedo conferma ad alcuni amici, finendo per arrendermi all’evidenza: quel finale alternativo è stato girato nella mia testa, e mai distribuito. Un classico caso di “Brainspotting”.

1996. Solaris. Quando mio padre me lo mostra ho soltanto dieci anni: vedere il film di Tarkovskij a quell’età è una specie di educazione siberiana alla cinefilia. Un capolavoro, che per misteriosi motivi mi mette una paura tremenda. Soprattutto il finale, con la dirompente inquadratura del pianeta rosso in fiamme, e la voce fuori campo che esclama: “E l’astronauta Kris Kelvin rimase prigioniero per sempre del pianeta Solaris, in compagnia dei suoi incubi!”. Una chiusura pazzesca, tanto pazzesca che, ho scoperto di recente, non esiste proprio: infatti, il film termina con un lungo dolly verso l’alto, che ci mostra l’ isolotto sperduto nell’oceano di Solaris e si dissolve sul bianco dei titoli di coda in cirillico. Il pianeta rosso e la voce off sono una creazione della mia memoria, nata da collegamenti di sinapsi misteriose, che forse soltanto l’astronauta Kris Kelvin sarebbe in grado di spiegare. Purtroppo, pare sia ancora imprigionato su Solaris, e lì la linea prende male.

1999. Il terzo uomo di Carol Reed. Lo vedo grazie a un’edizione in vhs uscita con l’Unità, e da quel momento è uno dei miei film preferiti, tanto che anni dopo propongo alla band in cui suono di fare una versione in stile Fantomas (il gruppo di Mike Patton) della colonna sonora di Korda. L’idea viene bocciata. Potrei scrivere intere cartelle su questo film (e forse un giorno lo farò, vi avviso), ma per ora limitiamoci al “Brainspotting”. Il film termina sull’inquadratura di un enorme viale assolato: Joseph Cotten (che nel film si chiama Alga Martin, nome meravigliosamente scemo) è appena stato al funerale di Harry Lime, e attende che una giovane Alida Valli lo raggiunga. La scena è ripresa in campo lungo, con Cotten più vicino e la Valli che viene verso di noi dalla profondità di campo. Nel mio ricordo, la ragazza si ferma, lei e Cotten si guardano per qualche secondo, poi riprendono a camminare, questa volta insieme. Stacco di montaggio, controcampo: un’inquadratura a volo d’uccello ci mostra i due che avanzano verso la città presi di spalle, con i palazzi di Vienna che si stagliano contro il cielo in lontananza. La musica di Korda sale, il film finisce. Tutto Falso. In realtà, Alida Valli non si ferma, e Alga Martin rimane lì come uno scemo, ignorato dalla donna, che amava Harry Lime. Nessun controcampo a volo d’uccello, nessuna Vienna sullo sfondo. Tutto inventato da me.

Gli esempi potrebbero essere decine. Ve li risparmio, sottolineando però come il “Brainspotting” mi abbia portato a interrogarmi su cosa sia veramente un’immagine cinematografica. Forse la somma di luce, tempo e ricordo, o forse la più romantica bugia mai pronunciata dall’arte, che ti illude di raccontarti qualcosa per poi abbandonarti nel dubbio. Al buio.
Ma la materia è complessa, e il mio spazio limitato. Forse ne riparleremo più avanti, in un finale alternativo (e inventato) dell’articolo.
Sono contento di aver affrontato l’astruso argomento del “Brainspotting”: mi ha dato modo di parlare di Intrigo Internazionale, film che amo. Sono molto soddisfatto del lungo paragrafo che ho dedicato al capolavoro di Hitchcock. Lo vidi per la prima volta nel ’64, con mia zia S, il pomeriggio in cui zio Palmo ci portò alle giostre di Alessandria e il parabrezza si spaccò per la grandine. Finimmo la giornata dal meccanico: avreste dovuto vedere il ghiaccio sui sedili posteriori. Assurdo!

MARCO NUCCI
Nato nel 1986 a Castiglione dei Pepoli, frequenta il DAMS cinema per poi occuparsi come libero professionista di video editing. Dal 2012 è direttore artistico del festival sul fumetto “Crime City Comics: Dylan Dog”. Dal 2015 è redattore e sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha pubblicato 2 libri a fumetti con la casa editrice Tunué.

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