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14 dicembre 2017 • 13:45 • Scritto da Marco Nucci

Memento, Mementote! – Terzo Tempo

Marco Nucci ci racconta la storia di uno spettatore, tra sala e vita, tra memorie reali e altre, probabilmente, inventate...
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Capita che il ricordo che abbiamo dei film si intrecci indissolubilmente con i trascorsi della nostra vita, creando episodi a volte tristi, altre paradossali, oppure genuinamente comici. “Memento, Mementote!” racconta la storia di uno spettatore, tra sala e vita, tra memorie reali e altre, probabilmente, inventate.

Prima di iniziare l’articolo vero e proprio, specifico un fatto: sono nato e cresciuto in un paese di cinquemila anime, dove tutti conoscono tutti e incontrarsi è piuttosto facile. Quella che state per leggere è una storia vera, e racconta di una delle coincidenze più clamorose a cui mi sia capitato di assistere. Avere la misura del mondo della mia infanzia vi aiuterà a crederla possibile. D’altra parte, non sempre ciò che è vero appare anche verosimile.
Fatta questa doverosa premessa, posso lasciarmi andare ai ricordi.

L’anno è il 1996. Ho soltanto dieci anni, ma con il videoregistratore sono già un asso. So fare più o meno tutto: so programmare il canale di registrazione, so pulire le puntine delle cassette, conosco addirittura il tasto “tracking”, che serve a stirare il nastro magnetico per cancellare le rigature ai margini dello schermo. Oltre ad avere la padronanza del mezzo, ho anche la pretesa di avere delle registrazioni perfette. Certo, non posso sperare di azzerare i disturbi dell’antenna, ma una cosa posso farla: cancellare le pubblicità. Per ottenere il risultato, ovviamente, è necessario assistere al film, seguirlo in diretta e accudirlo come una piantina. Ma ho dieci anni, pochissimi impegni e la ferma volontà di non interrompere un’emozione. Sono gli anni ’90, e io sono un adblock vivente alto un metro e quaranta centimetri. Tuttavia, la mia non è soltanto un’ossessione: infatti, capita che cancellare gli spot si riveli necessario. Per esempio, il mese scorso ho registrato I predatori dell’arca perduta utilizzando un nastro da 120 minuti. Il film ne dura soltanto cinque di meno: la pubblicità mi avrebbe tagliato il finale, e sappiamo tutti quanto quel finale sia meraviglioso.

Dovete sapere che cancellare gli spot è un arte. Quando si interrompe la registrazione, la risposta della macchina ha sempre una leggera latenza, e il nastro slitta in avanti di alcuni fotogrammi. Capita così che, riguardando i film di un cassettaro di basso livello, si intraveda l’inizio dello stacchetto del canale tv. Chi conosce questo problema durante lo spot riavvolge il nastro per effettuare lo stacco a dovere: ma molti si fanno prendere dall’ansia, la loro mano trema sul quadratino dello stop e finiscono per fermare il filmato troppo presto, e quando lo si va a rivedere l’ultima sequenza risulta monca. Io non ho di questi problemi, le mie registrazioni sembrano uscite da una sala di moviola. A distinguerle da quelle di un videonoleggio, l’immancabile schermata “fine primo tempo”, a cui segue subito “Inizio secondo tempo”. Se volessi, potrei cancellarli, i due cartelli, ma mi piacciono, scandiscono la drammaturgia del film, come in sala. Le schermate durano tre, anche quattro secondi, e così lo stacco tra il primo e il secondo tempo è il più facile. Saprebbe farlo anche un dilettante. Di tanto in tanto, capita di assistere a film divisi in tre tempi: si tratta di pellicole lunghe, i polpettoni, come li chiama mia nonna. Le schermate “fine secondo tempo” e “inizio terzo tempo” sono merce rara, e quando me le trovo davanti mi pare di assistere a un evento proibito: questo perché se sei arrivato al terzo tempo significa che come minimo sono le undici e mezzo, forse addirittura mezzanotte. Un orario mica male, per un marmocchio.

Stasera su “Italia Uno” danno Ladyhawke, un film fantasy con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer. Non l’ho mai visto, ed è mia ferma intenzione registrarlo, anche se “FilmTv” gli ha affibbiato un misero “pollice laterale”, e non uno “alto” come avrei auspicato. Ma non si può avere tutto. Il film dura 124 minuti, quindi per registrarlo sono stato costretto a procurarmi una cassetta da 180 minuti. Non so se il film avrà due o tre tempi: è lungo, certo, ma non lunghissimo. Una misura ambigua.
Giunti a questo punto, nella storia entra un nuovo personaggio, che è mio padre. Anche lui è un asso con il videoregistratore, forse addirittura più di me, anche se non lo ammetterei mai. È un chirurgo, e con i tagli ci sa fare. Quando Ladyhawke inizia è al mio fianco, deciso anche lui a non interrompere un’emozione. C’è anche mia madre, ma lei non conta, visto che è stanca e si addormenta sempre.

Dopo un quarto d’ora arriva la prima interruzione, che su Italia Uno con la pubblicità ci danno dentro. Mica come la Rai: quella è una vacanza. Mediaset, invece, è il Vietnam. Naturalmente, io e mio padre effettuiamo uno stacco a dir poco perfetto: in solitaria siamo bravi, ma in combo diventiamo letali.
È all’inizio del secondo tempo che il telefono squilla. Mio padre risponde: è la Casa di Cura del paese. Pare ci sia un’urgenza, un malato gravissimo. Forse un morto. Stasera lui ha il turno di reperibilità: deve andare. Mi promette che tornerà presto, dà un bacio a mia madre, che dorme, e si raccomanda con me di tagliare le pubblicità da Ladyhawke.
Quel pomeriggio sono stato agli allenamenti di calcio, e così, vuoi per la stanchezza e vuoi perché il film non è un campione di ritmo, mi addormento. Mi sveglia mio padre che è mezzanotte passata, e il film è finito. Ce lo terremo con le pubblicità, penso, mentre con gli occhi mezzi chiusi caracollo in direzione del letto.
Mio padre ha una bella calligrafia, è lui che scrive le etichette da apporre sui film. Crea quella per Ladyhawke, che io attacco sulla costa della videocassetta: poi ripongo il film nella collezione, che è nascosta nel mobile sotto la tv. Da lì non verrà tolto per molto, moltissimo tempo.

FINE PRIMO TEMPO

SECONDO TEMPO

Dicembre 2004. Ho diciotto anni, le torri gemelle sono cadute e le videocassette hanno lasciato spazio ai dvd. Con tutte le canne che mi fumo, neanche me ne sono accorto. È inverno, fa freddo: quasi ogni sera io e i miei amici ci ritroviamo in una casina che abbiamo preso in affitto facendo una colletta. Giochiamo a Pro Evolution Soccer, beviamo birra, ci picchiamo per finta. Insomma, il nulla siderale. Ultimamente, ci è presa l’abitudine di guardare i film. Nella casa c’è un videoregistratore, e così usiamo le cassette: la mia collezione rende la scelta infinita.
Non so quanto io possa aver fumato la sera in cui decido di proporre Ladyhawke. Che idea improbabile, per dei diciottenni nel pieno della fase degli sbagli. Fatto sta che anche i miei amici hanno fumato, e quando gli racconto che c’è un’aquila la cosa gli basta. Quella sera siamo io, Claudio, Davide e Andrea. Questo lo ricordo perfettamente.

Infilo la cassetta nel videoregistratore, il film inizia. Dopo un quarto d’ora arriva uno raccordo di montaggio strano, e così mi ricordo di quella sera con mio padre, accorgendomi che lo stacco non era venuto poi così bene come credevo.
Siamo a metà film, Davide e Andrea si sono addormentati. Sullo schermo appare la schermata “fine secondo tempo”, partono gli spot. Da bambino mi ero addormentato, ricordate? E questa è la conseguenza. Trovarsi all’improvviso davanti a una sequenza pubblicitaria dell’infanzia è qualcosa di straniante. Io e Claudio siamo fusi, la cosa ci diverte, e così invece che mandare avanti decidiamo di guardarci i vecchi spot. Passa la pubblicità della Roberts, che è quella con George Weah che chiede se va tutto bene, poi quella classica del Tè Lipton. E poi Lycia solare, il profumo Silvestre con Raz Degan, il Magnum, Gran Pavesi e così via.
 Ecco che all’improvviso partono le anticipazioni del tg di mezzanotte, che inizierà dopo il terzo tempo del film. Sullo schermo scorre la sigla, poi appare il logo di “Studio Aperto”, e infine la data. È qui che Claudio smette di ridere, e sbianca. Noto il suo cambio d’umore, mi volto verso di lui. “Tutto bene?” gli domando, imitando la voce di Weah. Lui non risponde. In quel silenzio l’annunciatore continua a elencare le anticipazioni dell’edizione notturna. “Tutto bene?” ripeto, notando che Claudio si è portato le mani al volto. Non risponde, dopo un po’ rinuncio: non sono una balia. Mi accendo una sigaretta, mi volto verso la tv, Ladyhawke è ricominciato.

Arriviamo alla fine del film senza dire niente. Non è così brutto, ma in fin dei conti il pollice laterale di “FilmTv” ci poteva stare. Niente di ché.
Svegliamo Davide e Andrea. È ora di andare a dormire, che domattina c’è scuola e quest’anno abbiamo l’esame. Claudio, che dai titoli del telegiornale non ha più aperto bocca, mi chiede se può prendere la cassetta. “Vuoi che te la presto?” domando. “Voglio che me la regali…” risponde, con voce ferma.

Davide e Andrea non ci sono più, e così Claudio mi può spiegare. Che ci crediate o meno, il film è stato registrato la sera in cui è morta sua madre. Un infarto secco, a soli trentacinque anni. Lui, che ha la mia età, ne aveva solo dieci. Ecco perché mio padre era stato chiamato d’urgenza: l’urgenza era lei.
Turbato dall’incubo che si è appena intrufolato nella stupida quiete di quella casa di diciottenni, porgo la cassetta a Claudio. Lui la osserva per un po’, leggendo con occhi vuoti l’etichetta scritta in bella calligrafia da mio padre, poi esce senza dire niente. Io invece resto: devo mettere a posto, stasera è il mio turno. Svuoto i posacenere, apro le finestre, spazzo per terra, tutto fatto alla meno peggio. Poi mi infilo il cappotto, lancio un’ultima occhiata alla stanza. Spengo la luce.

FINE SECONDO TEMPO

TERZO TEMPO

Novembre 2017. Prima di scrivere questo pezzo ho telefonato a Claudio. Da quella sera del 2004 non abbiamo più parlato della videocassetta di Ladyhawke. Gli domando se l’abbia conservata, o che fine abbia fatto. Claudio ricorda perfettamente l’episodio, ma non ha idea di dove sia la cassetta. “L’avrò buttata…” minimizza. “Oppure, boh… Che cazzo ne so, mi sono trasferito quattro volte, Marco!”. Peccato, avrei voluto metterne la foto a corredo dell’articolo.
La storia è tutta qui, una coincidenza pazzesca legata a una di quelle tecnologie per cui oggi, misteriosamente, nutriamo una sconfinata nostalgia.

Un’ultima cosa. Cinque anni fa ho buttato la mia collezione di videocassette: era troppo ingombrante, i nastri erano smagnetizzati, neanche il tasto tracking riusciva più a metterli a posto. Forse un giorno riusciremo a farcene una ragione: i tempi passano, per fortuna.
Primi, secondi o terzi che siano.

MARCO NUCCI
Nato nel 1986 a Castiglione dei Pepoli, frequenta il DAMS cinema per poi occuparsi come libero professionista di video editing. Dal 2012 è direttore artistico del festival sul fumetto “Crime City Comics: Dylan Dog”. Dal 2015 è redattore e sceneggiatore presso la Sergio Bonelli Editore. Ha pubblicato 2 libri a fumetti con la casa editrice Tunué.

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