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Agents of S.H.I.E.L.D., stagione 5, ultima frontiera: la recensione della premiere

Agents of S.H.I.E.L.D., stagione 5, ultima frontiera: la recensione della premiere

Di Lorenzo Pedrazzi

Il ritorno di Agents of S.H.I.E.L.D. si è fatto attendere più del solito, ma i fan avevano un gran bisogno di consolarsi dopo la delusione di Inhumans, e la serie portabandiera della Marvel ha piazzato una delle svolte narrative più brusche della sua storia: l’incipit della quinta stagione ci proietta nello spazio, ma le novità e i colpi di scena non sono limitati all’ambientazione cosmica…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Il prologo conferma la tendenza dello show a giocare con il proprio pubblico, spiazzandolo con deviazioni improvvise. Le prime scene ci riportano infatti all’epilogo della quarta stagione, ma da una prospettiva diversa: quella dei rapitori. Con This Must Be the Place dei Talking Heads in sottofondo, assistiamo alla preparazione di un curioso figuro che, dopo una nuotata in piscina, si toglie la pelle come fosse un costume di gomma (ricordate l’Edgar-abito di Man in Black?) e si fa una doccia; possiamo vedere la sua silhouette attraverso il box opaco, ed è chiaramente aliena. Poi, l’individuo si veste e organizza la missione per rapire i nostri eroi, supportato da una squadra d’assalto che pare interamente umana. Coulson (Clark Gregg), May (Ming-na Wen), Daisy (Chloe Bennet), Simmons (Elizabeth Henstridge), Mack (Henry Simmons) ed Elena (Natalia Cordova-Buckley) vengono quindi immobilizzati nel diner grazie a un dispositivo che congela il tempo, mentre Fitz (Iain De Caestecker) resta indietro perché «non è sulla lista». Portati al cospetto di un monolite bianco, gli agenti si risvegliano, ma non hanno nemmeno il tempo di pianificare una contromisura: il monolite, infatti, si scioglie all’improvviso e li trasporta a bordo di una stazione spaziale.

L’avvio è piuttosto straniante, quasi caustico nel suo piacevole contrasto fra il contenuto delle immagini e l’accompagnamento musicale. La trama comincia a dipanarsi nel momento in cui Coulson si ritrova circondato da corpi sospesi a gravità zero, in medias res: la sceneggiatura del primo episodio è effettivamente costruita sullo schema del mistery, lanciando i protagonisti in una situazione nuova, in piena evoluzione, dove le spiegazioni vengono centellinate gradualmente… anche perché c’è sempre qualcuno o qualcosa che le interrompe. La base è infestata da alieni quadrupedi che prosciugano le loro prede – solitamente umane – dei fluidi corporei, e il primo obiettivo è trovare un posto sicuro. Ad accogliere il Direttore dello S.H.I.E.L.D. c’è Virgil (Deniz Akdeniz), un pilota che credeva fortemente nell’arrivo degli agenti, considerati come dei salvatori. Ma chi dovrebbero salvare? L’umanità, a quanto sembra. Purtroppo, però, Virgil viene ucciso da un alieno proprio mentre si appresta a delucidare Coulson e gli altri, che fuggono e vengono salvati da Daisy. Sulla scena compare un gruppo di Kree, e il contesto diviene progressivamente più chiaro: sono proprio i Kree a gestire la base, chiamata Faro, mentre gli umani ci lavorano in condizioni disperate. Rinchiusa in una cella, la squadra viene recuperata da Deke (Jeff Ward), un trafficone che ha imparato a farsi gli affari suoi per evitare problemi. Virgil, consapevole dell’arrivo degli agenti, lo aveva pagato per nasconderli, quindi Deke li affida nelle mani di Tess (Eve Harlow) perché si confondano tra gli altri umani.

La verità emerge da un efficace montaggio alternato che favorisce la tensione, dove Deke e Coulson parlano della provenienza di quest’ultimo, mentre Simmons e May rubano una navicella per lanciare un segnale a Fitz: davanti ai loro occhi si staglia però un pianeta quasi completamente distrutto, la Terra del futuro. Il monolite bianco, infatti, non permette di viaggiare nello spazio, bensì nel tempo, come Coulson ha modo di scoprire durante la conversazione con Deke. Siamo quindi in un futuro imprecisato, dove la Terra è stata distrutta da un misterioso cataclisma, e i Kree sono arrivati per mettere ordine tra i sopravvissuti. Sono trascorsi molti anni, al punto che gli umani del Faro non sono nemmeno nati sul pianeta, ma sono frutto di un programma speciale gestito dagli alieni. La squadra deve quindi adattarsi a questa nuova consapevolezza, e decidere come agire. Per passare inosservati, si fanno impiantare un dispositivo di riconoscimento chiamato metric, comune a tutti gli umani della stazione, e accettano di lavorare per Grill (Pruitt Taylor Vince), un cinico capomastro che si preoccupa solo dei propri guadagni. Intanto, Simmons attira l’attenzione di Kasius (Dominic Rains), il leader dei Kree sul Faro, che venera la perfezione fisica anche nei suoi servi umani. La scienziata è costretta a entrare nelle sue fila, “contagiata” da una strana sostanza che le penetra nell’orecchio e la priva dell’udito: le uniche parole che può sentire sono quelle che Kasius le rivolge direttamente. In parallelo, le cose si complicano anche per Daisy, che segue Deke fino a una stanza segreta dov’è possibile connettersi a una realtà virtuale – sviluppata a partire dal Framework – per vivere le proprie fantasie. Entrata involontariamente nella fantasia di Deke, l’eroina scopre che la distruzione della Terra è stata causata proprio da lei con i suoi poteri sismici.

Insomma, c’è molto da digerire in questa premiere. La soluzione narrativa del viaggio nel futuro è intrigante, ed emancipa Agents of S.H.I.E.L.D. dall’attualità del Marvel Cinematic Universe, concedendosi una libertà ancora maggiore rispetto al passato. Certo, è lecito immaginare che Coulson e compagni siano destinati a tornare nel presente, ma non è chiaro quando accadrà, né come. Di fatto, la serie abbraccia i tópoi della space opera e dell’horror fantascientifico, divertendosi a citare il retaggio di Alien e persino qualche elemento di Guardiani della Galassia (l’abbigliamento spaziale di Deke è palesemente ispirato a Star-Lord). Il clima è però rigorosamente post-moderno, caratterizzato da una perenne consapevolezza dei meccanismi che azionano il genere: i personaggi – Mack in primis – reagiscono ai cliché come farebbero gli spettatori, pienamente coscienti dei codici narrativi che attraversano l’horror e la fantascienza, reiterati più volte dallo show nell’arco di questi due episodi. L’effetto è un po’ stucchevole, ma riesce a strappare almeno un sorriso quando Mack insiste perché il gruppo non si divida, e uno stacco di montaggio ci mostra la squadra aggirarsi per i corridoi del Faro come la Misteri e Affini di Scooby Doo, nascosta dietro a Daisy. «Non siamo mai stati più fighi di così» commenta Coulson ironicamente.

Purtroppo, Agents of S.H.I.E.L.D. ha sempre la tendenza a caratterizzare i personaggi secondari con tratti stereotipati, senza alcuna sfumatura, e questo è percepibile soprattutto in Deke e Grill. Il problema è connaturato a molti show supereroistici delle reti broadcast, quindi non è affatto una sorpresa, ma risulta ancor più evidente in una serie che si dimostra spesso permeabile ad altri generi, di cui tende a ripetere i cliché. In ogni caso, la premiere è ben ritmata e molto godibile, anche grazie a una discreta confezione tecnica che si ritrova a gestire una grande quantità di CGI con un budget limitato. I misteri sono ancora molti (chi ha mandato la squadra nel futuro? E perché Daisy avrebbe distrutto la Terra?), ma l’impressione è che le domande troveranno una risposta relativamente presto: in genere, gli archi narrativi di Agents of S.H.I.E.L.D. non durano più di metà stagione, e sarà interessante vedere cosa troveranno i protagonisti dopo il loro ritorno sulla Terra. Il 2018 sarà un anno cruciale per il Marvel Cinematic Universe, e ovviamente i fan sperano di vedere un tie-in di Avengers: Infinity War che rafforzi il senso dell’universo condiviso. Questi primi episodi non dimenticano i riferimenti “esterni” (si citano Howard Stark e, in maniera indiretta, lo S.W.O.R.D.), ma sappiamo bene che la serie preferisce reggersi sulle sue gambe. Vedremo.

Voto: ★★★ 1/2

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