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La Storia dietro un Frame: Jim Carrey, quel “cane” di Ron Howard e la tortura del Grinch

La Storia dietro un Frame: Jim Carrey, quel “cane” di Ron Howard e la tortura del Grinch

Di Filippo Magnifico

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I set dei film sono pieni di aneddoti più o meno interessanti. Alcuni sono noti, altri meno. Partendo da un frame, da una semplice immagine, si possono scoprire storie interessantissime, in alcuni casi straordinarie. Questo perché dietro il semplice fotogramma di una pellicola si può nascondere un mondo. È questo il caso di Jim Carrey, quel “cane” di Ron Howard e la tortura del Grinch.

Il Natale passa anche attraverso una serie di titoli che ogni anno ci ritroviamo a guardare, anche solo per qualche secondo, facendo zapping sul nostro televisore alle prese con la programmazione festiva. Uno di questi è senza ombra di dubbio Il Grinch, diretto nel 2000 da Ron Howard. Protagonista il mostro verde partorito dalla mente del Dr. Seuss, interpretato da quella faccia di gomma di Jim Carrey.

Nanni Cobretti vi ha già parlato di questa pellicola ma io, come ormai saprete, sono qui per schiacciare il tasto pausa durante la proiezione, soffermandomi su di un frame e cercando di portare a galla tutto ciò che si racchiude dietro quell’immagine impressa sulla pellicola. Nello specifico la scena mostra Jim “Grinch” Carrey intento ad addestrare il suo cane, Max, prima di rubare il Natale.

Carrey si comporta come un regista e non è di certo un caso. Si tratta di un momento che in realtà non era presente nella sceneggiatura e che è stato improvvisata dall’attore durante le riprese. Una presa in giro del modo di fare di Ron Howard sul set e lui, divertito da quell’imitazione particolarmente riuscita, ha deciso di inserirla nel film.

Il cinema è anche frutto di improvvisazione, lo sappiamo e Jim Carrey è un esperto in materia. Vedendolo alle prese con questo ruolo non si può fare a meno di pensare a quanto sia stato facile per lui immedesimarsi nel personaggio. Ma in realtà questo è stato uno dei film più difficili della sua carriera. Il motivo? Il pesante make-up, opera di un genio del trucco come Rick Baker ma dannatamente scomodo. 92 giorni di riprese, tre ore di seduta ogni giorno per trasformarsi nel personaggio. Troppo, come ha ricordato il produttore Brian Grazer:

Era passato un mese dall’inizio delle riprese e stavo guardando Jim Carrey, continuamente a disagio, che doveva sottoporsi a queste sedute di tre ore e mezza. Un giorno aveva raggiunto un tale livello di fastidio che aveva deciso di lasciare il film. Era stato pagato 20 milioni di dollari per quel ruolo ma era arrivato a dire: “Non ce la faccio più, restituirò tutti i soldi. Non posso continuare, è una tortura!”

E Grazer si era preoccupato sul serio, a tal punto da decidere di chiamare un “esperto di torture”:

Nel momento in cui mi aveva parlato di tortura, mi era venuto in mente un uomo che avevo conosciuto 15 anni prima, che aveva insegnato ai berretti verdi e agli agenti della CIA le tecniche per sopravvivere ad una tortura. Sono andato da Jim e gli ho detto: “Per piacere, concedici il weekend, incontra quest’uomo”. Il lunedì successivo è tornato da me dicendo: “Farò il film”.

Anche Ron Howard era consapevole di questa “tortura” e, come segno di gratitudine, decise un giorno di presentarsi sul set mascherato da Grinch, con lo stesso trucco prostetico del suo attore. Jim Carrey, purtroppo, non capì subito il regalo. Convinto che si trattasse di una controfigura, si limitò a dire che non gli somigliava.

Anche oggi siamo giunti alla fine del nostro appuntamento, anche oggi abbiamo scoperto che basta soffermarsi su di un singolo frammento di pellicola per scoprire un mondo. La settimana prossima ci attenderà un nuovo frame, una nuova storia. Nel frattempo buon Natale, anche dal Grinch.

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