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Il Grinch: one man show di un uomo animato

Il Grinch: one man show di un uomo animato

Di Nanni Cobretti

L’avete visto Jim & Andy, il documentario sulle riprese di Man on the Moon in cui Jim Carrey interpreta il comico Andy Kaufman, e per farlo decide di rimanere nel personaggio durante tutta la produzione?
La cosa si traduce in rapidamente follia pura tra momenti imbarazzanti col regista e la troupe, momenti inquietanti coi parenti del vero Kaufman, momenti pericolosi con il wrestler Jerry Lawler e momenti seriamente preoccupanti con la propria stessa figlia. Cose che ti fanno seriamente dubitare della sua stabilità mentale.
Il Grinch è appena dell’anno seguente, e viene d’istinto chiedersi se, finché c’era, avesse tirato dritto.
Dopotutto cos’è il Grinch se non una specie di versione ottimista e per bambini di Tony Clifton, l’alter ego fastidioso e intrattabile di Andy Kaufman?
A guardare il film è facile notare come ogni tanto, forse sovrappensiero, a Carrey scappasse di rifare l’accento biascicato di Clifton.
Chissà che scherzoni avrà giocato sul set.

Il Grinch, così come tante altre storie illustrate per bambini del Dr. Seuss, è stato rappresentato per anni in forma di cartone animato.
Come altro vuoi fare?
Non è un libro come Pinocchio, o una striscia narrativa come i Peanuts: è una storiella di poche pagine in rima baciata.
I cartoni animati portano con sé questo trucco intrinseco automatico di creare un mondo irreale/surreale e di abbassare le aspettative e le pretese. I cartoni animati semplificano per natura, e rendono a loro volta più accettabili le semplificazioni. Quando si tratta di rappresentare un mondo di fantasia pensato per bambini piccoli, sono una scelta ovvia.
Per prendere una storia come quella del Grinch e trasformarla in live action invece ci vuole una delle seguenti cose:

a) un genio visionario;
b) un ingenuo idealista;
c) tanta, tanta, tanta cocaina.

E Ron Howard, che ha passato tutta la vita nel mondo del cinema ed è da oltre 30 anni uno dei mestieranti più solidi e affidabili in circolazione, non è né visionario né ingenuo.
Ma c’è un altro motivo per cui qualcuno potrebbe lanciarsi nel live action di qualcosa come il Grinch senza avere la necessaria fanciullesca sensibilità creativa: un protagonista che sappia spontaneamente recitare come un cartone animato vivente.
Attori del genere nascono ogni tre generazioni circa, e vanno presi al picco della loro energia.
Siccome siamo nel 2000, l’uomo che fa al caso di Ron Howard è chiaramente Jim Carrey, l’anello di congiunzione fra Jerry Lewis e Daffy Duck.

Personalmente, non avevo mai visto Il Grinch fino a ieri sera, perché tendenzialmente frequento altri generi ma soprattutto perché puzzava di incidente stradale. Non uno di quelli spettacolari, uno di quelli che rallenti per guardare meglio e che te la racconti finché vuoi che ti dispiace per i coinvolti e speri che stiano tutti bene ma segretamente vuoi vedere laghi di sangue e macchine accartocciate come opere di Picasso annerite da un’ovvia esplosione gigantesca in cui – è sempre questo che ti racconti – i coinvolti guariranno fischiettando il giorno dopo, oppure sono morti male ma erano persone molto cattive che in fondo se lo meritavano.
No: puzzava come una Renault 5 che stacca il paraurti a una Punto, i cui i conducenti di mezza età scendono a firmare la constatazione amichevole facendo commenti velenosi ma continuando a darsi rigorosamente del lei.

E invece i primi 15 minuti del Grinch sono raccapriccianti.
Sono quelli in cui Howard deve contestualizzare la premessa e presentare la cittadina immaginaria di Whoville, e per farlo deve stupire con soluzioni estetiche fantasiose, trucchi e costumi colorati, voli di cinepresa, tocchi surreali, e gli esce tutto all’insegna del buttare in mezzo la prima cosa che viene in mente, fra cliché rosazzurri e “nel dubbio inquadra un nano”.
Sono quelli in cui ti viene brutalmente chiesto di abituarti ad esseri umani truccati male col naso alla Droopy per motivi inspiegabili. E quando dico inspiegabili intendo che ho subito pensato “sarà un goffissimo tentativo di fedeltà alle illustrazioni originali” e invece no! Ho controllato. L’unico pregio è che, in mezzo a questo campionario di freaks, il povero Clint Howard per la prima volta nella sua carriera sembra di colpo uno normale.

Poi finalmente Jim Carrey entra in scena e si carica il film sulle spalle.
Anzi no: prima c’è un flashback azzeccatissimo sul Grinch da bambino incentrato sull’unica idea davvero simpatica, ovvero che il nostro verde protagonista si è incattivito definitivamente dopo essersi sbagliato a farsi la barba a 11 anni.
Poi Ron Howard si allenta la cravatta, si toglie le scarpe, si sbraga su un’amaca e dà carta bianca a Jim Carrey.

Qui è, innanzitutto, dove tutti i soldi e la creatività precedentemente risparmiati si concentrano nell’impresa non facile di un trucco assolutamente perfetto, che non solo trasformi il nostro protagonista in un mostricciattolo da fumetti, ma che si adagi sulla sua iper-espressività facciale riuscendo a complementarla invece che ostacolarla. È il tocco inconfondibile di un maestro leggendario come Rick Baker (volete vedervi un altro mediocre film per famiglie con effetti di trucco miracolosi? Recuperatevi Bigfoot e i suoi amici, il suo capolavoro).

Qui è soprattutto, dove quell’essere incredibile di Jim Carrey dà sfogo a tutte le sue capacità mimiche sovrannaturali abbattendo i confini tra l’uomo e un’animazione di Tex Avery. Piaccia o meno, è impossibile non riconoscergli non solo un’elasticità fisico-espressiva ma anche una dedizione, un controllo e una disciplina che non ha nessun altro: ogni suo movimento è volutamente grosso ed esagerato ma anche sempre perfetto e calibrato al millimetro, mai sguaiato o abbandonato. Tutte cose da lui già fatte in precedenza, soprattutto in The Mask, ma qui per la prima volta al servizio di un target dall’età decisamente inferiore, a cui dimostra di sapersi allineare senza perdere un grammo di efficacia.
Alla fine dei conti è puro circo, se vogliamo, a cui Ron Howard – che un anno dopo avrebbe vinto un Oscar con A Beautiful Mind – aggiunge quella sindacale quantità di esperienza per assecondare Carrey e lasciargli tutte le scene madri, ma metterci anche il contorno minimo necessario per imbastire una narrativa equilibrata che non tutti i registi in passato gli avevano donato.
Il Grinch è un one man show in confezione deluxe, che vive del paradosso di poter contare su scenografie e costumi costosi, ma nonostante tutto decide di reggersi unicamente sulla fortuna di poter contare sul solo uomo capace di rendere plausibile un’operazione del genere.
Ma se un 40enne in extreme cosplay che fa l’imitazione di Bugs Bunny non è il vostro genere, per l’amor del cielo, non toccatelo neanche con le mani di un altro.

P.S.: per gli appassionati di child actors che finiscono male ho brutte notizie: la piccola interprete di Cindy Lou Who, la bambina che scioglie il cuore del Grinch, da grande è diventata Taylor Momsen.

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